Masso da demolire, il sindaco di Genga:
«È la soluzione più sicura»

L'INTERVISTA - Giuseppe Medardoni dopo l'ufficializzazione di far saltare l'emergenza rocciosa di Monte San Pietro, tra le frazioni di Palombare e Pontechiaradovo, spiega nel dettaglio l'intervento. Gli ambientalisti si erano opposti, ma nell'ultima conferenza dei servizi tutti, compresi Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Parco della Gola della Rossa e di Frasassi, hanno votato per la demolizione controllata
Il sindaco di Genga Giuseppe Medardoni

Il sindaco di Genga Giuseppe Medardoni

di Sara Bonfili

L’approvazione del progetto esecutivo per la messa in sicurezza «del masso pericolante di Monte San Pietro (Genga, Ndr) arriva il 17 febbraio, con la delibera pubblicata il 20 febbraio, in cui si leggono i dettagli dei costi: 390 mila euro per la «messa in sicurezza previa demolizione» della roccia tra Pontechiaradovo e Palombare. Nella Conferenza dei servizi del 23 gennaio con il sindaco, rappresentanti dell’Anas, Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio delle Marche, referenti delle ferrovie, con la Polizia stradale e i Carabinieri, il dirigente della Regione per la difesa del suolo, il direttore della protezione civile, il direttore del Parco della Gola della Rossa e di Frasassi, si è votato per la demolizione controllata del masso «di cui è stata riconosciuta la pericolosità nella predetta conferenza». Le associazioni ambientaliste Italia Nostra Marche, Fai, Wwf Marche, Lupus in Fabula, Forum Paesaggio Marche, Lipu Marche, Pro Natura, Terra Mater, Gruppo di intervento giuridico Marche si erano precedentemente opposte, con un comunicato del 16 dicembre.

Sindaco, dunque la decisione è di far demolire lo sperone di roccia rossa di Pontechiaradovo. Le ferrovie avevano dichiarato pericoloso lo sperone già dal 2015, come mai?

«Le ferrovie, con i loro tecnici di Ancona, avevano attenzionato lo sperone. Non avevano dichiarato il pericolo imminente, ma lo avevano comunque attenzionato. Dalle ferrovie sono tornati a fare dei sopralluoghi ad aprile 2017, e hanno sottolineato che la base della roccia si era assottigliata. Ha presente com’è la roccia? È stratificata, frastagliata».

Come mai sono tornati a controllare?

«Dopo il terremoto di agosto e ottobre 2016 probabilmente la situazioni è peggiorata, e dalle ferrovie hanno pensato che andava ricontrollato. Hanno anche dei sistemi molto più precisi di quelli che potrebbero avere altri enti, come le reti allarmate lungo la linea ferroviaria. Ce n’è una nei pressi dello sperone e una più giù, proprio nelle vicinanze del passaggio a livello di Pontechiaradovo. Ma per aver informazioni precise dovrebbe parlare con loro».

Lo sperone è stato reso pericolante dopo il terremoto del 2016? Qual è il pericolo attuale?

«Già dieci anni fa un grande masso era crollato vicino alla casa che si trova proprio sotto la roccia ed è stata evacuata. Ci sono delle case proprio nel cono della roccia. L’ordinanza di evacuazione è stata fatta comprendendo un’area più ampia in via preventiva. C’è pericolo perché non si può prevedere se e quando altre rocce si staccheranno».

Da aprile 2017 quando sono tornati i tecnici delle ferrovie ad agosto 2017, quando il Comune ha incaricato lo studio geologico di fare delle verifiche, cosa è successo?

«Lei saprà che quando ho bisogno di far la spesa devo avere i soldi in tasca. Abbiamo approvato il bilancio, ad inizio agosto 2017, e abbiamo incaricato lo studio geologico di fare gli approfondimenti necessari. Sono passati i tempi tecnici per far tutto secondo le norme».

Cosa hanno scoperto?

«Si sono imbragati e calati dall’alto, hanno visto le fessurazioni superiori e laterali. Hanno fatto una relazione geologica e strutturale, affermando che è necessario demolirlo. Che lo sperone si è assottigliato con il sisma, e che ci sono stati dei crolli. Lei lo ha visto?»

Sì, lo conosco.

«Ma un conto è vederlo solo dalla strada, un contro andarci sotto e un conto salirci sopra».

I tecnici che hanno eseguito lo studio sono sicuri che i crolli siano dovuti al sisma del 2016?

«I geologi hanno rilevato che si tratta di crolli recenti. Inoltre, per la conformazione della roccia, hanno relazionato che lo sperone tende ad assottigliarsi, non solo in caso di un terremoto di forte intensità, simile a quello che si è già verificato, ma anche con il gelo e il disgelo. Le fessurazioni presenti hanno evidenziato questo. E lo studio geologico che abbiamo incaricato ha riferito che i crolli sono successivi ad ottobre 2016».

Lei in un primo momento aveva valutato la possibilità di una soluzione conservativa, proposta dalla Soprintendenza, quali sono le differenze, e quanto costano i due metodi?

«Le differenze sono sostanziali. Nell’ultima conferenza dei servizi, tutti abbiamo votato per la demolizione controllata, relativa solo alla parte di roccia sospesa. Il primo motivo è la sicurezza: poiché per l’imbracatura gli operai che dovrebbero lavorare sotto la linea di caduta, sarebbero messi a rischio maggiormente che con l’altro metodo. Non credo che nessuna azienda acconsentirebbe a mandarci i propri operai. Dovrebbero fare un terrapieno, installare una prima imbracatura per poter lavorare in sicurezza per mettere l’armatura definitiva. Con la perforazione si incapsula lo sperone e si può definire il cono di incidenza dei crolli. Nell’altro metodo, no, la roccia si può staccare in qualsiasi momento e con qualsiasi massa. Poi per i tempi, poiché la procedura sarebbe più lenta, con un maggior rischio per tutti. Infine per il costo, perché l’altro metodo costerebbe il triplo esatto rispetto alla demolizione controllata».

Quanto costa la demolizione controllata?

«390 mila euro, già finanziati nel bilancio attuale».

Come si fa a prevedere dove cadranno i detriti lungo il crinale di una montagna?

«Nella procedura controllata viene incapsulato lo sperone e la caduta dei detriti è ridotta a un cono di incidenza in prossimità dello sperone. Ma io non sono un geologo, ma è spiegato nello studio. Quando si mettono le mine oppure si demoliscono i palazzi facendoli collassare, ha visto come si fa?, è un procedimento controllato. Quando a Osteria di Colleponi abbiamo trovato l’ordigno bellico e lo abbiamo fatto brillare, sono arrivati gli artificieri, hanno scavato nel terreno, hanno ricoperto, hanno evacuato la superficie necessaria e fatto tutto secondo le procedure di sicurezza».

Credo ci sia differenza con uno sperone a un centinaio di metri di altezza.

«Sarà un’operazione controllata, viene calcolata la linea di incidenza. È stata fatta l’ordinanza di sgombero per cinque famiglie a Mogiano, in una zona più ampia di quella interessata dal cono. È stata chiusa la strada comunale. Durante l’intervento saranno bloccate la statale e la ferrovia sottostanti».

Le case che sono nel cono non avrebbero bisogno di una copertura, per essere salvaguardate?

«No, non c’è bisogno. All’unanimità alla conferenza dei servizi nella Prefettura, tutti, compreso il Parco e la Soprintendenza al Paesaggio abbiamo dato parere positivo per il modo migliore di metterlo in sicurezza. Il masso, che sta lì da tanti anni, può piacere a tutti, anche al Sindaco. Io non ho di certo piacere a farlo brillare, ma questa è la soluzione che è stata giudicata più sicura».

Quando procederete con la demolizione? 

«Non posso dare dei tempi precisi. Ci saranno dei tempi tecnici perché tutto possa essere espletato secondo l’iter di legge. Il 29 novembre le amministrazioni presenti avevano dato l’ok alla demolizione nella precedente conferenza dei servizi, poi la Soprintendenza ha chiesto di valutare anche le soluzioni conservative. Poi gli ambientalisti si sono opposti. Il 23 di gennaio eravamo tutti concordi nella conferenza dei servizi in Prefettura. Il Comune aveva previsto l’operazione da quest’estate: se non ci fossero stati questi intoppi, lo avremmo già fatto».

 

Genga: lo sperone pericolante sarà demolito, 390mila euro il costo dell’intervento

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