
Una riunione dell’Aato
di Monia Orazi
La Corte dei Conti torna a pronunciarsi sull’acqua del Maceratese, con una deliberazione formale della sezione regionale di controllo per le Marche che certifica nero su bianco le criticità dell’operazione con cui l’Aato 3 stava cercando di costruire il gestore unico del Servizio Idrico Integrato. Una pronuncia che ora arriva sui tavoli dei comuni coinvolti, chiamati a trarne le conseguenze.
Era stato già il decreto istruttorio della procura regionale a sollevare l’allarme: la costituenda società consortile Ato 3 Gestore Sii scpa, nata sulla carta dalla fusione tra Si Marche e Unidra, non sarebbe stata un vero gestore unico, ma un soggetto che avrebbe assunto formalmente la concessione del servizio per l’intero ambito, lasciandone di fatto la gestione alle sette società operative preesistenti, ciascuna per il proprio territorio. Secondo i magistrati contabili, dalla lettura delle deliberazioni comunali e dello statuto allegato emergeva che la newco «non rappresenti tanto una società finalizzata a fondere, anche progressivamente, i rami idrici delle sette società operative, quanto piuttosto possa integrare gli estremi di una società che solo formalmente assuma la concessione del servizio per l’intero ambito territoriale, per poi lasciarne di fatto la gestione ad ognuna delle attuali società operative per il proprio segmento territoriale di competenza». Nelle stesse delibere comunali, dopo aver stabilito la sottoscrizione di quote della «società gestore unico», si dava atto che sarebbe stato «un altro soggetto operativo a gestire localmente il servizio al posto della citata società gestore unico». Il risultato pratico: mantenere in piedi otto consigli di amministrazione, otto presidenti, altrettanti direttori generali, più diciassette posizioni retribuite nei nuovi organi societari. Una struttura che i magistrati contabili avevano definito senza mezzi termini «diseconomica» ed «elusiva della volontà del legislatore».
La pronuncia della sezione di controllo del 17 dicembre approfondisce quella lettura. Le delibere comunali con cui i sindaci avevano aderito all’operazione appaiono, secondo i magistrati, «carenti di adeguate attestazioni istruttorie coerenti con le indicazioni del Tusp» e prive di «una valutazione, ad ampio spettro, della compatibilità del progetto complessivo con la situazione finanziaria dell’ente, del valore aggiunto rispetto ai propri obiettivi istituzionali e dei rischi che vi sono connessi». In sostanza, i comuni non avevano dimostrato di aver verificato la solidità dell’operazione, né giustificato adeguatamente la propria scelta in funzione di un futuro affidamento in house: un modello che richiede, tra gli altri requisiti, un controllo analogo sulla società affidataria che, avvertono i giudici contabili, «non può essere desunto dalla sola formale adesione ad un modello societario, ma deve tradursi in modalità idonee a garantire concretamente il controllo, anche in forma congiunta».
La delibera punta il dito anche su un dato concreto: le due società dalla cui fusione doveva nascere il nuovo soggetto, Si Marche e Unidra, non svolgono di fatto alcuna attività operativa.
Sul piano della governance, i magistrati rilevano come la struttura statutaria approvata dai comuni, con un consiglio di sorveglianza di nove membri e un consiglio di gestione di otto, produca «una farraginosa organizzazione societaria che appare diseconomica e risulta assai poco rispondente ad esigenze funzionali e di contenimento della spesa pubblica». Il rischio concreto, secondo la Corte, è che «il baricentro decisionale» rimanga «sostanzialmente in capo al consiglio di gestione e dunque agli operatori societari», con la conseguenza di esporre gli enti locali «al rischio di una sostanziale eterodirezione da parte dei soci gestori», ai quali potrebbero risultare «posizioni ed interessi di natura più squisitamente imprenditoriale in grado di tradursi in un condizionamento, se non in un potere di veto, in merito ad aspetti fondamentali per gli andamenti societari e per la gestione del pubblico servizio».
Nei giorni scorsi l’Aato 3 ha deliberato di affidare un incarico professionale al giurista Marcello Clarich, per venire a capo della vicenda.
Nel 2015 l’assemblea dell’Aato 3 aveva fissato come obiettivo la realizzazione del gestore unico entro il 30 giugno 2016. Sono trascorsi quasi dieci anni. La scadenza è slittata più volte, l’ultima fissata al 31 dicembre 2025 e già ampiamente superata, con la proroga definitiva al 31 dicembre 2026.
Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati