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Renato Frontini, long Covid e telemedicina:
«Da quasi un anno lavoro su me stesso
Ai no-vax dico, visitate una Rianimazione»

OSIMO - Il titolare dell'Agrigest è stato ricoverato a febbraio 2021 nel reparto di terapia intensiva di San Benedetto e mentre era intubato la SarsCoV2 si è portata via sua madre. «La mia vita è cambiata tantissimo e oggi ho un rapporto più fraterno verso gli altri: ascolto anche chi non è d'accordo con me. La pandemia però ha fatto crescere la rabbia tra la gente: forse si è parlato troppo senza mostrare le immagini di quello che succede davvero negli ospedali»
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Renato Frontini

 

Sedute di fisioterapia e telemedicina per la riabilitazione respiratoria che scandiscono la routine quotidiana. Stanchezza fisica, ansia ma anche tanta speranza di guarire dai postumi lasciati in eredità dall’infezione SarsCoV2. E’ la sindrome del ‘long Covid’ che a distanza di mesi continua a tormentare chi ha vissuto sulla propria pelle gli effetti della pandemia. L’osimano Renato Frontini, 64 anni, è uno dei guariti dal Covid 19 che in questi giorni di festa e serenità ha trovato la forza di raccontare la sua esperienza. Il titolare della Agrigest di San Biagio di Osimo, persona molto attiva sia come presidente dell’associazione T.E.R.R.A. di Marche che come componente della giunta di Confcommercio Marche, a settembre del 2020 si era anche candidato alle elezioni regionali. A febbraio del 2021  ha scoperto di essere positivo e in pochi giorni si è ritrovato intubato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di San Benedetto del Tronto.

Frontini, lei ha trascorso 31 giorni in terapia intensiva…

«Il mio 2021 è stato segnato da questa esperienza terribile, spero che il 2022 sia l’anno della vera ripartenza per tutti, anche per me. Il 16 febbraio dell’anno scorso ho scoperto di essere positivo, come la maggior parte dei miei familiari. Sono stato ricoverato prima all’ospedale di Torrette, ad Ancona ma nel giro di pochi giorni sono finito intubato a San Benedetto. Ricordo come fosse ieri il momento del risveglio davanti al personale sanitario, il 6 marzo, vestito come se ci fosse stata un’esplosione nucleare. La stanza dalle pareti azzurre mi sembrava bellissima, sentivo le loro voci ma non sapevo dove mi trovavo, senza neppure poterlo chiedere perché non potevo parlare. E’ stata una sensazione forte, indelebile».

Che cosa le è rimasto dentro di quei giorni difficili a distanza di quasi un anno?

«Intanto i gesti di gentilezza e umanità del personale sanitario dell’ospedale di San Benedetto. Appena mi sono svegliato un medico mi ha subito tranquillizzato, rassicurandomi che a casa stavano tutti bene e che mi sarei ripreso. Sono stati i miei angeli custodi, uomini e donne che nonostante le tante ore di lavoro continuavano a sorridermi e a dirmi parole di conforto anche se mi trovavo a letto completamente immobile, a stringermi la mano. Ho sentito una felicità immensa quando finalmente la dottoressa mi ha annunciato che sarei stato estubato. Così ho ricominciato a parlare e ho potuto ringraziare a voce tutti, medici, infermieri, Oss che svolgono un lavoro silenzioso su cui da tempo si sono spenti i riflettori di giornali e tv. Voglio rivolgere un abbraccio sincero agli angeli invisibili, alle dottoresse Tiziana e Stefania, alle fisioterapiste Simona , Alessandra e Chiara che mi hanno fatto fare i primi passi e a tutti gli infermieri. La mia famiglia che non ha mai perso la speranza, come i tanti amici e parenti che nelle ore più difficili non smettevano mai di chiamare a casa. Tante altre persone mi hanno sostenuto a distanza con le loro preghiere e poi con le loro parole di conforto che mi hanno dato in quei giorni difficilissimi la forza di vivere. Appena dall’ospedale sono riuscito a telefonare a casa e con mia moglie Sandra ci siamo sciolti in un pianto di gioia. Quando sono stato dimesso sapevo già che la strada sarebbe stata lunga. Ma io sono tenace».

Lei è riuscito a sconfiggere il Covid, sua madre invece non ce l’ha fatta…

«Ho saputo che non era più con noi solo quando ho lasciato l’ospedale. Il giorno che sono rientrato a casa ha parlato con le mie figlie, la luce dei miei occhi, erano contente ma ho capito subito che c’era qualcosa che non andava. E’ stato in quel momento che mi hanno comunicato che purtroppo mia madre non ce l’aveva fatta. Era stata ricoverata prima di me all’Inrca di Ancona. Il giorno successivo a quello dell’intubazione, io ero in coma per il Covid, lei veniva portata via dal virus. Forse se oggi sono qui lo devo anche a lei che mi avrà protetto come ha sempre fatto sin dal mio primo vagito. E’ stato qualcosa di invisibile che è difficile anche raccontare».

E’ vero che un no-vax ha perfino tentato di convincerla che il Covid è una fake news?

«In Italia c’è libertà e ciascuno può credere a quello che vuole. Si, mi è anche accaduto di parlare con un no-vax dopo aver lasciato l’ospedale. Pur conoscendo la mia storia clinica tentava di convincermi che il ‘Covid 19 non esiste’. Come ho reagito? Non ho proprio risposto o meglio ho fatto riferimento alle parole di Papa Francesco: vacciniamoci per aiutare anche gli altri. L’unica soluzione è vaccinarsi, facciamolo senza remore, il virus fa meno paura, non priviamoci di un’arma che può aiutarci a sconfiggere il nemico anche se ancora ci vorrà del tempo. Forse i no vax, i no-green pass dovrebbero visitare un reparto di terapia intensiva per poter smontare ogni genere di tesi complottista, per valutare con dati oggettivi qual è la reale situazione. Bisogna veder le persone contagiate che piangono mentre vengono intubate, che lottano disperatamente per vivere, sentirle gridare la propria solitudine lontano dagli affetti. E’ necessario percepire una stretta al cuore mentre si vedono portare via le salme nei sacchi neri dal letto vicino a quello dove sei degente. Altrimenti è difficile far cambiare idea a chi pensa che erano vuote le bare di Bergamo portate via dai militari, immagini terribili che abbiano tutti visto scorrere nei tg. Non è che informandosi sui social media o nella rete si trova la verità assoluta in tema di diritti e scienza. Forse però si è parlato troppo in questi due anni, senza mostrare le immagini di quello che succede davvero negli ospedali».

Come è cambiata la sua vita dopo la malattia?

«E’ cambiata tantissimo. Ho toccato la morte con mano: sono andato in arresto cardiaco più di una volta mentre ero in ospedale e mi considero un miracolato. Ero in salute prima di essere contagiato al coronavirus, non avevo patologie ne’ assumevo medicine, i medici dell’ospedale di Torrette stentavano a crederci e me lo hanno chiesto più volte. Tra le prime immagini che mi sono comparse nella mente appena risvegliato dal coma, oltre ai visi dei miei familiari c’è stata quella sorridente di padre Francesco Lenti, che da ragazzo aveva fatto il militare con me. Da anni veste il saio francescano. Appena sono stato in grado di muovermi, a maggio, ho voluto andare a trovarlo nel convento di Assisi. Parlare con lui, entrare in una stanza del convento con le tonalità azzurre mi ha fatto bene».

E’ tornato al lavoro?

«Per due mesi dopo il ritorno a casa non avevo l’energia fisica per assolvere alle funzione più banali del quotidiano. Ho preferito lasciare che mia moglie e mia figlia si occupassero l’attività economica di famiglia e mi sono concentrato su di me, su quello che avrei voluto fare per riprendere in mano la mia vita. Ricordo la tristezza provata quando ha cercato di mangiare da solo afferrando il cucchiaio ma non riuscivo a portare alla bocca. Ci ho messo impegno per tornare autonomo e continuo a farlo con grandi aspettative: grazie alla telemedicina dell’Inrca di Ancona ho potuto seguire da casa le sedute di riabilitazione respiratoria. Senza spostarmi in auto, senza inquinare e rispettando l’ambiente. Una tecnologia medica innovativa che dovremmo sfruttare al massimo. Sto meglio ma gli strascichi del ‘long Covid’ ancora li sento tutti».

Buoni propositi per il 2022?

«Spero di andare presto in pensione e di dedicare parte del mio tempo alla politica ma anche al volontariato, magari anche tornando in terapia intensiva per esprimere una parola di conforto a chi si trova su un letto, per tenere la mano a chi ora sta combattendo, come è accaduto a me, contro il virus. Oggi ho un rapporto più fraterno verso il prossimo: parlo e ascolto tutti anche chi non è d’accordo con me. Non posso non costatare che Covid ha fatto crescere la rabbia tra la gente, che forse è arrivato il momento di fermarsi e ritornare a vivere in una dimensione più umana e tollerante. Per farlo è necessario però avere senso critico per decodificare quello che ci accade attorno. Pensiamo con il nostro cervello, non con quello degli altri».

(m.p.c.)

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