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Il Piano pandemico del 2007
aveva già previsto tutto
«Forse se lo sono dimenticato?»

LA REGIONE 13 anni fa aveva stilato un documento per fronteggiare l'eventuale diffusione su larga scala di un virus influenzale. L'allora assessore regionale alla sanità Almerino Mezzolani: «Facemmo un ottimo lavoro, eravamo preparati. Però non saprei dire se oggi siano partiti da lì o se lo siano scordati. Non voglio giudicare». La sofferenza delle terapie intensive, la necessità di proteggere gli operatori sanitari, e il numero di contagi e decessi erano già nero su bianco
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Luca Ceriscioli, Guido Bertolaso e Angelo Sciapichetti alla fiera di Civitanova durante la presentazione del covid center

 

«Nella settimana di maggiore afflusso circa 300 persone necessiterebbero di ricovero in terapia intensiva e molte di queste ammissioni richiederebbero l’utilizzo di respiratori meccanici».  Era stato tutto ampiamente previsto da ben 13 anni. Non certo che tipo di agente patogeno specifico avrebbe scatenato la pandemia, ma in che proporzioni si sarebbe diffuso tra la popolazione e in quale misura avrebbe sofferto il sistema sanitario era già stato messo nero su bianco. Eppure ci siamo fatti trovare impreparati. Perché? E’ questa una delle domande che ancora oggi cerca risposte. La tesi che il coronavirus ci sia piombato addosso manco fosse un terremoto o uno tsunami non regge. Sarebbe più corretto dire che ci siamo fatti cogliere di sorpresa. Avevamo tutti gli strumenti e le conoscenze per rispondere con più efficacia a questo attacco, ma non l’abbiamo fatto.

Il piano pandemico regionale approvato dalla Regione nel 2007 (clicca sull’immagine per leggerlo integralmente)

La stima delle persone che sarebbero finite in terapia intensiva nelle Marche in caso di una pandemia influenzale era infatti già contenuta nel Piano pandemico regionale approvato dalla Regione Marche il 26 novembre 2007, governatore Gian Mario Spacca. Un documento consequenziale all’approvazione nel 9 febbraio 2006 del Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale. Pagine che a leggerle sembrano scritte l’altro giorno. A conti fatti. Si stimava, infatti, che nella peggior settimana della pandemia sarebbero stati necessari 300 posti di terapia intensiva.  «Sulla base di queste stime – è scritto ancora nel Piano – si può supporre che il Sistema sanitario regionale e, in particolare, le terapie intensive potrebbero trovarsi in difficoltà durante il picco epidemico per la durata di 2-3 settimane». Una precisione impressionante. Dai noi il picco è stato raggiunto il 2 aprile scorso con 305 persone ricoverate tra terapie intensive e sub intensive e come previsto, essendo partiti da 115 posti letto di terapia intensiva (poi portati fino a 170 con la riconversione di alcuni ospedali in Covid hospital e al netto dell’astronave che si sta realizzando al centro fiere di Civitanova), il sistema è andato verso il collasso. Inoltre il Piano prevedeva nella settimana di picco 1.300 ricoveri, il primo aprile ne abbiamo raggiunti 1.155, anche in questo caso incredibilmente vicini alla stima. E ancora, 13 anni fa si era detto che una pandemia influenzale nella Marche avrebbe potuto contagiare nella 11esima settimane 7.241 persone, oggi siamo a 6.452 casi e se si considera il 25 febbraio come giorno del primo contagio ufficiale, siamo nel piano dell’undicesima settimana. Infine «una simile pandemia potrebbe essere responsabile di circa 2.000 morti (numero minimo 1.362, numero massimo 2.998)» era scritto nel Piano. Oggi contiamo 948 vittime ufficiali, ma potrebbero essere anche molte di più.

Personale al Covid hospital di Civitanova

Questo per quanto riguarda gli scenari d’impatto di una pandemia influenzale nella nostra regione. Ma il piano andava anche oltre ipotizzando le azioni necessarie per ridurre quello stesso impatto. Dalle più generiche, come distanziamento sociale, isolamento dei contagiati e uso di protezioni individuali, fino a quelle più specifiche, individuando nelle famiglie e negli ospedali i centri di maggior importanza per il contenimento o la diffusione del virus. Proprio ciò che è accaduto 13 anni dopo. «In fase pandemica conclamata – è scritto nel documento del 2007 – l’isolamento domiciliare dei soggetti con sintomatologia non critica garantisce una maggiore assistenza e una minore diffusione del virus. In questi casi sarà fondamentale il compito del personale di assistenza territoriale, che dovrà garantire in modo continuato l’informazione e l’assistenza ai soggetti in isolamento e ai loro familiari». Le Usca (Unità speciali per la continuità assistenziale) sono state attivate e con molti problemi di dotazione di dispositivi di protezione solo il 7 aprile, ben oltre il picco pandemico. Capitolo operatori sanitari. «L’uso appropriato dei dispositivi di protezione in caso di pandemia (in particolare delle mascherine) – è scritto sempre nel Piano del 2007 – è di estrema importanza per tutelare la salute  degli operatori sanitari e delle persone esposte. Il loro corretto utilizzo deve essere conosciuto ed esercitato». Sappiamo come è andata a finire, nonostante queste raccomandazioni. Insomma, il Piano aveva già dato una serie di indicazioni molto precise, sia dal punto di vista dell’impatto sul sistema sanitario e quindi della risposta che sarebbe stata necessaria, sia della azioni per contenere il contagio: evitare il più possibile l’ospedalizzazione a favore dell’isolamento domiciliare, individuare i contagi e tenere sotto controllo tutti i contatti stretti, proteggere il personale sanitario. Cosa è successo in 13 anni, ci siamo dimenticati tutto?

I posti letto negli ospedali delle Marche (dati ministero della Salute)

 

«Non mi permetto di giudicare – esordisce Almerino Mezzolani, assessore regionale alla Sanità nel 2007 contattato da Cronache Maceratesi – questo virus è molto subdolo e ha colto un po’ tutto il mondo di sorpresa, poi c’è chi ha risposto prima e meglio e chi dopo. Il sistema sanitario della Marche ha risposto col massimo sforzo possibile. Certo con quel piano facemmo un ottimo lavoro, eravamo preparati. Però non saprei dire se oggi siano partiti da lì o se lo siano scordati».

Almerino Mezzolani

Dalle parole dell’attuale assessore regionale Angelo Sciapichetti, non si può dire che il Piano sia stato dimenticato. «La pandemia ci ha obbligato a ragionare in maniera diversa – spiega – lì si ragionava in termini di proiezioni, ma nel 2007 non era neanche minimamente pensabile quello che poi è effettivamente avvenuto oggi». Ancora una volta, dunque, la tesi di un evento eccezionale e imprevisto. Che regge poco o niente. Difficile dunque trovare una risposta esaustiva alla domanda sul perché ci siamo fatti trovare impreparati. Di sicuro c’è che nel sistema sanitario pubblico si è investito molto poco negli ultimi anni. Le risorse a disposizione sono state sempre meno, con inevitabili conseguenze su vari aspetti. Un dato su tutti quello dei posti letto negli ospedali: nelle Marche siamo passati dai 6.406 del 2010 ai 5.231 del 2018 (dati del ministero della Salute). In otto anni è sparito il 18% dei posti letto, quasi un quinto del totale in pratica. Un ultimo avvertimento arriva dal Piano del 2007 e dovrebbe farci riflettere sulla fase 2 che abbiamo appena iniziato. «L’esperienza europea e nazionale delle precedenti pandemie – si legge nel documento – mostra che l’influenza si è diffusa in due ondate che hanno interessato due stagioni invernali, con il maggiore impatto durante la seconda».

(Redazione Cm)

 

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