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Gli ultimi giorni dell’assassino
di Santa Maria Goretti

STORIA - Alessandro Serenelli ha vissuto gli ultimi giorni curando l'orto nel convento dei Cappuccini a Macerata, un libro racconta quegli anni e i suoi tormenti
mercoledì 10 Maggio 2017 - Ore 20:12
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Alessandro Serenelli

di Maurizio Verdenelli

Sono trascorsi 47 anni da quando morì per la banale frattura di un femore cadendo nell’orto/giardino del convento dei Cappuccini a Macerata che aveva curato nei suoi ultimi 14 anni, uscito dal carcere dopo aver scontato 27 anni e dopo aver trascorso più di un quarto di secolo presso i Cappuccini di Ascoli Piceno. Era il 6 maggio 1970, era nato il 2 giugno 1882 a Paternò: ebbe funerali e sepoltura a Macerata prima d’essere, qualche anno fa, tumulato in un santuario a Corinaldo, il ‘santo assassino’ di Santa Maria Goretti, ‘la santa dell’ultimo minuto’, uccisa per sfuggire ad un tentativo di stupro a neppure dodici anni compiuti nel luglio 1902 orrendamente con un punteruolo dal ventenne Alessandro Serenelli. “Mi perdonate?” chiese in ginocchio la notte di Natale del ’34, uscito da galera ad Assunta Goretti, la madre della vittima in una piazzetta di Corinaldo da dove i Goretti e i Serenelli erano emigrati nel Lazio per sfuggire alla fame: “Marietta vi ha già perdonato e pure io” disse la povera donna. Ora le spoglie mortali di Assunta ed Alessandro sono vicine, le prime a sinistra, le seconde a destra all’ingresso del santuario diocesano ‘S.Maria Goretti’ a Corinado.
Alessandro scontò, per il resto della sua lunga vita, da ‘povero cristiano’ nascosto al mondo la sua pena per aver assassinato una delle sante-bambine che più hanno parlato al cuore del secolo scorso, santificata da Pio XII nel 1950 (presente il suo assassino) ed indicata nel 1953 da Palmiro Togliatti e quindi da Enrico Berlinguer alle giovani militanti comuniste come esempio da seguire. A Nettuno c’è un grande santuario dedicato alla santa bambina che aveva perdonato il suo feroce assassino nelle ore successive al ferimento (che si rivelò mortale) e alla quale sono attribuiti due miracoli. E a Corinaldo, il paese natale, l’ex chiesa detta di Sant’Agostino (che, abbiamo detto, contiene ora i resti di Assunta Goretti e di Alessandro Serenelli) è stata dedicata alla santa martire, figlia del contadino poverissimo, Luigi che cercando di sfuggire alla miseria più totale trovò invece la morte per malaria nelle paludi pontine. Sulla ‘vicenda’ fu girato un film di grande successo: ‘Il cielo sopra la palude’ (1949) ed una fiction Rai ‘Maria Goretti’ (regista Giulio Base, recente ‘naufrago’ nell’Isola dei Famosi) nel 2003 per il centenario della Santa.
C’è una bella testimonianza degli anni maceratesi e dei tormenti di Alessandro, finora piuttosto inedita: è scritta in un volumetto (“Giochi di parole” il titolo) edito da ‘Ilari editore’ in poche decine di copie, quasi soltanto per familiari ed amici di Ugo Sopranzetti, 75 anni, cingolano, restauratore di antichi casali molto richiesti dalla clientela internazionale (soprattutto tedesca). Una memoria piena di emozioni: “A tavola con Alessandro Serenelli”, ed è stato scritto nel 2006, a 50 anni dalla morte del ‘santo omicida’ deceduto ad 88 anni ancora non compiuti. E’ un giorno del ‘caldissimo giugno 1956’ quando Ugo Sopranzetti “insieme ai miei compagni di classe e di collegio” fu ospite dei Padri Cappuccini del convento dei Padri Cappuccini di Macerata durante tutto il periodo degli esami. Ricorda Sopranzetti: “E fu qui che a cena nel lungo refettorio quasi vuoto, mi ritrovai come commensale alla mia destra, Serenelli Alessandro, ‘Lisà’ per amici, alias il carnefice di Santa Maria Goretti. Devo dire che mi fu difficile in quel momento identificare nell’ometto basso e paffutello che mi sedeva accanto, con quel viso tondo improntato ad una bonomia solare, il feroce assassino che inferse alla ragazzina quattordici colpi con un utensili appuntito usato in campagna per sgranare le pannocchie di granturco (ed impagliare le sedie ndr)”. “Padre Rodolfo, un fraticello lungo ed allampanato, ci narrò per sommi capi la storia di Alessandro la cui famiglia ai tempi della tragedia, ormai da molti anni, divideva con la famiglia di Maria lavoro e raccolto. Alessandro nutriva per la ragazza un vivo affetto che, non controllato, degenerò in cieca, morbosa ed irrefrenabile passione…”. “Dopo l’omicidio, scontati quasi trent’anni in carcere, pochi secondo il frate, per l’intercessione della santa che gli appariva in sogno concedendogli il perdono, venne affidato ai servizi sociali presso i Padri cappuccini della provincia di Ascoli. Assunto come garzone, svolse attività di ortolano ed allevatore di conigli. Vi rimase fino al 1956. Proprio in quell’anno, ormai inabile al lavoro data l’età avanzata, fu mandato dai Religiosi alla loro casa di riposo a Macerata, dove soggiornò fino alla morte”. “Alla sera a tavola, Alessandro prendeva solo una tazza di latte e caffè in cui inzuppava del pane precedentemente tostato nel caminetto della cucina attigua al refettorio. ‘Sai’ – mi disse- ‘alla sera devo mangiare poco. Alla mia età la cena frugale evita una digestione difficile. E gl’incubi nel sonno!’ A proposito di tali brutti sogni, Padre Rodolfo ci narrò molte storie. Disse che Lisà nel sonno parlava molto e ad alta voce. Rimorsi per il misfatto che affioravano nello stato di semi-incoscienza di quando si è addormentati?! Non si sa. Nessuno dei confratelli che si fermavano ad origliare dietro la porta della sua cameretta riuscì mai ad appurare il senso di quelle parole sconnesse. ‘Parla con la Santa –dice Padre Rodolfo- E’ fuori dubbio che parla con Maria Goretti!’.

La tomba di Alessandro Serenelli a Macerata

Chissà quali sensazioni, quale stato d’animo il suo quando servendo la messa (succedeva a volte) sfogliando il messale, in data 6 luglio, giornata della Santa che lui aveva ucciso (“Maria mi era sempre e soltanto sembrata una ragazzina normale” aveva detto di Lei, ndr) trovasse scritto: ‘Dedicato a Santa Maria Goretti, vergine e martire’. Da parte mia ricordo di averlo osservato con particolare attenzione quel giorno che poi uno degli ultimi che passai al convento. Una cosa mi colpì: a differenza di quanto mi sarei aspettato, il suo sguardo era particolarmente sereno, luminoso, buono, in alcun modo traspariva disperazione. Forse la speranza esisteva anche per lui, forse Maria l’aveva davvero perdonato dandogli la possibilità do guardare verso un bene futuro, oltre la sua colpa commessa, riconosciuta da lui tale e profondamente espiata”.
Ancora Sopranzetti: “Trascorsi quindici giorni in quel convento. Dopo cena, nel giardino Lisà era sempre tra noi ragazzi a godersi l’aria fresca della sera. Era molto loquace, parlava dell’orto cui in parte ancora si dedicava coltivando in particolare ravanelli, raccontava della castrazione dei conigli nella quale si sentiva maestro, indolore sottolineava lui e necessaria per la salute di tutto il bestiame. Mai una parole sul suo passato fuori dal convento, sull’adolescenza, sulla famiglia. La giovinezza l’aveva vissuta in carcere”. “Lo guardavo negli occhi, mentre parlava. Forse si sono sbagliati, pensavo, non può essere un assassino costui! Ed ancora adesso ho dinanzi quegli anni chiari, velati come a coprire un mistero”.

 

 

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