facebook rss

Elezioni regionali - risultati in tempo reale

La mafia nelle Marche,
una storia iniziata negli anni Ottanta

LA RICOSTRUZIONE - La criminalità organizzata è presente ed operativa in regione da più di trent'anni. Il caso emblematico di Antonio Domenico Cataldi, il "primo boss", morto in circostanze mai chiarite nel 1991. La lotta per il controllo del territorio portò nel 1996 alla Strage di Sambucheto
Print Friendly, PDF & Email

 

DonLuigiMerola_Incontro_FF-11-325x217

Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito *

Presenze di criminalità organizzata (affiliati alla sola ‘ndrangheta in quattro province marchigiane su cinque), penetrazioni di varie cosche (con prevalenza, comunque, ‘ndranghetista), condizioni sociali ed economiche delle Marche altamente predisponenti per attività di riciclaggio e reinvestimento di capitali illecitamente acquisiti, accentuate ulteriormente dagli effetti devastanti del sisma del 2016, dal crack della vecchia Banca delle Marche (che ha lasciato un numero impressionante di morti e feriti sul versante imprenditoriale) e dal tracollo in arrivo dovuto al covid. E, a fare da cornice al tutto, anche secondo l’ultima relazione semestrale della Dia diffusa proprio in questi giorni, il traffico di sostanze stupefacenti – attività primaria delle criminalità organizzata italiana e straniera e indice sicuro della radicata presenza delle cosche –, traffico sempre presente nelle Marche in maniera massiccia e devastante, confermato dal dato tragico dei decessi per overdose, che, come avviene da anni, pongono il territorio marchigiano nei primissimi posti della nefasta graduatoria del tasso di mortalità per droga: nell’anno corrente, sino ad oggi, ben 9 decessi su un totale di 116 riferito all’intero territorio nazionale.

Schermata-2020-07-22-alle-19.43.39-325x306

Articolo del 1991 sull’ipotesi di avvelenamento che ha portato alla morte Antonio Domenico Cataldi

Insomma, per quanto le Marche non siano terra di mafia (tali essendo considerate le regioni del sud dove sono nate e si sono sviluppate, grazie all’inerzia e a volte alla complicità delle istituzioni, la camorra, la ‘ndrangheta, Cosa Nostra e la Sacra Corona Unita), esse registrano presenze forti e ben radicate delle varie associazioni criminali di mafia organizzata (ivi comprese quelle di origine straniera), che nella nostra regione praticano sia la partita sporca (traffico di stupefacenti, gestione della prostituzione e del gioco d’azzardo illegale e in parte anche legale, estorsioni soprattutto nella fascia costiera, omicidi punitivi verso i pentiti o i loro parenti) che quella apparentemente lecita del reimpiego di capitali sporchi attraverso il controllo e l’acquisizione forzata di svariate attività economiche, senza trascurare la copertura assicurata anche per lunghi periodi a soggetti latitanti.

Ma ciò non costituisce certo una novità, perché nelle Marche la presenza dei vari clan di malavita organizzata inizia a palesarsi addirittura tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta del secolo scorso. Una storia vecchia, addirittura ultradecennale, così lunga e stratificata, quindi, che, già solo per questo dato temporale, toglie credibilità a chi, anche nelle istituzioni, dopo aver finalmente messo da parte la favoletta dell’isola felice e non potendo più negare il fenomeno criminale, ora parla in modo riduttivo di semplici e comunque recenti infiltrazioni. Una presenza talmente risalente nel tempo che nell’ottobre 1991, circa 30 anni fa, un alto ufficiale dei carabinieri, il colonnello De Martis, all’epoca comandante del gruppo carabinieri di Ancona, ebbe a rilasciare a tal riguardo un’illuminante intervista, che temporalmente si colloca pochi giorni dopo l’improvvisa morte di Antonio Domenico Cataldi, il primo vero boss della criminalità organizzata operante nel territorio marchigiano nei segmenti di mercato illegale più redditizi: droga, prostituzione nei locali notturni, rapine per autofinanziamento, bische e racket. Nell’occasione il De Martis ebbe infatti testualmente a dichiarare: “Siamo ai livelli di guardia. I primi tentacoli delle organizzazioni mafiose sono già penetrati nelle Marche, una regione sinora troppo pulita per non scatenare gli appetiti malavitosi”.

Una morte, quella di Cataldi, definito nell’ambiente criminale come “o maciato” per via di alcune macchie scure che aveva nel volto, che avvenne nel reparto rianimazione dell’ospedale di Jesi il 28 settembre 1991, dopo due giorni di terribile agonia a seguito di devastanti lesioni viscerali, dovute con ogni probabilità ad avvelenamento da anticrittogamici furtivamente sparsi sull’ultima pietanza consumata dalla vittima in un ristorante di Cagli, nel pesarese, un piatto di melanzane; oppure, secondo altri, inseriti volutamente come sostanza da taglio nell’ultima dose di cocaina assunta (e questa, probabilmente, è l’ipotesi più plausibile). In verità, all’epoca si parlò anche di una semplice intossicazione alimentare quale causa possibile del decesso, ma l’autopsia, grazie a specifici esami tossicologici, riscontrò la presenza dei pesticidi nel sangue del Cataldi. Tuttavia i trattamenti terapeutici con i quali i sanitari cercarono in extremis di salvarne la vita impedirono di pervenire a certezze probatorie e tanto meno all’individuazione dei colpevoli, al punto che nel dicembre 1992 il procedimento penale che ipotizzava l’omicidio per avvelenamento venne archiviato dal Gip di Ancona, nonostante il diverso avviso dei parenti e dei conoscenti, tutti assolutamente convinti della pista dolosa. All’epoca della morte Antonio Domenico Cataldi, nato a Montemurro, in provincia di Potenza, figlio di un sottufficiale della Guardia di Finanza di stanza a Macerata, aveva 37 anni. A Macerata era vissuto nell’età giovanile, per poi trasferirsi a Porto Recanati, dove, giovanissimo, dopo una serie di piccoli reati, iniziò a muoversi nel mondo delle bische e dei night nella fascia costiera da Civitanova al Conero, e subito dopo negli ambienti della droga, che da qualche anno era già entrata nella fase del consumo di massa e dei guadagni enormi per i trafficanti, ben presto arrivando, con un percorso in veloce crescendo, ai piani alti della mala locale e a stretti e diretti contatti con pericolosi professionisti della criminalità organizzata, legati in particolare ai clan della camorra e di Cosa Nostra, specie del catanese, utilizzati anche per una serie di rapine eseguite in loco.

Carabinieri-sequestro-droga-e1572515537569-325x187Arrestato per traffico di stupefacenti nel 1984 dalla Squadra Mobile di Macerata, all’epoca brillantemente diretta da Giorgio Iacobone, venne condannato a oltre 7 anni di reclusione, giovandosi dopo circa metà pena del beneficio della semilibertà per buona condotta. Fuori dal carcere Cataldi però non stette a lungo, in quanto nel settembre del 1989 venne di nuovo arrestato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, questa volta per iniziativa degli inquirenti anconetani nell’ambito di una maxi operazione che interessò le province di Macerata e di Ancona, riguardante una grossa partita di cocaina arrivata nel capoluogo regionale da Napoli. Cataldi (il cui ingente “tesoro” in denaro e in beni immobili intestati a terze persone non è stato mai rinvenuto) era sospettato, tra le altre cose, di far parte di un giro di importanti trafficanti collegati agli ambienti camorristici campani, che in quell’epoca era in feroce contrapposizione con gruppi malavitosi locali per il controllo della piazza. Frequenti i suoi contatti, da pari a pari, con Giuseppe Cirillo, morto in carcere nel 2007, ex boss della camorra legato a Raffaele Cutolo, che poi (caso unico nella storia della criminalizzata organizzata italiana) andò a Sibari, in Calabria, a fondare un “locale” di ‘ndrangheta, per poi finire al soggiorno obbligato a Serra de’ Conti, in provincia di Ancona, ove avviò una intensa attività criminale di traffico di stupefacenti nell’ambito del territorio marchigiano. All’epoca si vociferò anche di un traffico di armi, con base in Toscana, nel quale Cataldi era forse coinvolto tramite dei prestanome, un’inchiesta aperta proprio nei prima anni novanta, che molto comunque negli ultimi tempi lo preoccupava.

Ed anche la stessa morte di Antonio Domenico Cataldi, avvenuta poco dopo essere tornato di nuovo in libertà per scadenza dei termini, venne dagli inquirenti inquadrata in questo scontro per la supremazia territoriale sopra ricordato, che di lì a qualche anno, venuta meno la sua forte egemonia e la conseguente capacità di controllo del territorio e di gestione della conflittualità endocriminale, dall’alto Abruzzo sino all’anconetano ed anche al pesarese (territorio, quest’ultimo, gestito dal maceratese, ma residente a Senigallia, Sauro Paoletti, che poi diventerà un collaboratore di giustizia), porterà alla terribile strage di Sambucheto del 1996 (episodio terminale della guerra tra il clan locale del “mastino” Gianfranco Schiavi e il clan Ascione di Napoli). Insomma, un personaggio di notevole spessore criminale perfettamente integrato con diversi gruppi di criminalità organizzata del sud, già in quell’epoca non solo presenti nella regione Marche, ma anche del tutto operativi, sia autonomamente che in collegamento funzionale con i clan di estrazione locale. Gruppi che, anche dopo la morte di Cataldi, continueranno ininterrottamente ad operare nel nostro territorio, sino ai giorni nostri, e a caratterizzare una storia criminale di malavita organizzata che non è certo limitata ad occasionali infiltrazioni e a recenti incursioni.

* Avvocato, presidente dell’associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

«Cosche di ‘ndrangheta nelle Marche, affiliati in quattro province su cinque»

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page



X