Una medaglia per Alfredo Nigro:
l’agente eroe trucidato nelle foibe

SENIGALLIA - La figlia Laura racconta la storia del padre che per tanti anni ha creduto disperso. Il 10 febbraio la cerimonia in Comune

Alfredo Nigro

di Sabrina Marinelli

Il 1° maggio 1945 Alfredo Nigro, ufficiale di polizia, uscì di casa per raggiungere la caserma Galilei di Trieste e non vi fece più ritorno.
Ad attenderlo, inutilmente, la moglie Flora e la figlia Laura. La madre, che viveva con loro, morì il giorno prima per un ictus. Quella mattina Flora lo pregò di non andare. Non era sicuro. Lei aveva paura. Lui non esitò. Aveva la responsabilità di 27 ragazzi che non poteva abbandonare al proprio destino. Rimase al loro fianco fino all’ultimo. Morì da eroe a 33 anni, trucidato dai partigiani jugoslavi. A lungo, però, rimase disperso. Si seppe tanti anni dopo che era una delle vittime della foiba di Basovizza. Quella mattina del ’45 la moglie Flora chiamò anche il cugino. Lo mandò da Alfredo per convincerlo a rincasare. Nemmeno lui tornò.
Il 10 febbraio il Prefetto di Ancona, presso la sala consiliare del Comune di Senigallia, consegnerà alla figlia una medaglia d’onore, conferita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla memoria dell’ufficiale di polizia barbaramente ucciso.

Laura Nigro e il presidente Massimo Bello

A presiedere la cerimonia sarà Massimo Bello, presidente del consiglio comunale. Alfredo Nigro era nato nel 1912 ad Arpaise, nella provincia di Benevento. A Senigallia, quello stesso anno, venne alla luce Flora Principi.
Si incontrarono a Napoli dove la giovane senigalliese era andata a trovare la zia. Fu subito amore e dopo cinque anni convolarono a nozze. Alfredo voleva diventare magistrato, Diede l’esame e andò bene ma avrebbe dovuto attendere. Non c’erano posti disponibili. Accettò quindi il comando della caserma triestina. Partirono. A Trieste nacque Laura. Quella mattina del 1° maggio 1945 non aveva ancora tre anni. «Arrivarono a casa due uomini, un italiano e uno slavo – ricorda Laura Nigro –, quest’ultimo colpì con il calcio del fucile il telefono appeso alla parete. Io gridai, dicendo che era del mio papà e lui mi colpì con lo stivale facendomi finire dalla parte opposta della stanza». Le sue ultime parole. Laura Nigro smise di parlare all’incirca per un anno e mezzo. La paura di quel giorno e lo choc per il padre, sparito nel nulla, la portarono a chiudersi in un lungo silenzio. Lei e la madre si salvarono grazie alla vicina di casa, slava. Disse a Flora: «prendi la bimba e vattene». Lei così fece. Con la piccola avvolta in una coperta, salì su un carro merci diretto a Senigallia. Non prese altro. Visse a lungo Flora Principi, a cui la guerra portò via anche il padre. Nel 2012 raggiunse il secolo di vita. Alla festa per i suoi 100 anni arrivò anche l’allora sindaco Maurizio Mangialardi a farle gli auguri. Morì prima di raggiungere i 101 anni.
La figlia Laura, che ha trascorso la maggior parte della sua vita a Senigallia, arrivata piccolissima, è diventata un’insegnante.

Alfredo Nigro con la figlia Laura

«Vivo ancora nella casa in centro storico che era stata di mia nonna. Le miei radici e la mia vita sono qui. Mio padre – aggiunge – è risultato disperso per tanti anni poi scoprirono che finì nella foiba di Basovizza. Mi aiutò molto il senatore Menia, incontrato casualmente in un convegno. Mi disse che avrei dovuto chiedere alla Questura di Trieste di mio padre, poi mi fece avere una fotografia del famedio dove, tra le persone decedute nelle foibe, veniva ricordato anche lui. C’era il suo nome. Io e mia madre avevamo fatto altre ricerche ma non lì.  Il senatore è stato l’artefice di tutto perché, raccontandogli la mia storia, mi spiegò dove cercare e che avrei anche potuto fare domanda per ottenere che il nome di mio padre venisse ricordato pubblicamente. L’ho fatta e lui mi ha seguito durante l’iter. Tutto è andato a compimento con mia grande soddisfazione. Questo aiuto esterno e insperato mi ha portato a capire e a conoscere come erano andate le cose. Non posso dire esattamente quando ho scoperto l’accaduto. Di sicuro nel 1993 a noi risultava ancora disperso. Ci tornò una lettera quell’anno, in cui veniva definito ancora così. La certezza l’abbiamo avuta più tardi quando la storia stessa si è rivelata sulle foibe e su chi fosse finito lì, soprattutto chi portava la divisa. Mio padre era un ufficiale della polizia».
Alfredo Nigro non aveva aderito alla Repubblica di Salò ma segretamente sosteneva il comitato di liberazione. «Per tanti anni non ho saputo di preciso cosa gli avessero fatto poi ho iniziato a documentarmi ed è stato agghiacciante – aggiunge la figlia -. Per me domenica sarà come partecipare a quel funerale che non ha mai avuto». In biblioteca alle 16 leggerà dei brani per ricordare le foibe e l’esodo dei dalmati e istriani. Quando è morta la madre, Laura ha fatto inserire sulla lapide anche una foto del padre, con su scritto “morto nelle foibe”.  Un giorno al cimitero ha notato una madre con il bambino. E’ rimasta in disparte, non si è intromessa. «Il bambino ha chiesto: dov’è il paese Foibe? – racconta Laura Nigro – la madre ha risposto che non lo sapeva. Forse voleva solo preservarlo da quell’orrore. E’ stato giusto così. Nemmeno io ancora l’ho raccontato ai miei nipoti. La mia testimonianza però la condivido spesso perché non bisogna dimenticare».

 

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