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In fuga dalla guerra,
Olena ha riabbracciato la mamma
«Ora sono al sicuro ma il cuore è in Ucraina»

LA STORIA di una baby sitter di 34 anni, scappata dalle bombe russe piombate nel distretto dove viveva, nel circondario di Kiev. Da ieri si trova a Falconara, a casa della madre e del suo compagno. Il racconto del viaggio, fatto di paura e disperazione, degli affetti lasciati in patria (il compagno e il fratello) e una speranza: «Spero di trovare lavoro, di poter accudire qualche bambino»

Lo scoppio e la densa nuvola di fumo vicino a un parco nella foto diffusa dalla presidenza ucraina. Kiev, 24 febbraio 2022

di Giampaolo Milzi

Tante delle ore degli ultimi giorni di guerra le ha passate chiusa in bagno, lo spazio più sicuro, perché privo di finestre, della sua casa a Petropavliska Borshahivka. E ora che è davvero al sicuro, a Falconara Marittima, ora che la guerra se l’è lasciata indietro migliaia di chilometri, Olena Mamenchuck non vede l’ora di tornare in Ucraina, «perché mi mancano tanto le passeggiate nella mia città (6500 anime, uno dei tanti piccoli centri satellite della capitale Kiev, ndr), mi manca la bimba che accudivo, il mio coniglietto e i mie due uccellini e poi, certo, anche mio fratello e il mio compagno». Olena è una dei tanti fortunati profughi che- nonostante la presenza incombente delle forze militari russe, nonostante il funzionamento a singhiozzo dei corridoi umanitari, nonostante un viaggio per strade molte volte secondarie – ce l’hanno fatta a trovare un po’ di pace in Italia.
Trentaquattro anni, un viso candido con due bellissimi occhi celesti che solo da qualche ora, a tratti, si illuminano, Olena è da ieri ospite nella villetta nel quartiere di Villanova dove abitano sua madre Larissa e il suo convivente falconarese. Ma in quegli occhi le sono rimaste impresse scene ed immagine terribili: la contraerea che dal suo paese tentava, talvolta con successo, di abbattere in volo i missili targati Putin diretti all’aeroporto militare e alla cittadina vicina alla sua; le persone disperate, frastornate, disorientate nella lunghissime file al confine con la Polonia, «molti, soprattutto anziani, trasportati in carrozzina o in barella perché non riuscivano più a reggersi in piedi»; una mamma che spingeva il proprio figlioletto nella finestra aperta dell’affollatissimo treno diretto a Varsavia, col rischio di non poterlo più ritrovare; un’altra mamma che invece il suo bimbo lo aveva già perso, smarrito; «alcune ragazze che per gli stenti e la paura, vomitavano, svenivano e che tentavo di tranquillizzare».

Un viaggio duro, in un’atmosfera cupa, un po’ in auto, un po’ in autobus, poi il treno fino all’aeroporto della capitale polacca dove è salita sull’aereo per Bologna, grazie al biglietto che la mamma le aveva prenotato. Faceva la baby sitter, Olena, dopo aver insegnato a bimbi e ragazzini in un paio di scuole, a 4 chilometri da Kiev. «Ed ora che sono qui, penso di restarci almeno un mese, perché questa guerra sarà ancora lunga, e spero di trovare qualche bambino da accudire, insomma, di continuare a fare la baby sitter anche a Falconara».
Già, i più piccoli, quelli che assieme agli anziani stanno soffrendo di più a Kiev e in tante altre città ucraine.

Pensa anche e soprattutto a loro, Olena, «sono così innocenti, così fragili», tanti quelli che hanno perso la vita nei bombardamenti. Ma ricorda anche i gesti di solidarietà di cui ha beneficiato durante questa suo itinerario da odissea. Come quello dei volontari polacchi che l’hanno accolta per una notte a casa loro, una volta passata la frontiera. Come la buona organizzazione delle associazioni e istituzioni umanitarie che, sempre lungo la linea di confine, assicuravano cibo, bevande e medicine ai profughi che ne avevano più bisogno. «La colpa della situazione devastante, terribile che da 18 giorni caratterizza la mia Ucraina? Di Putin e del suo amico Lukashenko, presidente della Bielorussia.  Sanno solo usare la forza militare e fare propaganda. Ma l’aggressione che hanno scatenato gli si ritorcerà contro». Il fratello e il fidanzato di Olena sono rimasti in Ucraina, per l’addestramento militare. «E se i russi tenteranno di entrare dentro la città di Kiev troveranno il nostro esercito preparatissimo, assieme a tanti civili armati, pronti a respingerli». Pensa già alla fine della guerra, Olena. «A prescindere dall’esito, ci sarà tantissimo da ricostruire. Quando sono passata sul ponte che attraversa il fiume e collega le due principali zone di Kiev ho visto una gran distruzione. E poi, quando non si sparerà più, ci saranno chissà quante mine da disinnescare». Olena ci saluta accennando un sorriso, tenendo per mano la mamma e sperando di poter tornare alla sua cittadina, Petropavliska Borshahivka. «La prima settimana di guerra ce l’ho fatta a tirare avanti, ma poi ero rimasta isolata nel mio quartiere semi deserto, ricordo con gran pena due anziani e quel maledetto coprifuoco».

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