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Dall’inferno di Aleppo a Senigallia
«Siamo stati fortunati,
ma un giorno torneremo in Siria»

LA STORIA – Radwan, sua moglie e i tre figli sono stati salvati dalla guerra civile grazie al corridoio umanitario delle nazioni unite. “Era il periodo della morte di Aylan, ha sollevato grande partecipazione emotiva al dramma del nostro popolo. Ora lavoriamo qui, ma torneremo nella nostra patria”
sabato 11 Agosto 2018 - Ore 18:52
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Radwan con il figlio Ahmad

Al Hasan Radwan

 

di Marco Benedettelli

(foto Ennio Brilli)

«Le piccole strade del centro di Senigallia mi ricordano la mia Aleppo. La pavimentazione dalle pietre scure è la stessa della casbah. Mi sembra di camminare sulla stessa terra. Anche la mia era una città antica», scherza Al Hasan Radwan Ali, un po’ nostalgico, mentre torna con il pensiero ai luoghi più amati della sua patria abbandonata. Radwan è a Senigallia da due anni, ed è arrivato con un corridoi umanitario da Beirut con la moglie Gzala e tre figli ed oggi è accolto in un progetto Sprar. Nella sua Siria, un tempo, era giornalista sportivo «mi occupavo di calcio, soprattutto. Seguivo tutti gli sport, anche la cronaca» spiega mentre mostra le foto del suo passato: lui intento a scrivere un articolo in qualche sala stampa, in compagnia di pop star locali o, microfono in mano, in un campo da calcio. Un passato che oggi, nella sua nuova casa a Brugnetto, frazione di Senigallia, sembra lontano anni luce, collocato in un pianeta irraggiungibile. Radwan è arrivato nelle Marche con un corridoio umanitario ed oggi è accolto nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) del Comune di Senigallia, gestito dalla Caritas. È atterrato in aereo in modo sicuro, garantito e dignitoso. Non ha messo a rischio la vita della sua famiglia su nessun barcone, non ha attraversato gli estenuanti confini lungo la rotta balcanica, come successo a milioni di suoi connazionali in fuga dalla follia della guerra. Lui e i suoi cari sono arrivati con un programma di re-insediamento gestito dall’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati che dopo aver individuato i soggetti più vulnerabili, li ha messi nella condizione di arrivare in Europa con i documenti in regola. «Sì, sono stato fortunato. Eravamo a Beirut con la mia famiglia, dove già eravamo riconosciuti come profughi. Poi un giorno lo Iom (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) mi ha proposto di trasferirci in Italia grazie a un progetto di accoglienza. Abbiamo accettato. Era quello il periodo della morte di Aylan, il bimbo dalla maglietta rossa ritrovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum. La sua foto è divenuta famosa in tutto il mondo, e ha sollevato una grande partecipazione emotiva al dramma del nostro popolo. Molti paesi si sono aperti ai profughi siriani» ricorda. 

Radwan mostra le sue foto da giornalista

Radwan e la sua famiglia ora sono inseriti nel percorso di accoglienza Sprar di Senigallia. Dopo due anni si sentono parte della comunità locale. Vivono, sebbene nel dolore per il distaccamento dalla propria patria, con la dignità e la serenità di chi ha avuto la possibilità di integrarsi. «Quando posso do una mano nelle traduzioni dall’arabo. Mia moglie è una bravissima cuoca e qua in zona cucina spesso per feste ed eventi, dalla Festa dei popoli di Ancona ad altri appuntamenti organizzati dal Comune. La cucina di Aleppo è fra le migliori del mondo perché la nostra città è sempre stata un crocevia di genti, culture e sapori, fra siriani, armeni, curdi». Radwan e la sua famiglia appena arrivati hanno frequentato le classi di italiano all’istituto Panzini di Senigallia. Poi, perso il diploma e seguito anche un corso da pizzaiolo, per sei mesi l’ex giornalista sportivo ha lavorato in un supermercato. «Ora il contratto è scaduto, ma vediamo cosa accadrà», alza le mani al cielo sorridente. «Senigallia mi piace. Anche la natura della campagna mi ricorda Aleppo, ed Afrin, la città curda da cui provengo, che era piena di ulivi e girasoli». E poi c’è ancora il vizio della scrittura, a tenerlo allacciato alla sua comunità un po’ rimasta in patria, un po’ dispersa, come lui, per il mondo. «Ma ora mi esprimo soprattutto tramite Facebook, molti dei giornali con cui collaboravo hanno smesso di stampare per la guerra. E la crisi dell’editoria cartacea è arrivata anche nel mondo arabo». Suo figlio di sedici anni, Ahmad, studia allo Ial di Falconara per divenire parrucchiere. «Ho imparato questo lavoro quando eravamo profughi a Beirut. Per arrangiarmi, darmi da fare. Ora mi piace» scherza, vicino al padre, il ragazzo. Che poi racconta la sua estate, del tutto speculare a quella dei coetanei senigalliesi. «Ho molti amici italiani, mi piace andare al mare con loro, agli stabilimenti, al bar a prendere un caffè. Ogni tanto vado in discoteca, ma poco perché mio padre non vuole». Il figlio più grande sta facendo l’apprendista meccanico, mentre il più piccolo di dieci anni va a scuola. «Certo all’inizio è stato difficile. Ma siamo abituati alle difficoltà. Prima di arrivare in Italia, abbiamo vissuto per due anni in Libano, sempre da profughi. E la vita la era durissima. – ricorda Radwan – Stavamo tutti assieme in una casa piccolissima, io e altri miei cugini con famiglia scappati da Aleppo. Il Libano ha accolto un milione di profughi, un numero gigantesco a cui non ha poi dato sostegno. Gli hezbollah, sciiti ed alleati di Assad, detengono parte di Beirut e vedevano di cattivo occhio i profughi siriani, considerandoli potenziali nemici, ed erano ostili verso di noi. In molti speculavano sugli sfollati, alzando i costi degli affitti. Ci sentivamo praticamente in prigione. Poi per fortuna è arrivata il corridoio umanitario.

Radwan con gli accrediti da giornalista

Siamo stati scelti perché la nostra famiglia era numerosa, e poi io come giornalista, per di più di origini curde, sono un soggetto particolarmente a rischio». Andando indietro coi ricordi, Radwan ripensa proprio agli anni di Aleppo allo scoppio della guerra civile. «Io, curdo e sunnita, facevo il giornalista sportivo ma scrivevo anche di cronaca. Ed ero spesso critico col governo. In Siria prima della guerra i curdi non potevano fondare i loro partiti né imparare la lingua madre nelle scuole. I giornali nel nostro Paese erano tutti pubblici, controllati dallo stato. Ma prima della guerra c’era una certa libertà di critica. Poi dopo il 2011 le proteste contro Assad sono scoppiate anche ad Aleppo. I ribelli hanno iniziato a distruggere tutto. Io, che non sono mai stato filo governativo, ho iniziato a sentirmi minacciato. In quanto giornalista, pensavano fossi complice del regime. Ci hanno staccato l’acqua, la luce. Un giorno sono tornato a casa, la mia via era distrutta e assediata da gente armata fino ai denti. Ho capito che era il momento di andarsene». Da Aleppo, in solitaria, Radwan ha raggiunto il Libano, in un viaggio che lui ricorda come pericolosissimo, fra controlli ai check point, momenti di tensione. Poi, una volta sistemato a Beirut, la sua famiglia lo ha raggiunto. «Ora la nostra casa di Aleppo è senza finestre e senza porte. Si sono portati via tutto – racconta – Oggi siamo a Senigallia. Per cinque anni abbiamo l’asilo politico. Qui le stagioni climatiche, i colori, sono uguali alla Siria. Ma un giorno torneremo in patria e torneremo a coltivare il nostro giardino sotto casa. Quando questo avverrà, purtroppo non lo sa nessuno».

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