Riaffiorano affreschi a Casa Leopardi,
risalgono al ‘500-‘600
«Scoperta da brividi di meraviglia»

Olimpia Leopardi in Biblioteca con l’affresco scoperto
di Alessandra Pierini
Da secoli i muri di Casa Leopardi a Recanati conservano la loro magia e conservano lo spirito del tempo di Giacomo Leopardi, il sommo poeta che in quella casa ha abitato. Oggi si va oltre. Questa mattina, in una di quelle stanze intrise di poesia, di versi e di memoria viva, dopo due anni di accuratissimi lavori, è tornato alla luce un affresco della fine del sedicesimo secolo.
Una restituzione importante da cui ha preso forma la Sala degli Antichi, un rinnovato spazio che valorizza il percorso di visita della Biblioteca. Un’apertura che consente ai visitatori di ammirare da vicino un ambiente restituito alla sua originaria identità storica e artistica e probabilmente di osservare quell’ambiente come lo vedeva Giacomo Leopardi.

La presentazione della sala
I lavori di rinnovamento dell’apparato decorativo di questo ambiente che determinarono la scelta di coprire gli affreschi ritrovati furono eseguiti, infatti, soltanto nel 1841 (e dunque dopo la morte del poeta), come annotò Monaldo Leopardi nel suo diario scrivendo: “si è restaurata la piccola sala del mio appartamento annesso alla Biblioteca”. È quindi plausibile che il poeta abbia potuto vedere e apprezzare questi decori prima che venissero occultati.
«Dedichiamo questi ritrovamenti – ha annunciato commossa Dina Rufini Leopardi – a mio nonno Vanni che per le scene che ritraggono li avrebbe apprezzati tantissimo».

Gregorio Rufini Leopardi durante la presentazione
La presentazione della Sala, alla presenza delle autorità da tutta la provincia, si è svolta questa mattina al secondo piano di Casa Leopardi. A moderare gli interventi Gregorio Rufini Leopardi.
È stata la contessa Olimpia Leopardi, discendente del poeta, a spiegare il senso di questa operazione che ha visto un impegno importante: «Da sempre la nostra famiglia persegue la missione della salvaguardia dei luoghi amati e abitati da Giacomo; quelli in cui ha sognato, studiato, immaginato, poetato e vissuto gli anni che gli furono più dolci. In quest’ottica, ma senza aspettarci in principio nulla di straordinario, abbiamo deciso di intervenire con un importante lavoro di ripristino murario in quella che, dal 1898 era comunemente nota come “Sala dei manoscritti”.
Il nome deriva dal fatto che Giacomo Leopardi (l’omonimo nipote del Poeta) l’ha ampliata, modificata e arredata con il gusto dell’epoca per celebrare la grandezza dello zio, esponendo in quello spazio copie di manoscritti leopardiani e prime edizioni. Le case antiche riservano sempre sorprese, nel bene e nel male. La scoperta che oggi abbiamo il piacere di condividere con il pubblico è una di quelle che fanno venire brividi di meraviglia nel momento in cui si inizia a intravederne il potenziale e a sperare che non sia solo un’illusione».

La restauratrice Stefania Camilletti
Quando, nel 2024, iniziarono i lavori, l’intenzione era quella di riportare alla luce un decoro ottocentesco e per restituire alla sala l’aspetto che aveva perso: «Quello che invece non potevamo immaginare – ha spiegato la contessa Leopardi – era di imbatterci in nuovi colori, tanto brillanti quanto inattesi. Con estrema cura e pazienza avviammo il lavoro di scopritura, per capire se veramente fossimo davanti a qualcosa di leggibile o se fossero solo mere tracce di antiche decorazioni; un lavoro che ha lentamente cominciato a mostrarci qualcosa che sembrava anelasse a vedere la luce».
A questo punto è iniziato il restauro è fatto di bisturi, scalpellini, consolidamenti continui e tempi di posa e asciugatura: un lavoro accuratissimo ma lento, che non consente impetuosi balzi in avanti raccontato con emozione profonda dalla restauratrice Stefania Camilletti che ha preso a prestito le parole di Cesare Brandi nella Teoria del Restauro per sottolineare: «L’opera d’arte sussiste ma non esiste finché non entra nella coscienza. Dobbiamo riflettere su quante vite rimangono inespresse e questa opera ce lo ricorda».

Lo storico dell’arte Stefano Papetti presenta le opere ritrovate
Guida d’eccezione alle opere tornate alla luce lo storico dell’arte Stefano Papetti: «Una scoperta – ha detto – che consente di recuperare un tassello importante della cultura figurativa marchigiana tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, quando questo territorio non era provincia ma era nel pieno Stato Pontificio. Non bisognava andare lontano per rintracciare i protagonisti del mondo dell’arte. Molti di loro erano coinvolti nel cantiere per la Basilica di Loreto».
Papetti ha mostrato agli ospiti come siano emersi sotto uno strato di ridipinture successive due livelli di intonaco dipinto a mezzo fresco: il più antico risale agli inizi del Cinquecento e presenta una decorazione a imitazione di un tessuto damascato, «l’animalier molto prima di Dolce&Gabbana» l’ha definito la contessa Leopardi; il più recente, da collocarsi fra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, propone un elaborato impianto decorativo eseguito da una equipe di pittori locali.

Dettaglio dell’affresco
L’intervento di restauro è stato lungo e complesso, in particolare per la difficoltà di rimuovere gli strati di intonaco sovrapposti al ciclo cinquecentesco nel corso dei secoli successivi: infatti per coprire un’immagine precedente e favorire l’aderenza dei nuovi intonaci, venivano effettuate delle picconature, che ovviamente degradavano il dipinto sottostante, ma permettevano una migliore adesione del nuovo intonaco.

Sala degli Antichi con una parte dell’affresco scoperto in Biblioteca
Sulle pareti dipinte oggi riportate alla luce, grandi specchiature marmoree esaltano le cariatidi in bronzo dorato e inquadrano le nicchie figurate nelle quali sono disposte immagini di sculture allegoriche che rappresentano la Carità e la Sibilla. Queste figure incorniciavano le scene più grandi, delle quali sopravvive soltanto una mutila Cacciata di Adamo dal Paradiso Terreste: sulla cornice superiore si succedono una veduta marina in cui campeggia una nave con il motto biblico “In te confido”, sovrastata dalla Allegoria della Fortuna, e scene di caccia e di pellegrinaggio all’interno di un paesaggio che ricorda quello appenninico.

Tra i primi visitatori il rettore di Unimc John McCourt
«È la vita che scorre – sottolinea Stefano Donati, ingegnere architetto che segue la famiglia da più di 20 anni – Le stanze cambiano destinazione: nascono i figli, si succedono i capofamiglia, mutano le abitudini e le necessità. Di conseguenza, gli spazi si adeguano. Essendo una dimora storica, essa vive e cambia insieme a chi la abita. E, proprio come un vestito, si trasforma anche con il mutare del gusto. Questo restauro è cruciale proprio perché attribuisce il giusto valore alla stratificazione storica e ai mutamenti del tempo. A monte di questo singolo tassello c’è un’opera incessante di conservazione, restauro e strenua difesa di un patrimonio che è, innegabilmente, uno dei fulcri culturali più importanti della nostra regione e non solo. Parliamo del luogo in cui ha vissuto una delle figure più alte e universali della poetica europea: Giacomo Leopardi, un genio che ha segnato per sempre, e a livello mondiale, la storia della letteratura».
La nuova Sala degli Antichi, figlia di questa scoperta, rappresenta ora un ulteriore motivo di interesse per studiosi, visitatori e appassionati, rinnovando il dialogo tra memoria, arte e identità in uno dei luoghi più emblematici della cultura italiana.



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