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Riapre il 14 dicembre
la chiesa di San Gregorio
ma senza il capolavoro del Siciolante

ANCONA - Le porte del monumento che sorge accanto all'anfiteatro romano si spalancano dopo 46 anni. L'inaugurazione con una mostra fotografica sul sisma del 2016. Sull'altare non si staglierà però la Pala del Siciolante, ferma in una chiesetta del bergamasco, e non ci saranno neanche le altre quattro pale d'altare in custodia al comando della Guardia di finanza
martedì 4 Dic 2018 - Ore 21:18
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L’interno della chiesa di San Gregorio Illuminatore

 

L’esterno della chiesa di San Gregorio Illuminatore

 

di Giampaolo Milzi

Quarantasei anni, ed ecco una fumata bianca che definire attesissima è un eufemismo, quella per la riapertura della chiesa di San Gregorio Illuminatore (già San Bartolomeo Apostolo), fissata per venerdì 14 dicembre. Una fumata bianca, tuttavia ingrigita – così la percepiranno gli anconetani e si spera i turisti – perché nel prezioso edifico di culto sconsacrato che si affaccia su via Birarelli a fianco dell’Anfiteatro Romano, non si troverà traccia alcuna delle opere pittoriche che originariamente lo caratterizzavano. Questione che ovviamente non riguarda quelle andate perdute definitivamente nel tempo, ma quelle ancora esistenti e, in teoria, facilmente recuperabili. A cominciare dalla Pala del Siciolante, che risplendeva fino ai primi dell’800 dietro l’altare maggiore ed è relegata nella sagrestia delle chiesetta di Calcinate, in provincia di Bergamo, e di quelle ancora dimenticate in una caserma della Guardia di finanza.
Ma andiamo per ordine. La rinascita di San Gregorio/San Bartolomeo sarà battezzata con l’inaugurazione della mostra collettiva “Save terre in movimento” (venerdì 14, ore 17), su committenza della sezione Archeologia, Belle e Arti e Paesaggio della Soprintendenza unica delle Marche (in collaborazione con la Fondazione Maxxi Architettura e l’associazione Demanio Marittimo km-278). Un’esposizione fotografica, fruibile fino al prossimo 3 marzo, con gli scatti eseguiti nei territori della regione colpiti dal sisma da tre artisti: Olivio Barbieri, che allestirà il “Site specific_Marche 17 (earthquake) – Marche Terremoto 2017 2018”; Paola De Pietri con la sua collezione “Improvvisamente” e Petra Noordkam con “Fragile – Handel with Care”.
La chiesta, d’impianto cinquecentesco-settecentesco, è stata completamente ristrutturata, grazie ad un cantiere estenuante e a singhiozzo avviato nel lontano 1973, dopo il terremoto dell’anno precedente che aveva provocato gravissimi danni; cantiere che aveva subito un’accelerazione negli anni ’80; poi, tra uno stop e un altro, aveva proceduto spedito in questi ultimi anni. Spesa complessiva, a carico del Segretariato generale Marche del Mibact, quasi 1 milione di euro. In questi giorni, sotto la supervisione della Soprintendenza, tecnici e operai stanno terminando il montaggio della nuova ringhiera metallica che delimita il sagrato e si allunga sul lato sinistro fino all’ingresso dell’ex complesso Birarelli. Ma il sagrato non è più quel delizioso mini-giardino che fu realizzato quando nel 1847 la chiesa e il “fu” convento annesso furono assegnati alle Monache Armene (chiesa che in quell’occasione mutò il titolo dall’originario San Bartolomeo in San Gregorio Armeno): è una spoglia piattaforma di cemento dove resistono solo un paio di piante. Una sistemazione provvisoria, precisano dalla Soprintendenza – ma che si profila molto lunga – in quanto il sagrato verrà ristrutturato più degnamente quando, grazie a 4 milioni di euro stanziati dal Mibact, sarà avviato e completato il progetto di lavori del Segretariato generale Marche e della Soprintendenza. Progetto che prevede il totale restauro dell’ex Orfanatrofio Giovanni Birarelli (cadente e in abbandono da decenni) e le vecchissime quanto degradate casette di fronte alla chiesa, per costituire un polo per eterogenei eventi culturali ed ospitare, pare, archivi e biblioteche della Soprintendenza.

Gli operai al lavoro per gli ultimi ritocchi prima della riapertura del monumento

Il capitolo grigio-nero riguarda il mancato rientro a San Gregorio del suo gioiello più importante, la pala dipinta nel 1570 dal pittore Siciolante da Sermoneta. Un olio su tela (altezza 530 cm, larghezza 270) che raffigura la Madonna col Bambino Gesù in trono, ai lati Sant’Agnese e Sant’Agata, sotto San Paolo, San Bartolomeo, e probabilmente Sant’Antonio Abate e San Ciriaco; in basso a sinistra il mercante armeno Giorgio Morato che lo commissionò. Trafugato su ordine di Napoleone nel 1811, fu portato a Milano dai commissari del provvisorio Regno italico. Nel secolo scorso il Ministero per i beni e le attività culturali (Mibact) l’ha affidato alla Pinacoteca di Brera, che poi l’ha trasferito a Calcinate, in provincia di Bergamo.

I motivi della mancata restituzione? La verità è che da mesi è in corso una delicatissima, estenuante trattativa: da un lato la sezione architettonica della Soprintendenza unica con sede ad Ancona, che vede sostanzialmente in campo lo storico dell’arte Luigi Moriconi; dall’altro un fronte più ampio fino ad ora “vincente”, composto dalla parrocchia e dalla popolazione del paesino di Calcinate, appoggiate dal vescovo di Bergamo, che in cambio del “Siciolante” vorrebbero un’altra opera, messa a disposizione magari dalla Pinacoteca di Brera, impegnata in un imbarazzante ruolo di mediazione tra le parti. Una trattativa che ha assunto i toni, sul fronte Bergamasco, di una insensata guerricciola di campanile. Eppure, da parte anconetana, lo storico dell’arte Moriconi, pur ammettendo le difficoltà, ostenta cauto ottimismo: «Spero che la Pala del Siciolante potrà essere trasportata da Calcinate ad Ancona, con spese a carico del Comune anche per il restauro, entro l’inizio delle imminenti festività natalizie».
Sarà, ce lo auguriamo vivamente. Ma si ha la forte impressione che Moriconi, in questo braccio di ferro, sia stato lasciato solo. Non si hanno notizie di un interessamento diretto e deciso del Soprintendente Carlo Birozzi, né tanto meno dell’Arcidicocesi Ancona Osimo. Cosa c’entra l’Arcidiocesi? C’entra perché la chiesa di San Gregorio, così come l’adiacente ex Birarelli, appartengono alla Fondazione Buon Pastore, controllata giuridicamente proprio dalla Curia arcivescovile. Nel 2001 chiesa ed ex orfanotrofio furono affidati dalla Fondazione in concessione trentennale all’allora Soprintendenza regionale delle Marche (ora Segretariato). Bene: secondo fonti attendibili, la Fondazione e l’arcivescovo di Ancona-Osimo, monsignor Angelo Spina, non si sono dati da fare in qualche modo per il doveroso trasloco da Calcinate a San Gregorio della perla del Siciolante.
Che dire poi delle quattro pale d’altare che un tempo erano presenti lungo le navate laterali della chiesa e che dal 1988 sono affisse alle pareti del salone d’onore della caserma della Guardia di finanza che si estende tra piazza del Plebiscito, via Zappata e corso Mazzini? Lì ci sono finite in base ad un verbale d’accordo firmato nel 1988 dall’allora arcivescovo Maccari e i vertici delle Fiamme Gialle (autorizzato dalla Soprintendenza), che si impegnavano a promuoverne la conservazione, ad occuparsi di eventuali restauri e a restituirle su richiesta dell’Arcidiocesi. Clamoroso che l’Arcidiocesi, quella richiesta non l’abbia mai esternata, tanto più necessaria vista la più volte annunciata riapertura della chiesa di San Gregorio. Clamoroso che la questione non abbia in alcun modo toccato – fino a prova contraria – la sensibilità del soprintendente Birrozzi. Clamoroso, il tutto, perché, sebbene non capolavori, quelle quattro pale d’altare sono antiche e di elevato pregio. Uno dei quadri, tutti di autore ignoto, raffigura proprio San Gregorio l’Illuminatore (sec. XIX). I soggetti degli altri: il Sacro Cuore con Sant’Ignazio di Loiola e San Francesco Saverio (sec. XVII); San Bernardo in estasi davanti a Madonna con Bambino ed angeli (sec. XVIII), Santa Palazia in preghiera con Cristo tra due Santi (sec. XVIII).
I visitatori di San Gregorio – eretto nel 1520 con annesso convento, ad unica navata di pianta rettangolare – si dovranno “accontentare” della comunque bella scenografia costituita dalle pareti scandite da semi-colonne e lesene; dalla spaziosa volta a botte frutto finale di una risistemazione del 1760 dovuta al genio dell’architetto Francesco Maria Ciarrafoni; dalle lunette in corrispondenza delle finestre; e soprattutto, nella zona absidale, di forma ellittica, della ridonata bellezza agli stucchi, anch’essi del secolo XVIII, che rappresentano gli “angeli in gloria”, attribuiti alla scuola dello scultore romano Gioacchino Varlè. Ecco, quegli angeli sono l’unica opera d’arte che resta nella chiesa, assieme alla statua della Vergine Maria che orna la nicchia del secondo altare sul lato sinistro.

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