di Sabrina Marinelli
Barelle terminate al Pronto soccorso dove un paziente oncologico si è dovuto sdraiare a terra, non potendo rimanere seduto per i forti dolori. E’ accaduto a Senigallia lunedì, una giornata infrasettimanale di metà gennaio, lontana dal boom di accessi estivi. A rendere noto l’accaduto è stato oggi Paolo Battisti, referente del Movimento 5 Stelle Senigallia.
«Franco ha 60 anni – racconta -. Ha un tumore al colon già operato che, purtroppo, si è ripresentato. Domenica, nel pomeriggio, comincia ad avere problemi ad urinare, non si sente bene, è gonfio. Il lunedì mattina, senza disturbare l’ambulanza, sua moglie Cecilia, riesce a caricarlo in macchina e a portarlo al Pronto soccorso di Senigallia, la loro città. Sua moglie mi ha chiesto di raccontare questa storia».
Alle 8,20 circa di lunedì scorso è entrato e gli è stato assegnato un codice arancione. Per ben tre ore ha aspettato seduto su una sedia. «Il suo tumore è nella fase finale del colon quindi ha fortissimi dolori nello stare seduto – aggiunge -. Alle 11.30, finalmente, viene visitato e gli viene applicato il catetere, di cui ha assolutamente bisogno. Gli tolgono un litro e 800 di urine».
Cinque ore dopo essere entrato al Pronto soccorso, la moglie comincia a chiedere una lettiga, perché Franco non ce la fa più a stare seduto. Sta male. Le rispondono che non ce ne sono disponibili. Alle 13.45, trascorse più di cinque ore, a Franco viene fatta una ecografia con relativa visita ma continua a non trovare un letto sui cui riposare. «Questo essere umano deve stare ancora seduto, in attesa, su una sedia di metallo – insiste Battisti -. Cecilia, la moglie, continua a chiedere una lettiga su cui far riposare il marito ma la risposta è sempre la stessa: non ce ne sono libere. Il dolore aumenta. L’uomo accusa dolori sempre più forti. Gli viene somministrata una flebo di morfina. Franco sta cominciando a crollare. Sei ore seduto sono troppe per tutti, pensate per un malato oncologico che non si sente bene che sofferenza deve essere. Cecilia allora prende una coperta, la getta in terra e ci fa sdraiare il marito sopra. L’umiliazione che deve subire questo essere umano non è immaginabile. Ma è così esausto che anche il pavimento è meglio della sofferenza acuta. E la vergogna la devono provare altri, non lui». Finalmente alle 16, dopo circa 8 ore nel corridoio che porta all’astanteria (davanti alla stanza delle ecografie), un’infermiera gentilissima porta una barella per Franco. Ma il dramma di questo uomo malato non finisce qui. Perché le dimissioni arrivano alle ore 19, quasi 11 ore dopo essere entrato in ospedale.
«Un’odissea – conclude il grillino – che neanche in ospedale di un Paese in guerra un assistito dovrebbe subire. La responsabilità è di uno Stato che non tutela chi opera nel settore sanitario e che continua a ridurre gli investimenti nella sanità pubblica, preferendo aumentare altre spese, come quelle militari. A questo si aggiungono le colpe della politica regionale e dei dirigenti sanitari. L’unica via d’uscita per Senigallia, che propongo da 16 anni, è una mobilitazione civica continua e trasversale: un comitato di salute pubblica che unisca operatori sanitari, associazioni e cittadini in un’unica voce, senza colori politici, per difendere concretamente il diritto alla salute».
L’azienda sanitaria ha disposto accertamenti. «La direzione strategica aziendale della Ast Ancona comunica che ha immediatamente disposto verifiche interne al Pronto soccorso di Senigallia – spiega in una nota – al fine di approfondire quanto realmente accaduto. Sarà cura di questa direzione analizzare tutte le circostanze che hanno indotto il paziente a dover optare per questa soluzione, cosa che appare di straordinaria gravità dal momento che analoga situazione non si è mai verificata presso l’ospedale Principe di Piemonte di Senigallia».
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