
Il colonnello Peppino Abbruzzese
di Giuseppe Bommarito*
Risale a fine gennaio l’operazione “Regina”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona e dalla Procura federale elvetica e gestita dal Gico (Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata) di Ancona, reparto d’élite della Guardia di Finanza articolato a livello regionale, competente anche, tramite il Gruppo operativo antidroga (Goa), a proposito delle indagini ad alto livello sul traffico di sostanze stupefacenti e sulla misura di confisca dei patrimoni illeciti.
L’indagine, che è tuttora in corso e promette ulteriori importanti sviluppi, ha per il momento portato all’arresto di nove persone, sette albanesi e due marocchini, fermati in un’operazione congiunta che ha coinvolto ben tre paesi europei: Italia, Svizzera e Danimarca.
Su questa indagine di eccezionale livello anche per le sue propaggini internazionali, parla, in esclusiva su Cronache Maceratesi, il comandante del Gico di Ancona, il colonnello Peppino Abbruzzese, arrivato nelle Marche nell’agosto 2023, dopo precedenti esperienze a Livorno, Arezzo e Reggio Calabria.
Come nasce l’operazione Regina?
Nasce, per derivazione, da un’altra grossa operazione ultimata nel giugno del 2023, denominata “Doppio gioco”, anch’essa gestita dal Gico di Ancona, all’epoca guidato dal colonnello Pierfrancesco Bertini. Fu pure quella un’investigazione di livello internazionale, che coinvolse le polizie di Belgio e Olanda e portò all’arresto di dodici persone, due italiani e dieci albanesi, per traffico di stupefacenti e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Una banda con base operativa nelle Marche, tra Civitanova e Porto Sant’Elpidio, un giro d’affari per 35 milioni di euro e traffici per oltre 700 chili tra cocaina e hashish.

Quale collegamento c’è tra le due operazioni?
Scoprimmo ben presto che alcuni albanesi, pure operanti tra la zona di Civitanova e il Fermano, che erano già sotto osservazione, avevano stretti contatti con altri albanesi, dimoranti nella confederazione elvetica, e improvvisamente, in quel periodo, sentendosi sul collo il fiato delle nostre indagini, si erano spostati in Svizzera, nel Canton Ticino. La cosa ci insospettì molto e tramite l’Europol, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione nel contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo nell’ambito di indagini su vasta scala, e l’Eurojust, autorità della UE per la cooperazione giudiziaria tra i paesi membri, prendemmo contatto con i colleghi e la Procura della Svizzera. Nacque così, per questa nuova indagine, una Sic.
Cosa s’intende per Sic?
L’acronimo sta per Squadra Investigativa Comune, in pratica è uno strumento di indagine, un accordo che collega forze di polizie e magistrati di più Stati per indagini transfrontaliere di criminalità organizzata. Consente alle forze dell’ordine di uno Stato dell’Ue di operare in un altro Stato (ovviamente nel rispetto delle leggi di quest’ultimo) con il quale si è stretto questo patto di collaborazione, con un reciproco e costante scambio di informazioni e di emergenze probatorie. Ad esempio, ci ha consentito di fare intercettazioni telefoniche e ambientali in Svizzera, cosa che altrimenti non ci sarebbe stata possibile. Anche se pure le intercettazioni sono sempre più difficili da eseguire perché questi criminali sempre più spesso usano costosissimi telefonini criptati, capaci anche di distruggere in pochi minuti il contenuto della conversazione appena effettuata.
A che punto è l’operazione “Regina”?
Attualmente sono in corso gli interrogatori. Abbiamo arrestato in Svizzera il capo dell’organizzazione, un albanese, e stiamo valutando il materiale sequestrato, le attività commerciali di copertura e il contenuto delle intercettazioni. Anche il flusso di denaro frutto del traffico delle sostanze è in fase di analisi, per individuare i vari canali di riciclaggio. Questo gruppo che abbiamo arrestato aveva forti collegamenti internazionali, si riforniva in Spagna di grossi quantitativi di marijuana e hashish, e nel Nord Europa di cocaina proveniente dall’America del Sud, dai paesi produttori, dove i gruppi albanesi hanno dei broker che ormai arrivano sino alla Foresta Amazzonica e trattano direttamente con i narcos della Colombia, della Bolivia, dell’Ecuador. Tutta questa droga poi veniva portata in Italia tramite corrieri, principalmente era destinata alle Marche, nella zona compresa tra Morrovalle, Civitanova e Montecosaro, l’epicentro operativo del traffico e dello spaccio. Ma arrivava per lo spaccio e lo stoccaggio anche in altre regioni italiane.
Come avveniva il trasporto nelle Marche?
Principalmente tramite camion appartenenti anche a grosse ditte della zona. I camionisti prendono 500 euro per ogni chilo di sostanza trasportata illegalmente, e quindi la tentazione di rendersi disponibili, ovviamente all’insaputa dei loro datori di lavoro, è molto forte. A volte si tratta di padroncini che usano i loro mezzi e si arricchiscono con il trasporto della droga dall’Olanda, dal Belgio, dalla Spagna, sino in Italia. Va aggiunto che essi difficilmente vengono intercettati, perché, seppure fermati per dei controlli, è quasi impossibile individuare le sostanze nascoste in qualche doppio fondo e ricoperte da enormi quantità della merce trasportata legalmente. In altri casi le sostanze vengono trasportate con auto con dei doppi fondi o dei nascondigli ricavati in qualche parte poco visibile dell’automezzo, autovetture sempre diverse e sempre prese a noleggio. Questi clan albanesi operanti nella zona di Civitanova, non a caso, sono molto dediti al noleggio di auto, al commercio di auto nuove e usate, alla gestione di autocarrozzerie, e si sono specializzati nella predisposizione di doppi fondi sempre più fantasiosi e difficili da individuare.
Gli arresti sono stati effettuati tra Italia, Svizzera e Danimarca. Che c’entra la Danimarca?
Grazie alla cooperazione internazionale di polizia venimmo a sapere che un soggetto appartenente alla “nostra” organizzazione era stato arrestato in Danimarca insieme ad un altro soggetto albanese kosovaro residente a Porto San Giorgio, che gestiva sul lungomare una rivendita di cozze. Quest’ultimo era partito con la sua auto al quale era agganciato un gommone d’alto mare, diretto verso la Danimarca. Era stato incaricato da un’altra organizzazione di matrice albanese di recarsi là, fingendosi un semplice turista interessato a qualche uscita nel Mare del Nord, in realtà per ritirare un grosso quantitativo di cocaina buttato in acqua a distanza dalla costa da qualche nave in avvicinamento ai porti danesi o in transito nella zona. Naturalmente la droga, 200 chili di cocaina, era molto bene impacchettata per evitare che andasse a fondo o si rovinasse ed era munita di un dispositivo Gps, in modo che l’incaricato alla “esfiltrazione” potesse individuarla e raggiungerla con il gommone. Per l’incaricato al ritiro della cocaina qualcosa non ha funzionato alla perfezione in questo meccanismo studiato a tavolino, tanto che, al momento dello sbarco a terra, ha trovato ad attenderlo la polizia danese che l’ha arrestato. È stato già processato e si è preso diciannove anni di carcere in primo grado. Questo arresto dimostra ancora una volta che le organizzazioni albanesi dedite al traffico ad alto livello di stupefacenti, presenti nelle Marche da molto tempo e cresciute enormemente in questi ultimi anni, oltre agli elementi “organici” al clan, dispongono anche di elementi insospettabili che vengono usati alla bisogna per il ritiro, il trasporto, lo stoccaggio della merce, per poi tornare alla loro normale attività.
Perchè la zona tra Civitanova e il Fermano è così bersagliata dai clan della malavita organizzata?
Intanto gioca il fatto che quella, divenuta un unico vasto agglomerato urbano, è una zona di confine tra le zone di operatività di diverse Procure, quella di Macerata e quella di Fermo. A volte in zona opera anche la Dda di Ancona per indagini autonome. I malavitosi lo sanno e sfruttano le complicazioni e le difficoltà della polizia giudiziaria di operare su più circoscrizioni di servizio, dovendo raccordare diverse Procure, e i tempi più lunghi che ne conseguono. Inoltre nelle zone costiere circolano molti più soldi contanti per le tante attività commerciali, turistiche e del divertimento estivo e notturno, il che agevola il riciclaggio dei proventi illeciti della droga. Pesano molto anche le possibilità enormi di riciclaggio edilizio e quello frutto di fatture false e di scontrinaggio fittizio da parte di innumerevoli attività commerciali che aprono e chiudono in tempi brevi, due o tre anni al massimo, il tempo giusto per evitare accertamenti. I tanti luoghi dediti al divertimento e al gioco d’azzardo favoriscono molto il traffico e lo spaccio di droga, specie della cocaina, che comunque attraversa tutte le fasce sociali e non è solo un fenomeno giovanile. Del resto, non è un caso che le operazioni più importanti condotte nelle Marche, “Doppio Gioco” del 2023, “No Name” nel 2024 (quella contro la mafia cinese dedita al riciclaggio) e adesso l’operazione “Regina” abbiano avuto come epicentro proprio quella zona centrale delle Marche, che può servire anche da smistamento e deposito per l’intera regione.
*Presidente Ass.ne “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”
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