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Il partito balneare e il sindaco
meno votato di Ancona

COMMENTO – Comunque vada sarà un insuccesso, non basterà la danza della pioggia per il prossimo 24 giugno
lunedì 11 Giu 2018 - Ore 14:53
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di Emanuele Garofalo

Il primo pensiero del sindaco Mancinelli, appena indossata la fascia tricolore nel 2013, era andato agli astenuti: 58% di affluenza al primo turno, 41% al ballottaggio contro Italo D’Angelo. Dopo due sindaci dimissionati anzitempo nel 2009 e nel 2013, mai gli anconetani avevano disertato le urne così in massa. “Lavorerò per recuperare la fiducia dei cittadini” disse allora Mancinelli. A cinque anni di distanza, se possibile, è andata anche peggio: 54,6% di affluenza, che di certo calerà ancora al ballottaggio del prossimo 24 giugno. E non può essere solo colpa del meteo che ha spinto gli anconetani ad affollare le spiagge. D’altra parte chi è andato a votare ha scelto un partito “balneare”, un Pd volutamente assente e in ferie dalla campagna elettorale per evitare imbarazzi e perdite di consenso al sindaco, che ha delegato la corsa alle amministrative unicamente ai suoi candidati al Consiglio comunale, incentivati dal cercare uno scranno per sé a Palazzo degli Anziani, e che alla fine si è scoperto il partito più votato con il 30% e oltre 12mila preferenze. Le prime parole dei candidati sindaco sono andate ad un elettorato definito di volta in volta “disaffezionato”, “disinteressato”, “conservatore”, se non apertamente colluso (non si sa bene in quale reato) oppure, come ha commentato a caldo Mancinelli, un elettorato che ha trovato “non brillantissima l’attrattività nelle proposte alternative alla nostra” e perciò sarebbe stato spinto all’astensionismo per forfait dell’avversario. Risposte di comodo, perché a voler rivedere questi mesi di campagna elettorale tornano in mente i veleni delle provocazioni e delle polemiche rispetto alle idee, esposte con poco entusiasmo nella “narrazione” dei candidati sindaco, che di certo non ha portato gli anconetani a sgomitare per recarsi alle urne. Non entusiasma Mancinelli, quando ripete l’elenco delle cose da fare con la pioggia di milioni che ci aspetta, pezzi di puzzle che ai più sembrano disarticolati tra loro, mentre sotto i piedi si aprono buche e marciapiedi. Non entusiasma Tombolini, quando denuncia un sistema “lobbistico e di potere”, ma avendo imbarcato tutti e anche alcuni ex di quel sistema dà impressione di volersi sostituire senza intravedere chiaramente a cosa porterà il suo assedio al Palazzo d’Inverno. Non hanno entusiasmato nemmeno Diomedi e Rubini. Il Movimento 5 Stelle sconta senz’altro manovre interne e oscure per chi non è attivista, che hanno portato ad esempio a defilarsi Prosperi e Gambacorta, a favore di una lista quasi del tutto rinnovata e semi sconosciuta ai più. Non ce l’ha fatta Rubini a risvegliare le coscienze di un campo progressista in stato comatoso, ripetendo stimoli e parole chiave della sinistra che sembrano non far più reagire la società civile. Ora il ballottaggio del 24 giugno, già dalle prime battute non si intravedono cambiamenti di rotta, con un Tombolini impegnato a radunare tutte le truppe per defenestrare un sindaco arroccato con i suoi 20mila followers. Chi non fa parte dell’operazione simpatia del gruppo Mancinelli, o chi non è arruolato nella battaglia di liberazione di Tombolini, resterà a guardare anche al secondo turno e il prossimo sindaco, con molta probabilità, sarà il meno votato della storia contemporanea della città. Sono lontani i tempi in cui Renato Galeazzi vinceva le elezioni del 1993 con un 71%, che gli valse il titolo di sindaco più votato d’Italia. Di certo, comunque vada il 24 giugno sarà un insuccesso.

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