di Sabrina Marinelli
Un’infezione, scambiata prima per orticaria poi per allergia all’aspirina, è costata la vita a una donna di 72 anni.
L’azienda sanitaria è stata condannata a risarcire il figlio di 290mila euro. Con una sentenza, emessa il 24 febbraio e depositata nei giorni scorsi, la sezione civile della Corte d’Appello di Ancona ha confermato che il decesso, avvenuto nel 2011, non fu un’inevitabile fatalità, ma la conseguenza di una catena di errori diagnostici. I giudici hanno delineato un quadro di “dimissioni frettolose”. Tutto iniziò il 27 ottobre 2011 con il primo accesso della vittima al Pronto soccorso di Senigallia. Nulla di grave per il medico di turno, solo una reazione allergica. Un’orticaria per la precisione. Rimandata a casa, tornò il giorno successivo con un malessere crescente. La diagnosi: una coxalgia, ossia un dolore all’anca, e un’allergia all’aspirina. Dimessa di nuovo. Intanto il killer invisibile, la sepsi, stava avanzando. Se n’è accorto il medico nel terzo giorno consecutivo di accesso al reparto d’emergenza. Troppo tardi ormai.
Il 29 ottobre, la situazione è apparsa subito molto chiara nella sua tragicità. Con uno shock settico in corso, è morta poco dopo il ricovero in Rianimazione per un’insufficienza multiorgano.
Secondo i periti, se i medici avessero effettuato esami infettivologici già al primo o al secondo accesso, la paziente avrebbe avuto il 30% di possibilità in più di salvarsi. I giudici hanno quindi confermato la responsabilità dell’allora Asur Marche, sottolineando come l’approfondimento diagnostico fosse un atto dovuto di fronte al peggioramento dei sintomi.
La Corte d’Appello ha, però, parzialmente riformato il quantum risarcitorio. La sentenza di primo grado, emessa nel 2018, poi impugnata dall’azienda sanitaria, aveva stabilito un risarcimento di 360mila che si componeva di 140mila euro per la perdita di chance, rimasta invariata anche in secondo grado, oltre a 220mila euro per la perdita parentale del figlio, che comprendeva anche la quota ereditata dal padre, morto pochi mesi dopo il decesso della madre.
La Corte d’appello ha fissato come danno parentale la somma di 150mila euro, comprensiva della quota paterna, portando così il risarcimento complessivo a 290mila euro. La gestione liquidatoria dell’ex Asur è stata, inoltre, condannata a rifondere i due terzi delle spese legali sostenute dall’erede della vittima per entrambi i gradi di giudizio, consulenze tecniche mediche comprese.
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