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L’ombra della ‘ndrangheta
sulle Marche più deboli e insicure

ANCONA - La relazione del procuratore generale facente funzioni Filippo Gebbia delinea uno scenario "preccupante e allarmante" tra furti, spaccio e violenze. Molti reati dovuti alla situazione economica, che spalanca la porta alla criminalità organizzata. Aumenta l'allarme sociale anche a causa delle riforme della giustizia, tra latitanti e il carcere diventato una "eccezione", solo per pene superiori ai 3 anni
sabato 28 gennaio 2017 - Ore 14:05
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Il procuratore generale facente funzioni Filippo Gebbia

 

di Emanuele Garofalo

(foto Giusy Marinelli)

Furti, spaccio, violenze in famiglia, reati stradali e una riforma della giustizia che contribuisce a far sentire Ancona e le Marche meno sicure. Ma anche tanti reati societari, un’economia che non decolla e presta così il fianco all’ombra lunga della criminalità organizzata e della ‘ndrangheta.
Non è un’isola felice quella tratteggiata dalla relazione del procuratore generale facente funzioni Filippo Gebbia all’inaugurazione dell’anno giudiziario del tribunale di Ancona. Dopo la relazione del presidente della Corte di Appello Carmelo Marino (leggi l’articolo), Gebbia è intervenuto in sostituzione di Vincenzo Macrì, in pensione dopo 40 anni di attività.

Il magistrato non ha esitato a definire “particolarmente alta e allarmante” la quantità di reati contro il patrimonio, del traffico di sostanze stupefacenti e “preoccupante” per il magistrato è anche il numero di maltrattamenti in famiglia e di atti persecutori, tra cui le violenze sessuali, “specchio – ha detto Gebbia – del rispetto della donna”. “Elevatissimo poi il numero di reati alla guida in stato di ebbrezza e la conseguenza di sinistri, anche mortali” ha aggiunto Gebbia. Altro capitolo è quello dei reati legati all’economia. La bancarotta non colpisce più i grandi gruppi, e qui il caso clamoroso è il crac Banca Marche, ma il procuratore generale ha denunciato l’allargarsi del fenomeno alle piccole e medie imprese, anche artigiani, prova della “rarefazione della tempra imprenditoriale” sostiene Gebbia e delle difficoltà delle aziende.

Il presidente della Corte di Appello Carmelo Marino e i togati a capo scoperto, in segno di “sobrietà” rispetto per le vittime del sisma

“Vero è che il rapporto Bankitalia dà il Pil delle Marche in crescita, ma solo dello 0,7%” sottolinea. E la difficoltà si vede anche nel numero di procedimenti penali aperti per il mancato versamento di contributi all’Inps: ben 1.283. Sempre per reati societari, solo la procura di Ancona, ha disposto sequestri di beni per oltre 20 milioni di euro nel 2016. Un quadro che si presta all’infiltrazione della mafia nel tessuto imprenditoriale e Gebbia lo dice apertamente, citando l’ultimo rapporto della direzione nazionale antimafia. Il magistrato parla di “presenza massiccia e incisiva, sia qualitativamente sia quantitavamente” della criminalità organizzata. Il numero di reati accertati di stampo mafioso è basso, ma questo non rassicura la Procura. Gebbia infatti ricorda la difficoltà delle indagini per questo tipo di denuncia, anche a causa della presenza sul territorio di “pregiudicati sottoposti al regime del 416 bis oppure di persone legate per parentela familiare” alla criminalità organizzata. “La ‘ndrangheta è sempre più minacciosa e si inserisce nelle imprese delle Marche in modo diretto o indiretto” conclude il procuratore generale.

Il procuratore si è soffermato anche sul malcostume delle denunce incrociate all’intero delle pubblica amministrazione, più per motivi personali che di giustizia. I reati contro la cosa pubblica non preoccupano, ma Gebbia parla di “denunce strumentali ai conflitti interni” alla Pa.

La giustizia non è aiutata nemmeno dalle riforme delle leggi e dei processi che, anzi, secondo Gebbia hanno contribuito ad aumentare la percezione di insicurezza dei cittadini. “Dal consumo della pena al momento del reato passa un’epoca abissale” attacca Gebbia e la riforma della custodia cautelare ha resto una “eccezione” lo sconto della condanna in carcere solo per i reati superiori ai 3 anni di pena. Il risultato è anche l’aumento del fenomeno dei condannati in fuga. “Su 877 esecuzioni pendenti, ci sono 200 latitanti che si sono sottratti agli ordini emessi dalla Procura” sottolinea il procuratore.
La migliore ricetta secondo la Procura? “Una efficace azione di contrasto, basata sulla sicurezza integrata: prevenzione, presidio e attività investigativa” raccomanda Gebbia.

 

Le autorità civili e militari all’inaugurazione dell’anno giudiziario

 

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