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«Non potevo uscire di casa, né lavorare»:
marito a giudizio per maltrattamenti

ANCONA - Il racconto in un aula della vittima, originaria del Bangladesh: «Un giorno mi ha tirato anche contro la bici dei nostri figli, non sono potuta andare al pronto soccorso»
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«Non potevo uscire con altre donne bengalesi, non potevo lavorare e lui non mi dava soldi». Sono gli stralci della testimonianza resa questa mattina in tribunale da una donna originaria del Bangladesh di 32 anni. Imputato per maltrattamenti in famiglia è il marito, connazionale e di otto anni più grande di lei. E’ nel giugno del 2018 che la vittima ha sporto denuncia contro il coniuge dopo due mesi di vessazioni e soprusi, subiti tra le mura domestiche, ad Ancona. Il primo maggio di quell’anno, per esempio, lei ha ricordato di essere stata aggredita dal 40enne: lui avrebbe tirato contro la bici dei loro due figli piccoli, presenti alla scena. La donna era stata colpita alla testa. «Non sapevo come muovermi, non sapevo l’italiano, era tutto chiuso quel giorno: non sono andata in ospedale, ma mi sono medicata a casa». Il giorno dopo si era recata dal medico, il quale le aveva detto di correre al pronto soccorso per eseguire esami approfonditi. «Mio marito non mi ha fatto andare. Al dottore  – ha detto la donna – non avevo detto che era stato lui, ma un incidente in casa». Il giorno prima della denuncia, sporta il 23 giugno, la vittima ha raccontato di essere stata minacciata con una lama da cucina. «Mio marito mi disse: “prima ti accoltello, poi vado in carcere”. Non voleva neanche che lavorassi: avevo trovato un impiego in un negozio di frutta e verdura vicino a casa, ma lui me lo ha impedito. Ho iniziato a fare la sarta nel mio appartamento». I due avrebbero iniziato un percorso di riconciliazione. La difesa è sostenuta dall’avvocato Pietro Sgarbi. Udienza aggiornata al 28 ottobre.

(fe.ser)

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