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«Ho demolito lo sperone di Genga,
Non è stato un giorno di festa,
ma andava fatto»

INTERVISTA - Lorenzo Rossetti è il demolitore che materialmente ha spinto il pulsante per far esplodere la scaglia rossa. "Un evento così importante accade una volta l'anno: questa era la soluzione più sicura, non si trattava di economicità, e nessuno degli esperti che abbiamo consultato, dai tecnici alle università, ci ha mai dato l'impressione che la decisione fosse errata. Tutto quello che facciamo con le demolizioni si basa su formule scientifiche consolidate, niente è lasciato al caso"
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La foto di Lorenzo Rossetti dalla cima del masso di Pontechiaradovo, con la rete di cariche esplosive. Di fronte le case di Falcioni e la falesia dove arrampicano i climbers

 

Il momento dell’esplosione del masso roccioso, domenica scorsa

di Sara Bonfili

Un evento di questa portata succede una volta all’anno in tutt’Italia. Così ci racconta Lorenzo Rossetti, l’artefice della detonazione del masso di Pontechiaradovo che è stato fatto brillare con una “demolizione controllata” domenica scorsa. Colui che in buona sostanza ha spinto i tasti, con entrambe le mani posizionate a gestire l’emozione di una frazione di secondo, dell’esplositore o detonatore a cui erano collegati i 400 kg di esplosivo. Con questi 4 quintali di cariche si è fatta crollare, con massa, direzione di esplosione e granulometria calcolate con una buona approssimazione, parte della roccia sopra la frazione di Palombare di Genga.

«Faccio questo lavoro da quando, dopo aver superato i miei esami in Svizzera, ho iniziato a lavorare in galleria. Ora la mia ditta si occupa di disgaggi, (cioè la messa in sicurezza di una parete rocciosa o del fronte di una galleria ndr) ma lavoro sopratutto con le demolizioni controllate. Dopo il terremoto del 2016, ho lavorato tantissimo alle attività di ripristino e bonifica in centro Italia, soprattutto in Umbria, a disgaggi e demolizioni. Quando i disgaggi diventano pericolosi perché il volume e l’azione del materiale che crolla o rischia di crollare è alto, si preferisce la demolizione controllata, perché ha conseguenze e tempi più facilmente controllabili, anzi calcolabili quasi precisamente».

Lorenzo Rossetti

Qual è stato il tuo contributo negli studi nella demolizione del masso di Pontechiaradovo?

«Sono stato consulente dell’Anas e mi occupo di queste situazioni, e nel caso del masso di Genga, a metà 2017 ho reso la mia consulenza al Comune, con una relazione sullo stato del masso e ho proposto uno studio geologico indipendente. Tutti gli studi che si sono succeduti sul masso di Pontechiaradovo hanno confermato lo stato di pericolo di quel masso, indicato dall’allerta delle RFI, e hanno confermato le lesioni di quella roccia. A quel punto è intervenuta la Protezione Civile che ha compreso l’importanza e le conseguenze in caso di eventi sismici. Io sono stato di supporto tecnico al gruppo della demolizione, come esperto di brillamenti e demolizioni controllate mi sono rapportato con la ditta che ha vinto la gara e sono stato quello che ha comandato l’esplositore, poiché l’ingegnere responsabile del progetto ha preferito essere sempre in contatto via radio con la Protezione civile. Il count-down che avete tutti sentito “nell’aria” era quello della protezione civile di concerto con il responsabile dei lavori».

La roccia era diventata così pericolosa come si era detto?

«Sono state scritte tante inesattezze su questa situazione. Innanzi tutto la massa della roccia: hanno scritto che si trattava di 20 mila tonnellate di roccia. Invece i numeri esatti sono quello comuncati dai Vigili del Fuoco e cioè 1500 mq di roccia che equivalgono a 3000 tonnellate. Riguardavano la parte aggettante, che era quella pericolosa, a 20 metri di altezza dalla terra, che era equivalente alla metà più o meno che era già crollata nei secoli e franata sul pendio. E’ fondamentale far passare un messaggio preciso: quando avvengono i disastri del terremoto non è sempre per le scosse di grande portata, queste compromettono la situazione e il più delle volte le conseguenze estreme si hanno con scosse di terremoto lievi.  Quello che è successo a Rigopiano è emblematico: gli ospiti dell’albergo avevano chiesto aiuto in seguito alle scosse più grandi, che non avevano provocato la valanga, ma avevano compromesso la neve in cresta che è caduta dopo una scossa molto leggera. Nel caso di Genga, la roccia era stata resa più pericolosa dal sisma del 2016 e non si sapeva quando e come sarebbe potuta crollare, anche senza forti scosse».

Quali controlli preventivi sono stati fatti alla roccia in questi mesi?

«Dico la verità, qundo fai un sopralluogo la prima volta, avere l’intuizione di prevedere la naturale evoluzione della situazione che hai sotto gli occhi non è semplice. Nell’ultimo mese e mezzo, dall’ultima neve di marzo, ci sono state persone su quella roccia a controllarne lo stato; abbiamo tenuto sotto controllo la roccia 24 ore su 24 con gli estensimetri, che hanno consentito di scoprire lo stato e l’evoluzione: c’erano deformazioni irregolari, dati anche contradditori tra loro, di allargamenti e restringimenti delle faglie, ma che indicavano movimenti e la mancanza di integrità della roccia descriveva perfettamente un quadro strutturalmente compromesso».

Come si è evoluta la situazione della roccia?

«Nel tempo tutti gli enti pubblici controllori dell’esecuzione dei lavori erano allineati sulla soluzione tecnica migliore, la demolizione. E’ stato scritto che era la più economica, ma il motivo vero è che era la soluzione definitiva, più sicura, quella che ha tempi calcolabili al 99%, e che nell’arco dei prossimi 3 o 4 anni sgombra il campo da problemi. L’altra soluzione, quella dell’imbracatura, sarebbe stata maggiormente d’impatto, ai limiti della possibilità tecnica, perché si sarebbero dovute portare su una roccia instabile tonnellate di acciaio per poi rimetterci mano tra qualche anno, e certo più dispendiosa. Non c’è stata una ditta, poi, che ci abbia dato assicurazione della funzionalità e della sicurezza, anche per chi ci avrebbe lavorato. Poi, se avessimo usato meno esplosivo non avremmo avuto quella tipologia di volata, che viene dettata dalla granulometria che si vuole causare, (cioè la grandezza dei detriti ndr) e nonostante questo un masso è arrivato alla linea ferroviaria ed è stato subito rimosso dai tecnici della RFI. Abbiamo predisposto  una rete per evitare le proiezioni e contenere l’esplosione, entro più o meno un raggio di centro metri; abbiamo salvato un pilone dell’Enel con una barriera paramassi a perdere. Abbiamo fatto, precedentemente, lo studio delle traiettorie tramite un software specifico, dimostrando che i frammenti di un crollo naturale avrebbero raggiunto la strada SS76 e e la ferrovia. Insomma tutto ciò che facciamo si basa su formule scientifiche consolidate, niente è lasciato al caso».

Come prosegue la messa in sicurezza dell’area nei prossimi giorni? Come si capisce che il risultato è stabile?

«Il risultato lo hai quando vedi il nuovo profilo che sei andato a creare, un profilo dell’ammasso roccioso simile agli altri sullo sfondo che sono stati modificati dal tempo. Il detrito dell’esplosione va poi stabilizzato sul versante: la parte mancante di quello sperone è crollata in tempi storici, non antichissimi, in volume uguale a quello causato da noi in maniera artificiale, e questo ci ha  ci ha dato l’idea di come si sarebbe posato sul versante. Ora quel materiale ha un’energia cinetica molto più bassa che se fosse stato a rischio crollo. Perciò stabilizzeremo la roccia con disgaggi di piccola entità, e completeremo con una barriera. Sarà il lavoro che impegnerà le prossime due settimane, dopo di ché si vedrà il da farsi».

Cosa ti ha insegnato l’esperienza sul campo?

«Quello che ho studiato e imparato finora cambia la visione rispetto all’immaginario collettivo e insegna una cosa molto importante. L’evento catastrofico viene collegato normalmente con l’evento sismico più importante, ma in realtà spesso provoca danni irreversibili silenziosi che fanno da base per i danni più grandi. La Protezione civile del Trentino-Alto Adige sta valutando proprio in questo periodo la predisposizione innescata da eventi sismici prolungati. Siamo tutti ambientalisti: quando demolisco per me non è un giorno di festa, ma so che lo faccio per garantire le strutture civili».

Sinceramente, quali sensazioni si provano ad avere la responsabilità di spingere i tasti del detonatore?

«Sono abbastanza emozionato quando lavoro con persone che conosco poco. Stavolta non lo ero. Eravamo a 100 metri dal masso, al riparo, non abbiamo visto le proiezioni e percepito un rumore più attutito rispetto a quello che avete potuto osservare e sentire voi, ma sapevamo che tutto era gestito dalla regia della protezione civile, monitorato da telecamere, comunicato via radio. Il gruppo di progettazione e le forze dell’ordine erano in sintonia e quella di domenica scorsa è stata, per noi, la realizzazione del progetto fatto nel tempo».

‘Esploso’ lo sperone roccioso che minacciava Pontechiaradovo (Foto/Video)

Masso da demolire, il sindaco di Genga: «È la soluzione più sicura»

 

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