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Palombina, scolmatore sequestrato
per malfuzionamenti
Indaga la procura

ANCONA – Stamattina sono stati posti i sigilli dai carabinieri forestali ad una delle 8 condotte di Multiservizi
martedì 18 aprile 2017 - Ore 19:03
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Il sequestor del nucleo forestale dei carabinieri

I sigilli alla condotta Multiservizi

 

 

di Federica Serfilippi

(foto Giusy Marinelli)

Inchiesta sugli sversamenti in mare: la procura ordina il sequestro di uno scolmatore sulla spiaggia di Palombina. È questo l’ultimo tassello dell’inchiesta che negli ultimi due anni ha portato la magistratura ad indagare sul flusso di liquami riversati sul litorale anconetano e falconarese a seguito dall’apertura delle condotte invase dalle acque piovane. I carabinieri forestali hanno posto stamattina i sigilli di sequestro allo scolmatore di Multiservizi situato all’altezza dello stabilimento Ondanomala, al confine con il comune di Falconara. È un provvedimento eseguito dopo una serie di perizie e accertamenti effettuati sugli 8 canali presenti su tutto il litorale, martoriato ogni estate da sversamenti e conseguenti divieti di balneazione. Il canale sotto la lente della procura sarebbe, secondo primissimi riscontri, l’unico ad avere dei problemi strutturali. Rispetto alle altre, questa condotta fognaria presenterebbe delle pendenze anomale per cui, anche in caso di piogge minime, entrerebbe in azione scaricando in mare i liquami. Per ora, sono solo dei sospetti. Le prime conferme arriveranno con ulteriori approfondimenti da parte dei forestali. I militari dovranno effettuare riscontri a livello misurativo e valutare se la realizzazione del manufatto ha seguito il progetto, rispettando le pendenze necessarie ad azionare il canale solo in determinate situazioni. Lo scolmatore dovrebbe entrare in funzione quando l’acqua piovana supera di ben tre volte la portata dell’acqua di fogna. Questo, secondo una prima ipotesi, non avverrebbe per il canale posto sotto sequestro. Di qui, l’apertura dopo pochi minuti di pioggia. Le indagini che hanno portato ai sigilli è iniziata nel 2015, quando in procura era stato depositato da parte del falconarese Bruno Frapiccini (Movimento 5 stelle) e dell’avvocato Annavittoria Banzi un esposto per fare chiarezza sul funzionamento degli scolmatori azionati anche in presenza di piogge leggere. Di lì, l’avvio dell’inchiesta che piano piano si è ingigantita sempre di più, allargandosi al litorale anconetano anche a causa di altri esposti. Il fascicolo è sempre rimasto senza indagati. L’entrata in azione degli scolmatori ha come conseguenza il divieto più odiato in estate dagli operatori e dai bagnanti: lo stop ai tuffi. Una limitazione che negli ultimi anni è stato una sorta di ritornello per gli stabilimenti della costa, tanto che gli operatori della Coba (Cooperativa bagnini) hanno chiesto più volte all’amministrazione Mancinelli la necessità di un’ordinanza più snella per tornare il prima possibile in mare. Attualmente, l’iter è lungo: dopo l’apertura degli scolmatori, i tecnici dell’Arpam devono prelevare dei campioni d’acqua e poi portarli nei laboratori per analizzarli. Nel frattempo, scatta il divieto. Viene tolto, quando le analisi confermano la balneabilità dell’acqua. Insomma, devono passare almeno 48 ore per il ritorno ai tuffi senza rischiare danni per la salute.

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