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Sentenze choc e pene ridotte,
la voce delle donne contro la violenza:
“Situazione grave, stiamo tornando indietro”

INTERVISTA - Le considerazioni di Meri Marziali, presidente della Commissione regionale Pari Opportunità, dove i pronunciamenti dei giudici di Ancona, Genova e Ferrara su casi di stupro e omicidi
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di Andrea Braconi

Ancona, Genova, Ferrara. Sono le città sulle quali negli ultimi giorni si sono accesi i riflettori per questioni giudiziarie riguardanti donne vittime di violenza. E se nel capoluogo marchigiano si è levata forte una voce di protesta per una sentenza della Corte d’Appello su un caso di stupro, nella quale si farebbe riferimento alla “mascolinità” della vittima, e la conseguente assoluzione degli autori del reato, nel capoluogo ligure e in Emilia (nello specifico la Corte di Appello di Bologna) ci si è ritrovati di fronte a riduzioni di pena per gli autori di due femminicidi, motivate secondo i giudici da un lato dalla disperazione legata alla “delusione” per la fine del rapporto, dall’altro per una “tempesta emotiva” scatenata dalla gelosia.

“Prima della manifestazione che si è tenuta ad Ancona – spiega Meri Marziali, presidente della Commissione regionale Pari Opportunità – siamo intervenute con un comunicato nel quale, senza entrare nel merito della sentenza, abbiamo evidenziato come sia grave che la giustizia passi per l’avvenenza o meno. E soprattutto come sia un segnale di regressione dell’intero sistema, perché se da tempo diciamo che la cultura della prevaricazione e della violenza di genere sono nate anche da normative che non erano favorevoli alle donne e che giustificavano determinati comportamenti violenti, come il delitto d’onore, adesso ritrovare in motivazioni degli aspetti giudicanti che si focalizzano sull’aspetto esteriore e che utilizzano un linguaggio grave, come accaduto ad Ancona, è qualcosa di veramente spiacevole.”

Parole che sono offensive e mortificanti per tutte le donne.

“Ma che lanciato un messaggio pericoloso per le nuove generazioni. È un tornare indietro, quando invece l’uso dei termini va a costituire una cultura. E quindi c’è una doppia responsabilità”.

Arriviamo al caso di Genova e a quella “tempesta emotiva” che avrebbe spinto il giudice a condannare l’assassino a 16 piuttosto che a 30 anni.

“Sono motivazioni che tra l’altro a livello psicologico ci è stato detto che non esiste il raptus di follia e quindi dare in realtà una motivazione di questo genere non so quanta fondatezza possa trovare.”

A Ferrara, invece, l’uomo accusato di un’omicidio commesso a Riccione ha tentato il suicidio in carcere. Qui l’elemento decisivo per il dimezzamento della pena è la “delusione”.

“È come se si va a giustificare un comportamento violento rispetto ad una dinamica di relazione affettiva. È come se l’onere della prova viene capovolto sulla persona che ha deciso di interrompere la relazione, di uscire da una situazione domestica di violenza. È come se si fosse un po’ capovolto il gioco della parti. Trovi una giustificazione ad un comportamento violento che non dovrebbe avere uno squarcio nella legge, è inammissibile e va condannato a prescindere. Questo crea un ritorno indietro e così proponiamo alle nuove generazioni un regresso che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.”

Tra le persone, però, sembra essersi innescato un meccanismo per contrastare con più forza questi fenomeni.

“C’è stata una grande presa di posizione, è vero, e questo è molto positivo. Riflettevo in questi giorni: è come se le donne non vogliono più giustificare o soprassedere rispetto a decisioni che rimettono in discussione diritti già acquisiti, dei quali tutti dovremmo essere custodi: istituzioni, donne e qualunque cittadino. E poi c’è stata una condivisione di quella manifestazione da più parti, ho visto una partecipazione generale, c’erano anche uomini e questo ci spinge verso un percorso collettivo. Probabilmente c’è un sub movimento di carattere civico e civile rispetto a determinate prese di posizione.”

Altrimenti, rimanere inermi farebbe crollare anche l’enorme lavoro fatto in questi anni in termini culturale e di conoscenza.

“Sì, perché poi è inutile che facciamo eventi sulla violenza di genere se poi ci pronunciamo in questa maniera e andiamo ad affermare attraverso determinate decisioni il contrario di quello che, molto spesso, viene detto o perorato a livello istituzionale e attraverso campagne progresso. Vanno mantenute una continuità e una linearità nel comportamento per contrastare la violenza sulle donne”.

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