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Sfratto di Peppina, lettera a Mattarella:
“Occorrono norme adeguate”

FIASTRA - La figlia della 95enne, Agata Turchetti, ha scritto al presidente della Repubblica chiedendo un suo intervento
martedì 10 ottobre 2017 - Ore 20:55
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Anziana costretta a lasciare la casetta di legno, la figlia di Giuseppa Fattori, Agata Turchetti, scrive una lettera aperta al presidente della Repubblica Mattarella. Lo fa attraverso Cronache Maceratesi. Agata premette di essere la figlia di Peppina, la 95enne che domenica ha dovuto lasciare la casetta realizzata a San Martino di Fiastra senza i necessari permessi.

«Perdoni la sottrazione di tempo ai suoi certamente gravosi impegni, ma la stima che da sempre nutro nei suoi confronti unita al pensiero che la sua biografia testimonia come non le sia stato risparmiato il dolore, mi induce a raccontarle una storia che, ne sono certa, lei non può accettare relegata nel silenzio delle istituzioni. Mia madre vive a San Martino di Fiastra, un piccolo borgo in provincia di Macerata, nel cuore del Parco dei Monti Sibillini. È un fazzoletto di Eden, dove fino ad un anno fa tradizione e modernità sono convissute in un amalgama spesso faticoso, pure irrinunciabile per chi come mia madre vi si è trasferita, giovane sposa, circa settantacinque anni fa. Lì, insieme a mio padre, ha costruito con tenacia e amore, sulle rovine e sulla miseria del secondo conflitto mondiale, la sua vita di moglie e di madre. Ha lavorato tanto, con passione; il suo orto è stato oggetto dell’amministrazione di tutti coloro che hanno avuto la buona sorte di transitare per quei tornanti ed è stato la dispensa generosa di ortaggi prelibati per tutti coloro che più o meno occasionali hanno avuto cura delle belle dimore di pietra nel ricordo sacro delle origini. Con le altrettanto mitiche gallinelle ha introdotto, pur ignara di pedagogia montessoriana, generazioni di bambini ai misteri del ciclo della vita e all’arte della pazienza. Ultima custode di valori irrinunciabili è diventata, soprattutto negli ultimi anni, l’anziana capace di elargire saggezza e di coagulare esistenze in un vivaio prezioso di relazioni umane. Purtroppo il 30 ottobre 2016 la favola si è spezzata bruscamente quando il terremoto le ha portato via la casa e la comunità. Il paese è devastato e non vi abita più nessuno. Mia madre ha trascorso l’inverno con me per alcuni periodi e con mia sorella per altri. Si è ammalata più volte e per tutto il tempo ha ripetuto: voglio tornare su.

Nel mese di maggio con l’aiuto di amici ha lasciato la mia casa, procurando anche un po’ di dispiacere a noi figlie che pure non le abbiamo lesinato cure amorevoli. Poi abbiamo capito. Non è umano sradicare qualcuno dalla propria storia, dalle proprie radici così profondamente abbarbicate alla terra. Mia madre è andata a vivere in un container di nostra proprietà, retaggio di un altro terremoto, in condizioni incivili. Ci siamo prodigate per rendere quella dimora non lesiva della dignità di nostra madre, donna schiva, coraggiosa e determinata. Sono fiera della sua volontà di vivere intensamente ‘il tempo che Dio vorrà’ come lei ama ripetere. È crudele porre dei vincoli anagrafici al desiderio di dare significato alla propria quotidianità con piccoli gesti di amore verso una qualche pianta di pomodori o di fiori, le galline, il gatto Oreste orfano di casa e di padrone a causa del terremoto, che si è lasciato adottare con docilità e ripaga con fedeltà encomiabile. Le temperature estive hanno reso quel container un autentico forno, invivibile. Abbiamo ogni giorno tentato inutilmente di raffreddarlo spruzzando acqua. Per questo è iniziata, in una lotta impari con il tempo della burocrazia, la costruzione di una piccola casa di legno, in un appezzamento di terreno edificabile di proprietà di mia sorella. La casa e le pratiche burocratico amministrative sono avanzate di pari passo fino a quel pezzo di carta che proprio non c’era. Nei primi giorni di agosto mia madre ha potuto lasciare il container forno e trasferirsi nella casetta bella e confortevole. Neppure il tempo di gioire un po’ con i tanti amici che ci sono venuti a far visita e l’assenza di quel pezzo di carta ha dato il via a tutti i guai: ordinanza del sindaco di Fiastra per la sospensione dei lavori non ultimati all’esterno, indagini da parte della Procura di Macerata, sequestro giudiziario dell’immobile, sfratto, rientro autorizzato dalla Procura fino al giudizio del tribunale per il riesame e di nuovo sfratto. Definitivo. In un mese un terremoto non meno violento del primo ha di nuovo cacciato di casa mia madre che ha trascorso l’ultimo periodo con le sacche in mano, andando avanti e indietro, forse anche con la difficoltà di ricordare quale fosse il letto di turno.

Da due giorni è di nuovo nel container, non più forno bensì frigorifero perché sugli Appennini sta arrivando l’inverno. Ho dedicato quarant’anni della mia vita alla scuola, dieci anni come insegnante e trenta come dirigente scolastico. Al primo posto, nel lungo elenco dei miei doveri, ho posto sempre l’impegno di operare in modo che i ragazzi a me affidati incontrassero il volto buono delle istituzioni. La vicenda che ha coinvolto mia madre mi ha procurato dolore, rabbia e sconcerto. Mi chiedo: dove sono le istituzioni? Come onorano il dettato costituzionale sancito dall’articolo tre? Come è possibile che l’ultimo barlume di vita di un piccolo borgo venga sfrattato in quanto dannoso per l’ecosistema? È un ecosistema un territorio martoriato, desertificato, ingombro di macerie, lasciato in balia di lupi e cinghiali? Mi rivolgo a lei, signor Presidente, esprimendo l’auspicio che la sua saggezza e la sua umanità non facciano mancare un intervento autorevole affinché la Politica, e non singoli esponenti di partito, si occupi di un problema grave che travalica i confini di una singola esistenza, per me tanto preziosa, e investe un numero imprecisato ma certamente elevato di terremotati legati alla propria terra, i quali, in condizioni di fatica e di disagio inimmaginabili si ostinano a non abbandonarla affinché non muoia sotto i colpi di norme più devastanti di un sisma. Qui, signor Presidente, c’è stata una guerra e dunque occorrono norme adeguate».

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