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«Conero, un patrimonio incredibile
che è stato chiuso a chiave
Così lo si condanna all’abbandono»

L'INTERVISTA - Francesco Burattini, probabilmente la più esperta guida del monte e del suo territorio: «In città mi considerano un rompiscatole perché mi continuo ad opporre alle attuali politiche di Ente Parco e Regione che dal ‘97 regolano le escursioni. Il punto è che la sua zona di riserva naturale integrale è troppo vasta e preclude ai visitatori la parte più bella e ricca di particolarità storiche e naturalistiche. Vietarla è una condanna alla dimenticanza»
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La Grotta ombrosa

 

di Marco Benedettelli

Non ha dubbi Francesco Burattini, probabilmente la più esperta guida del Conero e del suo territorio: «In città mi considerano un rompiscatole perché mi continuo ad opporre alle attuali politiche di Ente Parco e Regione che dal ‘97 regolano le escursioni sul Monte. Il punto è che la sua zona di riserva naturale integrale è troppo vasta e preclude ai visitatori la parte più bella e ricca di particolarità storiche e naturalistiche. Vietarla è una condanna all’abbandono, alla dimenticanza».

Francesco Burattini

Nella sua casa di Camerano, dove ci accoglie per questa intervista, pendono su una parete una schiera di attrezzi da arrampicatore, imbrachi e moschettoni. Sul tavolo, un mucchietto di mappe impilate. La prima guida del Conero Burattini l’ha scritta nel 1985, la più recente è uscita lo scorso novembre,  “Conero. I sentieri del lavoro e del piacere”  il titolo, coi contributi di Rita Reggiani e Gaia Pignocchi e le foto di Franco Paolinelli. Un tomo di oltre 440 pagine che raccoglie lo sconfinato patrimonio dei nostri “stradelli” e che all’aspetto cartografico aggiunge approfondimenti di geologia e archeologia, storia, gastronomia, nonché capitoli dedicati a ritratti e fatti sulle persone che quel monte a forma di balena verde lo hanno vissuto, dandogli un’anima. Un libro che è quasi una enciclopedia sul territorio e sui piaceri che la sua conoscenza sprigiona. «L’aver pubblicato quei sentieri non è certo un invito ad avventurasi nella riserva integrale e alla trasgressione. Oggi ci sono certe regole e vanno rispettate. Sarebbe equilibrato piuttosto mantenere la riserva integrale solo sulla parte bassa del versante a mare, tra l’Altare e la Frana della Vella ma al di sotto della Traversata a mare  – ribadisce Burattini, che è Istruttore nazionale di alpinismo e socio Cai da più di quarant’anni  –  Il Parco invece oggi è inaccessibile in un’area che dal crinale sommitale del monte scende fino al mare. Là in mezzo ci sono le bellezze più incredibili, i siti di archeologia industriale, l’ex cava Davanzali sulla spiaggia delle Due Sorelle, il Romitorio di San Benedetto, il sentiero dell’Altare, che potrebbe avere non meno di 900 anni e fu per secoli il primo accesso da monte alla costa nel bacino delle Velare. Lungo il sentiero della Traversata a mare si incontra il vero Passo del Lupo, l’antichissimo romitorio e una chiesa rupestre che potrebbe risale all’anno Mille. O la pietra dell’Abbate, vertiginoso punto panoramico. In questi luoghi, sì che si dovrebbe permettere una fruizione controllata ma libera e consapevole».

Burattini all’ingresso del Buco del diavolo

Al contrario,  per spingersi nella radura della riserva integrale bisogna chiedere permesso all’Ente Parco, con alla mano una valutazione di impatto ambientale firmata da un tecnico. Chi trasgredisce rischia addirittura una denuncia penale. «È un vero peccato, perché se il Monte non lo vivi, poi non lo conosci. E tutto si perde e si dimentica. Mentre dovremmo rendere accessibile il suo patrimonio, e non chiuderlo a chiave – spiega Burattini – Io ho potuto terminare la sua esplorazione molto prima che il Piano del Parco entrasse in vigore nel ‘97. Nel ‘93 avevo già tutti i miei rilievi, appunti e fotografie. Oggi  svolgo dei monitoraggi per conto del Cai e Parco e nient’altro». E poi c’è il problema sicurezza. Nell’area non ci sono cartelli, sebbene in tanti non abbiano smesso di avventurarsi fra la sua boscaglia. Cronache alla mano, capita non di rado così che qualcuno si perda, con tutte le conseguenze del caso: intervento dell’elicottero, della forestale, dei vigili del fuoco e del soccorso alpino. «Col Conero non si scherza, è montagna vera – continua – Bisogna prestare massima attenzione, assumersi le proprie responsabilità, prendere precauzioni. Ci sono pericoli oggettivi, quando il vento supera i 15 nodi per esempio potrebbero scendere blocchi di varie dimensioni; proprio in questi giorni è precipitato sulle svolte del Sentiero delle Due Sorelle un intero pino d’Aleppo. E allora non bisogna andare. L’ultimo terremoto mi ha colto sul Passo della Croce, ho visto venire giù dei massi niente male, ma quello fu un evento accidentale; per il resto deve prevalere prudenza e conoscenza dei pericoli.

Le Due Sorelle viste dalla spiaggia dei gabbiani

Burattini  elenca e collega riflessioni tecniche e geografiche a dati storici e topografici col respiro di chi il Monte ce l’ha dentro: «Lo vivo da sempre. Eppure posso dire di conoscerne meno della metà. Ho una mappa in un cassetto, lì ho tracciato tutti i sentieri che ho scoperto. È un reticolo incredibile che in parte però si sta perdendo. In questo periodo mi sto dando all’esplorazione del versante occidentale, lungo il Fosso Boranico, il Fosso della Tomba, quello del Condotto e dei Mulini. Scopro tesori che non immaginavo, strettoie, grottini, vecchi ruderi nascosti, briglie dei secoli scorsi per il contenimento dei flussi d’acqua». Le meraviglie del Conero sono infinite. Un suo attraversamento è anche un viaggio nel tempo, tra i forni neolitici emersi dagli scavi qualche anno fa e poi di nuovo ricoperti, le incisioni rupestri protostoriche sopra Pian dei Raggetti, i misteriosi e imponenti cunicoli sotterranei del Buco del Diavolo, la cava romana, i romitori e le tracce dei monaci nell’anno Mille, i ruderi lasciati dagli eserciti di tutte le guerre. E poi i sentieri dimenticati, quello millenario dell’Altare o quello aperto nel1921 delle Due Sorelle, il 302 nelle mappe, che passa sopra la spiaggia, disseminato di archeologia industriale, coi segni dei cavatori di pietra nel ‘900.

Paleo frana sottomarina in-Valle Ombrosa

«Voglio qui parlare di un sito estremamente bello, dove la natura si esprime ai  massimi livelli. L’ultima volta che ci siamo stati una bellissima poiana ci si è parata davanti. È la Valle ombrosa – sottolinea Burattini – ci si arriva da un sentiero antichissimo, a tratti inciso nella roccia, con cenge, scalette e grottini, che porta nel cuore selvaggio del Conero. Qui in un canalone fuori dallo stradello si apre un’incredibile cavità, occultata dal gioco di prospettive e dalle cascate d’edera, la “Grotta ombrosa”, insieme ai miei amici esploratori l’abbiamo scoperta con grande stupore a seguito di meticolose esplorazioni. La si nota solo quando ci si trova al suo cospetto». Bianca, immersa in una perenne ombra e quindi ombrosa, è incastonata fra meraviglie geologiche. Ci sono gli affioramenti di maiolica, la roccia più antica visibile sul Conero. E in fronte al suo ingresso si scorge nitido il grande fossile di una frana sottomarina, una nicchia affusolata come un occhio, disegnata su un dirupo da primordiali sedimenti plastici di roccia. «La Grotta ombrosa è misteriosa, i monaci medioevali non l’hanno mai tracciata sui loro documenti – ricorda la guida – Probabile che fosse un nascondiglio da tenere celato, soprattutto dagli approdi dei pirati. Probabile sia stato un rifugio per banditi, che conoscevano a menadito i segreti più intimi del Monte. Il Conero nel ‘700 ne era infestato. Le piste che si diramano dalla zona e si perdono nella selva le girano alla larga, quasi a volerla tenere lontano dagli occhi. Di quegli stradelli rimangono solo antichi segmenti qua e là. Oggi, data la mia età, ho 68 anni, mi sono deciso a pubblicare tutte le mie conoscenze, prima che finissero nel dimenticatoio e nell’oblio». La sua passione per il monte Conero è nata da bambino, quando il nonno cavatore di pietra e agricoltore lo portò per mano sul Passo del Lupo: «Ricordo perfettamente l’emozione. Da allora non ho mai smesso di esplorare».

Quello che resta dell’ex molo Davanzali

Stratificazioni di maiolica in Valle ombrosa

Dentro la Grotta ombrosa

Il Puntone o Pirolo

 

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