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Da passione a missione culturale,
il cinema secondo Chiara Malerba

ANCONA - L'innamoramento con "C'eravamo tanto amati" fino alla rassegna estiva del cinema alla Mole e a Corto Dorico. In giro per il mondo per Festival ed il lavoro sul territorio. "Il pubblico anconetano è preparato ed apprezza i film d'autore, frutto di un'educazione costruita nel tempo, grazie anche a progetti mirati. Ora non ci lasciamo sfuggire gli adolescenti"
mercoledì 19 Aprile 2017 - Ore 09:51
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Chiara Malerba, all’edizione di Corto Dorico 2016

Chiara Malerba in sala

 

di Agnese Carnevali

Da otto anni firma la rassegna estiva di cinema alla Mole, da molti di più nutre una passione profonda per il grande schermo del quale ha imparato a conoscerne ogni aspetto, a cogliere i dettagli che fanno di un film un buon film. In giro per il mondo per Festival, andando a caccia delle migliori pellicole. Ad Ancona per il Festival che ha contribuito a far crescere “Corto Dorico” e per proporre al pubblico una programmazione d’autore. Chiara Malerba, classe 1983, anconetana, è – con una definizione che non le piace – una delle operatrici culturali più attive della città, tra le poche a dedicarsi alla settima arte.

Occuparsi di cinema d’autore ad Ancona, una piazza difficile?

«Non particolarmente, devo dire. C’è uno zoccolo duro di spettatori, non così definiti a livello generzionale, diciamo dai 30 anni in su, molto attento, molto sensibile alle proposte cinematografiche d’essai ed anche molto preparato. Non a caso si trovano in città diverse sale, mono e multi, che hanno una programmazione che possiamo definire d’autore. Questo anche grazie a degli agenti territoriali delle case di distribuzione di livello. Insomma, c’è anche una filiera di qualità. Il vero problema sono le giovani generazioni».

In che senso?

«Se non si lavora sui ragazzi, rischiamo di non avere più pubblico domani. Le nuove generazioni non hanno la cultura del cinema. Scaricano dal web, seguono le serie televisive, sempre più spesso da pc o tablet e neanche da televisore. Tutte cose che non devono essere demonizzate, ma che non devono sostituirsi al respiro del grande schermo».

Una tendenza che si può invertire, anche partendo da Ancona?

«Sì e credo che proprio il territorio possa avere un ruolo fondamentale. In generale, penso che non si possa prescindere dalla scuola per avvicinare i giovanissimi al cinema. Penso ad una formazione più mirata all’immagine, un’educazione visiva più completa e definita. Ma anche la vivacità dei progetti e delle proposte locali in materia sono altrettanto importanti. Il pubblico attento di oggi, quello che arriva fino ai trentenni di cui parlavo, è stato educato nel tempo al cinema e ad un certo tipo di cinema anche perché Ancona ha fatto nel tempo proposte sensate: incontri con gli autori, Festival locali, che sono stati periscopio anche per giovani autori, penso a Corto Dorico, ma anche Cinematica. Da un punto di vista educativo credo che anche le sale però debbano fare un passo verso le giovani generazioni con matinee per le scuole a costi contenuti. Tutto questo va fatto ora. Altrimenti il pubblico di adolescenti lo abbiamo perso».

Chiara Malerba vicino ad una cabina di proiezione

Com’è nata la tua passione per il cinema e quando hai deciso di farne una “missione” culturale?

«La passione è esplosa da bambina, guardando un film con mio padre, che poi è diventato il mio film preferito “C’eravamo tanto amati”. È stato un vero innamoramento. Da lì è nata la frequentazione dei cinema, ma è stato poi grazie all’Arci che ho avuto modo di coltivare questo amore e di farne qualcosa di pratico. L’associazione mi ha dato sempre più fiducia nella gestione e preparazione della rassegna del cinema estivo al Lazzaretto. Quest’anno potrebbe essere l’ottavo anno di fila. Il bando deve ancora uscire, ma spero di poter lavorare anche per il 2017 al progetto».

Cinema d’estate e Corto dorico, i progetti a cui ti dedichi più intensamente, in cosa consiste il tuo lavoro?

«Il cinema d’estate al Lazzaretto propone seconde visioni. Cerco di riportare in arena tutto quello che di meglio è uscito al cinema, con un occhio di riguardo, ad esempio, al cinema restaurato, ad anniversari di film che hanno fatto la storia del cinema, ma anche studiando filoni tematici, questo anche per favorire quel ricambio generazionale di cui parlavamo.
Per Corto Dorico si fa una ricerca su titoli inediti. La scorsa edizione abbiamo avuto tre opere prime che non avevano avuto (o ne avevano avuti pochissimi) passaggi in sala. Si va alla scoperta di giovani autori, conosciuti in ambito del corto, una palestra importante per fare il salto al lungometraggio. È così che si possono poi scovare le linee direzionali di nuova cinematografia nazionale, ciò che stimola la mente di questi giovani autori, come lavora la loro immaginazione».

Mai pensato di passare dall’altra parte, di fare cinema?

«No, mai. Né da regista né sceneggiatore. Mi piace troppo vedere lo sguardo degli altri sulla realtà. E mi piace avere sempre più strumenti affinati e capacità per analizzare nel dettaglio ciò che fanno i maestri come gli emergenti».

Si parla spesso di impresa culturale, il cinema lo è?

«Lo potrebbe essere nel modo più completo. Il cinema è di per sé impresa, per la sua struttura, per come è organizzato. Ma in Italia non è mai riuscito ad essere una vera azienda, nel senso statunitense del termine, di vera e propria industria cinematografica. Per questo il cinema americano sopravvive sempre, mentre quello italiano attraversa periodi di profonda crisi. Abbiamo ancora degli ostacoli nella filiera, a tratti scollegata e incapace di dialogare».

Dunque difficile fare del cinema un lavoro?

«Purtroppo, ancora sì».

Ancona e le Marche sono una buona palestra per chi vuole fare cinema?

«Abbiamo delle realtà interessanti. C’è Officine Mattoli a Tolentino – Mattoli è stato uno dei registi che ha lavorato molto con Totò – che propone ottimi corsi e che negli anni ha sempre ospitato nomi importanti, tra cui anche Daniele Ciprì che è poi diventato direttore artistico di Corto Dorico e che dunque, in un certo senso, ha messo radici ad Ancona e soprattutto si è messo a servizio di chi vuole far parte di questo mondo. E questo non è scontato: i grandi che si mettono a servizio. Insomma c’è un certo fermento creativo».

Un’ultima domanda. Cos’è il cinema per te?

«Il mio Paese dei Balocchi. Una sala buia dove sognare».

 

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