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Enedo Spa annuncia esuberi e delocalizza:
«Ci sono altri strumenti per superare la crisi»

OSIMO - Stamattina la protesta dei lavoratori con i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm dopo l'apertura della procedura di mobilità per 35 degli 85 impiegati e l'annuncio della chiusura di reparti da trasferite nel sito produttivo della Tunisia. Una decisione giustificata dall'azienda con la necessità di tagliare i costi per i rincari e la difficoltà a reperire i materiali nel post Covid. Lunedì convocato un incontro nella sede di Confidustria per iniziare le trattative sindacali: si punta ad attivare gli ammortizzatori sociali
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I lavoratori ella Enedo spa oggi in presidio di protesta davanti allo stabilimento di Osimo

 

La crisi pandemica, l’aumento esponenziale del prezzo dei materiali, la difficoltà a reperirli, sono elementi di disturbo che stanno mandando in affanno la ripartenza dell’economia globale. Un rallentamento nella ripresa economica che sta mettendo in difficoltà anche la Enedo Spa di Osimo (ex Efore ed ex Roal) che ha avviato la procedura di mobilità, annunciando 35 esuberi su un organico di 85 dipendenti, oltre  alla chiusura di alcuni reparti da delocalizzare in Tunisia, giustificandoli con il necessario taglio dei costi. Una settantina di lavoratori della spa questa mattina ha incrociato le braccia per protesta sul piazzale esterno dell’azienda, operativa nella zona industriale della frazione osimana di San Biagio. La società produce sistemi di alimentazione e riserve energetiche, alimentatori per i server industriali e per l’illuminazione a led degli stadi sportivi. Ha sede legale in Finlandia ma l’azionista di maggioranza è svedese, ed è proprietaria di tre stabilimenti distribuiti in vari continenti. Il settore impiegatizio è concentrato nel sito di Osimo, in Italia; la produzione dal 2007 è stata avviata nello stabilimento con 200 dipendenti in Tunisia; c’è poi una filiale negli Usa, per lo più imperniata sulle vendite e sulla commercializzazione.

Se entro 40 giorni non sarà trovato l’accordo sindacale, il passaggio successivo sarà quello di coinvolgere le istituzioni, in primis la Regione Marche, con la convocazione al tavolo territoriale di confronto e  mediazione tra i vertici aziendali e le organizzazioni sindacali. Il conto alla rovescia è già iniziato e scadrà a fine dicembre. I rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm a fianco dei lavoratori stanno pertanto cercando di tagliare i tempi. «Abbiamo previsto un incontro con l’azienda per lunedì prossimo, 25 ottobre nella sede di Confindustria Ancona nella speranza di trovare una soluzione – conferma Sara Galassi (Cgil Fiom Ancona) – poi torneremo ad incontrare i lavoratori in assemblea come abbiamo fatto questa mattina. In base a quello che succederà lunedì decideremo se mantenere lo stato di agitazione e proclamare un nuovo sciopero, che potrebbe essere programmato già per venerdì prossimo. L’azienda madre ha deciso di tagliare i costi traslocando il magazzino, l’ufficio controllo e quello acquisti in Tunisia, dove negli anni si sono prodotte le vere inefficienze e perdite secondo quello che ci è stato riferito. Con i lavoratori ci chiediamo se lo stabilimento tunisino, già in sofferenza di bilancio e di produzione, sia in grado di affrontare le prossime sfide di mercato, tenuto conto che il know out aziendale è invece tutto in Italia, a Osimo. Come potrebbero riprodurre le stesse professionalità in Tunisia?»

Per la Fiom, però, c’è anche altro. «Quello che non quadra – prosegue Sara Galassi – è che con l’apertura della procedura di mobilità non solo viene prevista la chiusura di alcuni reparti ma in quasi tutti gli uffici vengono indicati esuberi di personale. Questi tagli non permetteranno di fare funzionare l’azienda e questo potrebbe diventare pericoloso, perchè potrebbe portare ad una successiva e definitiva chiusura dello stabilimento di Osimo. Nel breve periodo dobbiamo risolvere la questione dei possibili licenziamenti ma la nostra preoccupazione va ben oltre. L’azienda ci ha garantito che lunedì ci incontrerà, ma non è detto che sia pronta a ritirare la procedura».

Anche Danilo Capogrossi (Cisl Fim Ancona) teme sviluppi più drastici. «Comprendiamo che le difficoltà che sta vivendo la Enedo Spa sono frutto di una situazione compromessa da una crisi generalizzata, anche perché realizza prodotti destinati soprattutto al mondo degli eventi sportivi e dei concerti, fermi per molti mesi proprio per l’emergenza sanitaria, – evidenzia – Ma la vera situazione critica è legata alla produzione tunisina che scarica perdite e costi sul sito di Osimo, impegnato a gestire gli aspetti più tecnici, dal controllo qualità alle vendite. Altro problema è che l’azienda non è del territorio, è di proprietà di fondi d’investimento a maggioranza svedese, perciò con una mentalità non mediterranea del lavoro. Come organizzazioni sindacali abbiamo chiesto di utilizzare la cassa integrazione ordinaria o straordinaria e una riorganizzazione del lavoro. – sottolinea Capogrossi – Spostare tutto il lavoro in Tunisia è la soluzione? Per noi la cura potrebbe essere diversa: utilizzare l’ammortizzatore sociale e capire bene come recuperare in questo anno, nel frattempo rendere più funzionale l’azienda. Magari qualcuno può decidere anche di andarsene in maniera incentivata».

«Avere la possibilità di salvare anche un solo posto di lavoro, deve diventare un dovere morale da parte di tutti. – aggiunge Boris Basti (Uil Uilm Ancona) – La richiesta di esuberi è arrivata all’improvviso, senza neanche la presentazione di un piano industriale. Parliamo di un’azienda con professionalità elevate, età media dei dipendenti 40-50 anni. La maggior parte di loro è rappresentata da ingegneri che producono idee per prodotti da realizzare poi in Tunisia. Non siamo quindi d’accordo su questa ristrutturazione aziendale. Temiano anzi che questa strategia possa portare ad un evento successivo. L’amministrazione delegato, che se n’è andato 15 giorni fa ed è stato sostituito da un general manager, ci ha segnalato questo situazione di crisi con perdite di fatturato e ricavi, complicata dall’emergenza Covid, la stessa che stanno vivendo molte altre aziende. Vogliamo pensare che siano collegati a un frangente passeggero anche per la Efore la difficoltà di reperire materiale per portare le produzioni avanti, le carenze di materie prime, il picco dei prezzi maggiorati fino a quasi il 350% ci hanno detto. Se l’azienda risponde, anche con un numero di dipendenti giusti, probabilmente riusciremo a mantenere il sito di Osimo». Lunedì quindi il confronto si sposta nella sede di Confidustria Ancona.

 

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