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L’aquila di Traiano
ritrovata dai carabinieri
volerà al Museo della Città

REPERTO - Concluse le indagini del nucleo tutela patrimonio culturale dell'Arma: la proprietà della scultura è comunale. Sarà esposta al pubblico. Fino all’immediato dopoguerra, con un’opera gemella, faceva “la guardia” alla statua di Traiano in via XXIX Settembre. Era finita in un giardino privato. Della seconda statua non c'è traccia
sabato 4 febbraio 2017 - Ore 16:22
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L’aquila romana oggi nel giardino privato

 

di Giampaolo Milzi

Riprenderà il volo, seguendo le direttive del Comune, la statua di aquila imperiale ritrovata un paio di mesi fa dai carabinieri del Nucleo tutele patrimonio culturale (Ntpc). Oltre 80 anni di vita, ben portati perché in ottimo stato di conservazione, la preziosa scultura in marmo travertino sarà collocata provvisoriamente presso l’ex Polveriera di Castelfidardo, al parco del Cardeto, o a Palazzo Camerata, sede dell’assessorato municipale alla Cultura. Per poi essere trasferita nel nuovo plesso del Museo della Città di piazza del Plebiscito, una volta ultimato (probabilmente la prossima estate) il cantiere per il suo ampliamento.
L’opera, attribuita al celebre scultore Mentore Maltoni (Ancona, 1894 – Ancona 1956), fu realizzata nel 1934 assieme ad un’ aquila gemella, in occasione della risistemazione dell’area nei pressi del palazzo della Banca d’Italia.

Un intervento urbanistico, avvenuto sotto la regia dell’ing. Gino Costanzi, che si era concretizzato in un apparato scenografico-architettonico costituito da un nuovo edificio monumentale prospiciente l’area pedonale di via XXIX Settembre, il cui fiore all’occhiello era costituito dalla statua in bronzo dell’imperatore Traiano e da una specie di alta nicchia – alle sue spalle, ricavata nell’ala laterale (verso mare) dell’edificio – delimitata da due colonne, anch’esse in marmo, con le due aquile sulla sommità. Un apparato scenografico spazzato via dalle ruspe del cantiere attivato alcuni dopo la fine della seconda guerra mondiale per la costruzione del nuovo palazzo della Banca d’Italia, più lungo del precedente, col risultato che si era salvata solo la statua di Traiano, dono alla città di Ancona del duce del fascismo Benito Mussolini.
Una delle due aquile – come riportato nell’inchiesta del mensile free press (Urlo, n° 237, dicembre 2016) era stata rinvenuta dai carabinieri del Ntpc dorico su segnalazione scritta dell’architetto anconetano Massimo di Matteo (saggio “Ankon borderline. Miti secolari di una città difficile”, edito dal Lavoro editoriale nel 2015), il quale assicurava di averla vista nel 1995 depositata presso uno sfasciacarrozze di Stazione d’Osimo. Da lì l’elegante reperto era stato poi spostato in un giardino privato ad Ancona, dove ancora si trova. Il caso, per competenza, era stato passato alla Soprintendenza unica delle Marche e alla procura della Repubblica.

Lo scenografico apparato architettonico con le due aquile “a guardia” della statua dell’imperatore Traiano in via XXIX Settembre (anni ’30 del ‘900 – foto Archivio-Fondo Corsini)

Nel frattempo si sono conclusi gli accertamenti dei carabinieri volti a stabilire la proprietà dell’aquila ritrovata. Proprietà che non viene rivendicata dai funzionari della Banca d’Italia (una volta consultati i loro archivi) e che quindi risulta dell’attuale Amministrazione comunale, in quanto era di proprietà comunale negli anni ’30 del ‘900, e lo è ancora, la zona pedonale, con panchine e marciapiede, all’inizio di via XXIX Settembre a suo tempo oggetto dell’intervento urbanistico di Costanzi.
Proprio giovedì, il dott. Sergio Sparapani, funzionario della direzione dell’assessorato comunale alla Cultura, ha risposto alla richiesta di informativa dei carabinieri, assicurando il forte interesse dell’assessore Paolo Marasca a procedere ad una valorizzazione dell’imponente opera (pesa ben 400 kg) tale da garantirne la massima fruibilità pubblica.
Quanto alla gestione del caso da parte della Magistratura il pm Marco Puccilli si sarebbe limitato ad emettere un provvedimento di sequestro cautelare dell’aquila imperiale (una pura formalità, visto che nel giardino privato è al sicuro), in quanto considerata corpo di reato, poiché come si è detto indebitamente sottratta alla proprietà comunale nell’immediato dopoguerra. Un atto dovuto, ma sterile, l’apertura del fascicolo d’inchiesta per il reato di ricettazione. Il signore anconetano attualmente ancora in possesso della scultura – che verrà dichiarato dalla Soprintendenza da tutelare come bene d’interesse culturale – sentito dai carabinieri, si è limitato a dire di averla ricevuta in eredità dal padre, che a sua volta l’aveva avuta in regalo da un amico (defunto da molto tempo), il quale l’aveva ripescata nelle acque del bacino portuale anconetano. E di non sapere nient’altro in proposito.
Resta un curiosità: che fine ha fatto la seconda aquila di marmo identica a quella ritrovata? Giace sul fondo del mare? Alcuni anziani giurano di ricordare che alla fine degli anni ’40 del ‘900, sebbene priva del capo, era ancora abbandonata al suolo, in via XXIX Settembre. Ad aprire una labile pista di ricerche è proprio l’architetto Di Matteo. Nel suo stesso saggio, sopra citato, ricorda “di aver intravisto, dopo il terremoto del 1972, attraverso le maglie di una recinzione, un’aquila scolpita che stazionava all’aperto, con altri reperti lapidei, tra le rovine del convento di San Francesco alle Scale”.

Veduta dal porto dell’edificio monumentale con le due aquile imperiali e la statua dell’imperatore (anni ’30 del ‘900 – foto Archivio-Fondo Corsini)

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