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Delitti di Cingoli, parla il bodyguard:
“Mi chiamano il killer,
ma non li ho uccisi io”

CORTE D'ASSISE - Alex Lombardi, 42enne di Polverigi, ha rotto un silenzio durato quasi sei anni ed è stato sentito in aula oggi al tribunale di Macerata. "La pistola usata per gli omicidi? Ho sbagliato a lasciarla incustodita. Non so chi l'abbia usata. Le rapine con la divisa? Una leggenda metropolitana nata da una foto di Carnevale". Sentito anche un altro imputato, Marco Pesaresi, 36, di Filottrano: "Quella notte Alex rientro con una borsa, credo contenesse la droga rapinata"
mercoledì 25 gennaio 2017 - Ore 20:38
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Alex Lombardi

 

di Gianluca Ginella

Duplice omicidio di Cingoli, in aula parla il bodyguard Alex Lombardi: «Non li ho uccisi io, ma ormai tutti mi chiamano il killer». All’udienza di oggi alla Corte d’assise del tribunale di Macerata sentito anche un altro dei tre imputati, Marco Pesaresi, 36enne di Filottrano: «La notte degli omicidi ho visto Alex rientrare con una borsa, secondo me dentro c’era la droga rapinata ai due marocchini uccisi». In udienza spunta una lettera scritta dal carcere di Pesaresi a Lombardi.

A quasi sei anni dal duplice omicidio di San Faustino di Cingoli, che risale alla notte del 25 maggio 2011, parla il bodyguard di Polverigi, Alex Lombardi, 42 anni. Incalzato dalle domande del pm Stefania Ciccioli, il bodyguard ha ricostruito quanto accaduto sei anni fa e il suo rapporto con gli altri imputati. Ha riferito anche di un episodio, citato da un testimone del processo, in cui avrebbe affermato di aver ucciso i due marocchini mentre si trovava in un bar. «L’ho detto in tono scherzoso – ha spiegato –. Perché ormai tutti mi chiamano il killer.

Da sinistra: gli avvocati Fabrizio Belfiore, Francesco Voltattorni e Vando Scheggia

Tutti i miei amici, come mi vedono, cominciano a chiamarmi “killer”. Ormai sono macchiato e questa cosa me la porterò dietro finché campo». Alla precisa domanda, posta dal pm: «Ha ucciso lei Hassan Abbouli e Youness Inani?» ha risposto «No». «E Sauro Valentini (titolare del bar dell’Imbrecciata, a Filottrano, gambizzato il 19 maggio 2011 da un rapinatore e morto alcuni mesi dopo, ndr)?» «Assolutamente no, lo conoscevo Sauro». Lombardi in merito alla pistola che deteneva e che è stata usata per uccidere sia i marocchini che per sparare a Sauro Valentini (per quel fatto procede la procura di Ancona), ha detto «la tenevo incustodita nella casa in cui vivevo con Pesaresi. E spesso non c’ero. Ho sbagliato a custodire male l’arma. Ma non so chi l’ha presa, sennò lo direi». Lombardi ha anche parlato di un’altra pistola, un’arma a tamburo calibro 12, che dice di possedere ma di cui pare non vi sia traccia nelle indagini. Il bodyguard ha spiegato che usava quella casa di solito nei fine settimana per stare con la fidanzata e gli altri giorni stava a casa dei genitori. La sera del 25 maggio ha detto che non ha preso l’auto perché uno dei fanali non funzionava. Non ha saputo spiegare perché, sia lui che Pesaresi, quella notte avessero spento i cellulari dalle 21,30 alle 23,30. Sulla droga ha detto «mai entrato in giri di droga».  Su Pesaresi ha detto che non passava tutto il tempo con lui e che non sapeva che lavoro facesse e di averlo visto fumare delle canne mentre era in casa «io però non ne ho fatto uso» ha precisato.

Sul fatto che dopo aver venduto la pistola che sparò a San Faustino il giorno seguente i delitti e di aver tentato di ricomprarla all’armeria, ha detto «se c’era quella la prendevo, sennò ne avrei presa un’altra». «Ma il fatto che il giorno prima le avessero fatto un controllo sulle armi allora è una coincidenza?» ha chiesto il pm. «Sì è una coincidenza» ha detto. Il bodyguard ha anche spiegato di aver deciso di vendere la pistola e non i fucili che possedeva perché quelli non valevano molto. Lombardi ha poi parlato della vicenda delle rapine (che non rientra nel processo) che avrebbe compiuto vestito da poliziotto. «Quella è una leggenda metropolitana. Nasce tutto da una foto che avevo fatto a Carnevale con la mia fidanzata e in cui ero vestito da poliziotto. Da quella è venuto fuori che facevo le rapine con la divisa. Ma se è vero perché non c’è nessuna denuncia?». Il difensore di Lombardi, l’avvocato Fabrizio Belfiore, ha presentato una lettera scritta da Pesaresi con uno pseudonimo, a Lombardi. Una missiva spedita dal carcere nel 2013. «Nella lettera scrive che lui della rapina di Torrone di Cingoli è stato ingiustamente incolpato – dice l’avvocato Belfiore –. “Quella del bar ha visto una persona alta 1,75-1,80 e non possono essere io”. Poi dice che “I pm mi hanno chiesto di collaborare per avere dei benefici. Mi dispiace di averti fatto quelle accuse, ma io sono cinque anni che sto dentro. Devi prenderti le tue responsabilità” e credo si riferisse alla rapina di Torrone». Pesaresi è stato sentito dopo Lombardi. Ha detto che la notte dei delitti «Ho visto Lombardi rientrare a casa con una borsa e secondo me conteneva la droga rubata ai due marocchini uccisi». Ha inoltre spiegato che secondo lui la droga la voleva comprare Jonny Rizzo, 34 anni, di Chiaravalle, terzo imputato al processo, «perché Lombardi i soldi per comprare 30 chili di droga non li aveva». Ha ammesso di aver fatto da mediatore per far incontrare Lombardi «che mi ha detto che voleva comprare 30 chili di droga» e i due marocchini uccisi. La notte dei delitti ha incontrato le vittime a Cingoli, e dopo aver acquistato da loro due chili di stupefacente se n’è andato e da quel momento lì non sa cosa sia successo. «Però come hanno fatto a incontrarsi? Lombardi non li conosceva, non li ha mai visti, non aveva neanche il loro numero di telefono – dice l’avvocato Belfiore – Pesaresi ha detto che non sa come hanno fatto ad incontrarsi. Mi sembra strano che uno venda 30 chili di droga a qualcuno mai visto». Pesaresi ha aggiunto che non pensava ci sarebbe stata una rapina «altrimenti non mi sarei messo in mezzo». Al processo è stato poi sentito il padre di Alex Lombardi che ha riferito che il figlio nel 2011 stava poco bene. L’udienza è stata poi rinviata per sentire il medico legale che si è occupato delle autopsie. Al processo gli imputati sono difesi dagli avvocati Vando Scheggia e Marielvia Valeri (per Rizzo) e Francesco Voltattorni per Pesaresi. Parte civile la famiglia di uno degli imputati, assistita dall’avvocato Alessandro Brandoni.

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