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Quarant’anni d’arte,
il racconto di un curatore

FABRIANO - Giuseppe Salerno, curatore d'arte di origine romana, ci racconta cosa vuol dire fare questo mestiere per quarant'anni. Cavalcando anche i cambiamenti tecnologici, il mutare del senso estetico, alla ricerca della voce pura e critica degli artisti.
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Museo Internazionale dell'Acquerello di Fabriano.

L’incontro al Museo Internazionale dell’Acquerello di Fabriano del 3 febbraio

 

Giuseppe Salerno, curatore d’arte attivo a Fabriano da molti anni

 

di Sara Bonfili

«“Curatore” è un termine vago tanto quanto “artista”, io però vorrei spiegare le ragioni e gli incontri fortuiti che mi hanno portato a organizzare 400 eventi d’arte in quarant’anni di attività». Il curatore Giuseppe Salerno ha presentato la propria esperienza nel Museo Internazionale dell’Acquerello di Fabriano, incontrando un pubblico di appassionati d’arte, nel museo istallato a cura dell’associazione InArte con oltre 300 opere di acquarellisti da tutto il mondo. Quattro chiacchiere e un video per mostrare iniziative che dagli anni Ottanta in poi avevano lanciato il dibattito su arte e mezzi di comunicazione, dando il là alla sua vita tutta particolare di curatore e organizzatore di eventi d’arte.

Giuseppe Salerno, come si diventa un curatore d’arte?

«Nella vita vi sono accadimenti che, dettati dal caso, contribuiscono a dar senso alla nostra esistenza. Quando, sul finire degli anni ’70, scoprii per puro caso il piccolo borgo di Calcata, in un istante mi trovai davanti agli occhi qualcosa di cui da sempre avevo avvertito la mancanza ma che mai avevo cercato. Calcata fu lo scenario nel quale esercitare la costruzione, la creazione, il luogo dove, azione dopo azione, il futuro e l’immaginazione assumevano forma. “Calcata, scoperta e invenzione. Provino per un futuro reame” fu la manifestazione del 1982 che segnò l’avvio della rinascita del piccolo borgo. Nel 1990 ci fu il carnevale degli artisti che realizzarono i loro mini-carri su biciclette, passeggini, carriole e carrelli della spesa, adatti agli stretti vicoli del paese». «Poi – prosegue Salerno –  il Primo ed unico Congresso Internazionale delle Befane, con il coinvolgimento di sette artiste internazionali, nel 1983 la fondazione di Vecchia Calcata, la più piccola galleria d’arte del mondo, di soli tre metri per quattro».

Quale fu il punto di svolta nel tempo che i “tuoi” artisti si trovavano a raccontare?

Le “befane” impersonate da artiste internazionali

«Al tempo era l’Arte Telematica la novità, che anticipava la dimensione virtuale della rete, ed io la promuovevo. Alcuni artisti, raccolti attorno al movimento “Tempo Reale” tra il 1986 ed il 1990, interagivano a distanza avvalendosi dei nuovi strumenti di comunicazione per creare opere d’arte e molte rassegne di Arte Collettiva che diverse dalle espressioni più tradizionali riuscivano ad avvicinare all’arte anche chi era molto lontano. Poi tanti altri eventi organizzati a Calcata, a Roma all’Ara Pacis e nel Parco della Musica; dal “Mese degli Spaventapasseri” festeggiato in contemporanea da centinaia di artisti in 14 località e lanciato da Fabriano, alle cento valigie di “Artisti con Bagaglio al Seguito”, spunto per performance con un pubblico di oltre mille e cinquecento persone, fino ad “Artisti a Tutto Tondo”, “Città Avite”, “Ricomincio dall’Albero”, la mostra fabrianese “Ri-cicli, Bici d’Autore”, poi “Materia e Sapere”, “La Polvere e le Stelle” e altre avventure a tema organizzate in giro per l’Italia».

Il tuo è un lavoro di traduzione del linguaggio degli artisti per il pubblico, un modo per promuovere l’arte a tutti i livelli, d’ideazione di eventi, o cos’altro?

«Gli artisti, gli unici che esprimono liberamente un libero pensiero, sono una risorsa preziosa ma la società non riserva loro alcun ascolto. So bene che gli artisti, sollecitati dalla realtà che li circonda, non necessitano di altri stimoli per manifestare la propria visione critica, ma è mia convinzione che un più stretto rapporto tra loro possa generare un grande valore aggiunto al ruolo sociale dell’arte e migliorare in questo modo anche la società, attraverso l’ultimo baluardo di coscienza critica che l’umanità va ogni giorno perdendo. Nel tempo ho maturato delle scelte e preso questa direzione ben precisa. Poi sono anche attratto dai meccanismi che portano, nel tempo, al divenire del prodotto artistico, e così ho organizzato manifestazioni come “Sopraffactions” (2009), un progetto nato a Fabriano, che impegnava tre artisti nel portare a termine ciascuno quattro opere a parete e poi scambiarsele per realizzarvi sopra i propri lavori. Perché non esiste realtà che emerga dal nulla e che non sia un rimaneggiamento del preesistente».

 Per te il pubblico che imporanza ha?

«Chi assiste a manifestazioni corali d’arte e di punti di vista diversi scaturiti da una medesima sollecitazione è illuminato: voglio dire che vede crescere in sé la coscienza della complessità, la sola in grado di salvaguardarci dalle semplificazioni, che la società e la comunicazione di massa veicolano. L’arte è vita, l’artista rielabora quanto vissuto, questo penso e vorrei che lo capisse più gente possibile. In più lo spettatore è un coprotagonista nell’arte degli ultimi decenni, e questo suo ruolo modifica l’evento artistico».

Cos’è per te l’arte Contemporanea, difficile definizione in cui sembra discrezionale far rientrare quella o quell’altra opera?

«Da qualche tempo rifletto sulla dizione “Arte Contemporanea”. Sin dai primi decenni del secolo scorso il focus dell’arte si sposta dalla “bellezza” dell’opera alla sua “significatività”, essendo le specificità del tempo e del luogo a suggerire, ispirare e condizionare l’artista, alimentandone pensiero ed emozione. Deve intendersi contemporanea l’arte di artisti che, condividendo con lo spettatore la medesima condizione spazio-temporale, si avvalgono, fatte salve le differenti sensibilità, di chiavi interpretative a entrambi ugualmente accessibili. Come possano certe espressioni artistiche del ‘900 essere considerate “contemporanee” se non abbiamo più nulla a che fare con quella storia?  A ciò aggiungiamo che avendo la digitalizzazione e la telematica realizzato la coesistenza dialettica tra ogni tempo e luogo, quella che sino a ieri era prerogativa dell’arte, e cioè il conciliare l’inconciliabile, oggi è il connotato del nostro mondo. Groviglio inestricabile di realtà e finzione in una dimensione nella quale tutto coesiste fuori da ogni rapporto spazio/temporale. Sarebbe più appropriato parlare oggi di “Arte della Coesistenza” come un valido sostituto dell’inadeguato l’appellativo “contemporanea”».

Un incontro con l’equipe dell’Accademia dei Musici e del Museo de Pianoforte Storico di Fabriano e l’assessore alla cultura Ilaria Venanzoni al leggio

 

Giuseppe Salerno al Museo Internazionale dell’Acquerello di Fabriano.

Il pubblico del Museo Internazionale dell’Acquerello di Fabriano.

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