facebook rss

Ricostruzione, Univpm lancia master
e workshop residenziale sul cratere

TERREMOTO - L'ateneo dorico nel team delle 40 università italiane che studieranno un percorso operativo per il recupero delle zone colpite dal sisma dei mesi scorsi e per eleborare strategie contro l'abbandono delle aree interne
lunedì 13 marzo 2017 - Ore 17:31
Print Friendly, PDF & Email

La facoltà di Ingegneria della Politecnica

 

Un master universitario per la ricostruzione e contro l’abbandono dei territori interni. Quaranta i dipartimenti e centri di ricerca di altrettanti atenei italiani, compresa la Politecnica delle Marche, coinvolti ed un workshop residenziale sulle aree del cratere dei terremoti dei mesi scorsi. Nasce così il primo master “Città e territorio”, esperienza unica in Italia, che si propone di offrire alta formazione specializzata per affrontare i problemi dei territori a rischio, per eventi sismici, per dissesti idrogeologici, per degrado e abbandono delle aree interne. Ad aderire da subito al progetto sperimentale ed innovativo, 40 dipartimenti e centri di ricerca di altrettanti atenei, aderenti alla Siu, Società italiana degli urbanisti, l’Inu, Istituto nazionale di urbanistica, al quale sono iscritti migliaia di dirigenti comunali, provinciali e regionali e professionisti, l’Istao, che coinvolge imprenditori ed esperti, il Censu, al quale aderiscono gli ordini professionali degli ingegneri.

Il master, riconosce 60 crediti formativi e 1.500 ore di didattica, fornita dai più noti capiscuola italiani dei settori coinvolti, provenienti da tutti gli atenei del Paese, e da esperti impegnati in enti pubblici. Verrà organizzato anche un workshop residenziale per la formazione avanzata sulle problematiche della ricostruzione nelle aree del cratere. Un ciclo di seminari, laboratori e testimonianze di esperti per costituire un supporto organico, e non casuale o improvvisato, alla popolazione dei luoghi. Un master, quindi, che potrebbe avviare un workshop permanente, una fucina di riflessioni operative condivise per gestire la ricostruzione, dopo l’emergenza. Una struttura di raccordo tra gli abitanti dei luoghi (con le loro radicate attività di allevamento, agricoltura di pregio, turismo, commercio di qualità), le rappresentanze sociali, le amministrazioni locali, dotate di pochi tecnici e pochi mezzi, le Regioni, il Commissario governativo. Un inedito processo di partecipazione per le aree del cratere, che ripartirà da alcuni percorsi virtuosi già tracciati in occasione del post-sisma nelle Marche, in Emilia Romagna ed in Umbria.

In tale contesto possono trovare spazio tutte le più avanzate tecnologie, che rendano meno soli, meno abbandonati, e non più avviati verso una fase terminale di declino, i territori della diffusione. Con un sistema di monitoraggio avanzato, capace di allertare gli abitanti e gli enti di pronto intervento sui potenziali effetti a cascata generati da eventi sismici, da grandi dissesti franosi, valanghe, tracimazioni di fiumi e torrenti. Vanno dunque individuati, in modo puntuale, disegnati anche a scala di dettaglio, scenari di assetti che definiscano il rapporto tra aree costruite ed aree libere, spazi dove ubicare gli edifici pubblici e le strutture di emergenza, i nodi viari, lontani da rischi di possibili crolli di murature o di versanti franosi, in grado di garantire l’accessibilità interna o esterna, anche in condizioni di calamità naturali, i sistemi a rete volti ad assicurare la fornitura del servizio anche in situazioni di forti fenomeni meteorologici avversi.

In Italia, in occasione di eventi sismici che hanno generato grandi tragedie, si è persa spesso l’occasione di avviare nuovi modelli e progetti di sviluppo, in grado di cogliere le esigenze di protezione dai rischi e di sostegno all’economia, espresse dagli abitanti dei luoghi, e dare risposte adeguate nella fase successiva del processo di ricostruzione. Le diversissime esperienze, da quelle del lontano 1908 di Messina e Reggio Calabria, del 1915 di Avezzano, a quelle del Friuli del 1976, dell’Irpinia del 1980, di Ancona nel 1972, dell’Umbria nel 1980, delle Marche del 1997 e dell’Aquila nell’Aprile 2009, della Pianura Padana del 2012, non possono essere trascorse invano. Cosa è oggettivamente in gioco? L’abbandono definitivo di gran parte delle aree interne del centro Italia. Il costo, in termini umani, culturali ed economici, è insostenibile.

Print Friendly, PDF & Email
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page



X