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Tracce della Sindone a Matelica,
nuovi misteri sulla reliquia

DUE QUADRI, una reliquia sacra sparita nel nulla e un abate matelicese del Cinquecento: sono questi gli inediti legami tra quello che è considerato il sudario di Cristo e la città. Sono stati evidenziati nel corso di un convegno
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Due quadri, una reliquia sacra sparita nel nulla un secolo fa ed un abate matelicese del Cinquecento, don Egidio Sernicoli: sono questi gli inediti legami tra la sacra Sindone, il sudario che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù crocefisso e la città di Matelica. Sono stati evidenziati nel corso di un convegno dedicato alla reliquia più studiata di tutti i tempi. Nella sala è stata esposta una copia del lenzuolo, realizzato con lo stesso tessuto dell’originale. Sono stati esposti anche i risultati delle ricerche più recenti, che però non chiariscono il mistero che da sempre avvolge la Sindone, oggetto di controversie riguardo alla sua autenticità. E’ stato l’ingegnere Massimo Rogante a presentare alcuni aspetti tecnici delle ricerche. Ha parlato degli studi da lui svolti con metodi di ricerca neutronica. Si è ancora fermi alla datazione fatta nel 1988 con il carbonio 14, che colloca il reperto tra ilo 1260 ed il 1390. Non sono stati considerati la presenza di funghi e microrganismi, il fatto che ci fu un incendio nel 1500 a cui la Sindone fu esposta e che hanno potuto influenzare il risultato, trascurando ad esempio la possibile presenza di lignina, che avrebbe dato indizi su una possibile realizzazione in epoca medievale. Secondo quanto esposto da Rogante la ricerca resta aperta e ad oggi non ci sono dati scientifici definitivi per dire che sia dell’epoca di Cristo o di altre datazioni. E’ stata rilevata sul lenzuolo di lino la presenza di cristalli di ematite pura, che allontana la possibilità che siano stati artisti a dipingere l’immagine con ossido di ferro. Sui fili prelevati dalla Sindone sono stati trovati aloe e mirra. Ripercorrendo altri studi Rogante ha ricordato come si sia giunti alla conclusione che la Sindone non sia stata prodotta con mezzi disponibili ad un forgiatore medievale. E’ esclusa l’ipotesi che la superficie di lino corrispondente ad un corpo umano sia stata riprodotta con l’uso di un singolo raggio laser, perché servirebbe una potenza che non può essere espressa da nessuna delle sorgenti laser sinora note.

A Matelica come evidenziato dall’appassionato di storia ed arte locale Matteo Parrini si trovano tracce della Sindone in due dipinti. Il primo è la Crocifissione di Giovanni De Carris, protagonista di una mostra nel 2015 al Piersanti, dove il Cristo raffigurato ha il piede sinistro sopra il destro, dettaglio che fa pensare ad una conoscenza della Sindone, da parte dell’artista. Il secondo è un vecchio dipinto che fino agli anni Venti del Novecento era nella cattedrale Santa Maria Assunta, poi finito nel palazzo vescovile. Raffigura la Vergine in trono, circondata da santi e risale all’inizio del diciassettesimo secolo. San Romualdo mostra la Veronica ed ha sulla spalla sinistra la croce con avvolto il sudario di Gesù. Un altro elemento è il cosiddetto reliquiario del Volto Santo, conservato per due secoli a palazzo Piersanti, oggi sede del noto museo, poi donato dall’ultimo erede della famiglia al Capitolo della Cattedrale, che sparì nel nulla nel 1918 e da allora non se ne è saputo più nulla. Ultimo anello del legame tra la Sindone e Matelica l’abate benedettino Egidio Sernicoli, che chiamato a dare un parere sulla Sindone dal cardinale Paleotti, nel 1580 pose la distinzione tra reliquie di opera umana, come la Madonna di Loreto e di opera divina come la Sindone, sostenendo che le reliquie più sacre erano state risparmiate dalla furia distruttrice di armate e catastrofi. Il professor Enrico Simonato, segretario del Cis, ha mostrato un video spiegando che i campioni prelevati dalla Sindone nella parte più esterna presentano una datazione più recente e in quella più interna sono più antichi, questi ultimi sono soggetti a maggiore possibilità di errore. Ha affermato che è inutile fare nuovi test se non si comprende che vi possano essere sostanze, come funghi, alterazioni, elementi chimici non rilevati, che fanno da schermo ad una corretta valutazione: «Quando avremo capito questo, potremo allora pensare anche a rifare il test, se no per testardaggine faremmo test su test, finché magari arriveremo a dimostrare che la sindone è del I secolo d.C., ma non avremo più la Sindone, tagliuzzata in mille campioni». Sono intervenuti il vescovo di Fabriano-Matelica Stefano Russo, l’assessore comunale Cinzia Pennesi, i sacerdoti matelicesi don Piero Allegrini e don Lorenzo Paglioni, gli esperti del Cis (centro studi sindonologici) di Torino.

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