
Manuela Alfano e un amico etiope mentre mangiano un piatto tipico
di Maria Cristina Pasquali
Manuela Alfano è una signora di origine italiana, nata e cresciuta in Etiopia, nostra ex colonia del Corno d’Africa, che ha condiviso con la sua famiglia una storia di vita fuori dal comune. Abita da tanti anni con i suoi cari proprio sopra il famoso ristorante “La Rincrocca”, locale del centro storico di Jesi, vicino a piazza Duomo. Questo luogo un tempo era stata una cantina, per poi diventare negli anni ‘50 la sede del Club Scherma guidato da Triccoli che poi sfornerà campioni olimpionici. In seguito si trasformò in un ritrovo di artisti tra cui anche la Valeria Moriconi. Il fratello di Manuela, la cognata e la mamma decisero ad un certo punto di rilevare e gestire il locale, proprietà del marito di Manuela, per creare inizialmente un ristorante etiope. La sua atmosfera familiare all’interno d’inverno e suggestiva fuori d’estate, è molto vivace. Vi si possono gustare ora diversi piatti italiani e internazionali, ma il più famoso resta lo “Zighini” di tradizione etiope. Questo locale caratteristico, arcinoto in città, voluto per mantenere vive certe tradizioni, la dice lunga sui proprietari.

Antonio Alfano, padre di Manuela
Quando si trasferirono dall’Italia in Eritrea i suoi bisnonni, signora Alfano?
«I genitori del nonno, Francesco Alfano, venivano da Salerno e si erano trasferiti verso la fine dell’Ottocento in Asmara. La nonna paterna era di origine sarda. I nonni materni invece si spostarono da Loreto nelle Marche più tardi, praticamente nel 1936. A due anni mia madre era già in Asmara. Dunque mio padre aveva studiato alle scuole italiane di Asmara, ma si era poi specializzato come medico in Italia e dopo vari esami, era diventato dentista. Era molto bravo e tenuto in grande considerazione, per cui fu piuttosto facile per lui affermarsi nel suo campo».
Cosa successe intorno agli anni Sessanta?
«Con l’annessione dell’Eritrea all’Etiopia, molti italiani di Asmara si trasferirono nella capitale Addis Abeba che era una città più grande con maggiori opportunità di vita e di lavoro. Anche noi ci trasferimmo. L’occupazione italiana era finita nel 1941, l’imperatore Haile Selassiè era tornato sul suo trono e aveva incoraggiato tanti italiani a ritornare in Etiopia, avendo intuito che avrebbero potuto contribuire fattivamente allo sviluppo del paese».

Quindi lei è nata ad Addis Abeba?
«No, Io sono nata ad Asmara nel 1960 perché ad Addis Abeba era un momento politicamente confuso con proteste violente per le strade. Poi ancora in fasce sono tornata ad Addis. La capitale era sede di varie scuole internazionali, i miei genitori optarono per la scuola tedesca che frequentai volentieri fino alla seconda media . Il mio sogno allora era diventare hostess d’aereo e per questo motivo volevo apprendere le lingue straniere. Invece mio fratello frequentò la scuola Italiana».
Come era la vostra vita nella capitale d’Etiopia?
«Avevamo una grande casa in città e una villetta a Langano dove erano dislocate le case vacanza del fine settimana di tanti italiani. Il grande lago di Langano era per noi il nostro mare etiope e stare a contatto con la natura, organizzare barbecue e divertirci in famiglia o con gli amici era una grande allegria e un immenso piacere. Anche se, a causa anche delle strade dissestate, ci volevano molte ore di viaggio in macchina per raggiungerlo».

Francesco Alfano, cercatore d’oro in Eritrea ai primi del ‘900
Quale era invece la vita in città?
«Dopo la scuola, eravamo immersi nella comunità italiana della capitale dove il maggior divertimento era la vita sociale e perfino diplomatica. Vivevamo in case con grandi spazi, giardini, con alberi di ensete e bouganvilles. Pomeriggi a contatto con la natura o alla piscina termale dell’Hilton oppure al circolo Juventus, ritrovo di tutti gli italiani, dove c’era un teatro, un bar, un bel ristorante e perfino campi da tennis nei quali giocava Lea Pericoli quando tornava in vacanza. Conducevamo una vita spensierata ad Addis. Riconsiderando oggi, eravamo in fondo dei privilegiati».
E i suoi genitori?
«Mio padre, Antonio Alfano, era molto stimato per il successo che aveva in città come dentista, ma anche per il suo spiccato senso umanitario. Di tanto in tanto si recava infatti gratuitamente in qualche missione a curare i bambini poveri assentandosi in quei periodi da casa proprio per dare il suo contributo agli svantaggiati. Ovviamente i missionari gli erano molto grati e lo ringraziavano spesso anche pubblicamente».

Manuela Alfano
Cosa successe a verso la meta degli anni settanta?
«Purtroppo in seguito all’avvento in Etiopia di Menghistu HaileMariam e della dittatura comunista, che spodestò l’imperatore ed espropriò tutte le fabbriche anche le professioni libere furono vietate. Nel 1975 tutti gli italiani furono costretti a rientrare in Italia e anche noi dovemmo partire. Nel corso degli anni mio padre, facendo molti sacrifici insieme a mia nonna che gestiva un negozio ad Addis Abeba, aveva comprato nel tempo una casa a Roma ma la “caput mundi” non era nel nostro destino. Trascorremmo un periodo a casa di una zia a Bologna, in quella città che a metà degli anni settanta era un crogiolo di cultura e manifestazioni studentesche».
Come siete finiti proprio a Jesi e come vi siete trovati?
«Immediatamente mio padre si mise in contatto con un amico italiano dentista che si stava trasferendo negli Usa. Lui gli propose di stabilirsi a Jesi nelle Marche, dove aveva già avviato uno studio dentistico e dove papà avrebbe potuto prendere il suo posto. Pertanto decise subito di portare tutta la famiglia a Jesi. E questo fu il nostro destino in questa città che abbiamo imparato ad apprezzare e ad amare. Purtroppo la mia preparazione scolastica, avvenuta in una scuola tedesca, non facilitò affatto l’inserimento nel locale liceo scientifico di Jesi. Ebbi difficoltà con i programmi di latino ecc e di conseguenza anche di adattamento e inserimento con i compagni, pertanto abbandonai momentaneamente la scuola per aiutare mio padre nello studio dentistico. Successivamente decisi di frequentare una scuola tecnica di operatrice turistica (avevo sempre il sogno di diventare hostess) ma poi, a causa del lavoro crescente di mio padre, presi un diploma di odontoigienista ad Ancona. Papà era molto felice del benessere che aveva creato alla sua famiglia».

Cosa successe dopo?
«Purtroppo tornato da una vacanza in Sardegna mio padre venne a mancare, in due giorni, all’età di 51 anni con grande dolore di tutta la famiglia. Questo fatto mi costrinse a prendere le redini di tutta la sua attività inclusa l’amministrazione. All’inizio mi sembrava impossibile ma poi, in seguito all’assunzione di qualche dentista professionista, l’attività proseguì tranquillamente per tanti anni in maniera duratura e con successo. Guadagnavamo bene e facevamo una bella vita, papà ci aveva lasciato bene nonostante tutto. Io sentivo per anni la sua presenza sempre dietro di me».
Come iniziò l’attività del ristorante?
«Incontrai Claudio che poi diventò mio marito. Lui possedeva una cantina che trasformammo in un ristorante. Decidemmo di portare una ventata di cucina etnica nella tradizione gastronomica marchigiana. Per far conoscere le tradizioni culinarie etiopiche. Lo chiamammo “La Rincrocca” che è il nome del vicolo su cui si affaccia. Anche mio marito si appassionò molto alla cultura etiope tanto che una decina di anni fa decidemmo di tornare insieme in Etiopia e ricordare i bei tempi della mia infanzia per poi visitarla in lungo e largo anche nelle parti che io stessa non avevo mai visto prima. Mi dispiace che questa splendida terra ancora non sia sufficientemente conosciuta dal punto di vista turistico per le sue affascinanti bellezze naturali, ma anche dal punto di vista storico e culturale e anche per la presenza di una consistente comunità italiana che si è riformata nel tempo e per il contributo che la nostra comunità ha dato allo sviluppo del paese».

Il ristorante
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