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Ventimila euro di interessi
per un prestito di 2mila euro:
coppia condannata per usura

ANCONA – Quattro anni e 8 mesi al marito, 3 anni e 6 mesi alla moglie. Mentre lui era ai domiciliari, lei riscuoteva a suo nome. Tra le vittime, un meccanico, un carrozziere e una dipendente comunale
giovedì 27 Aprile 2017 - Ore 19:40
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di Federica Serfilippi

Prestiti a persone in difficoltà con tassi di interesse che potevano toccare anche il 150%: condannati marito e moglie per usura ed estorsione. La sentenza nei confronti di Fiorindo Di Rocco, 30 anni, e Achim Iasmina, 28 anni, è arrivata questa mattina con il rito abbreviato: 4 anni e 8 mesi a lui, 3 anni e 6 mesi a lei. Le vittime, due carrozzieri e una dipendente del Comune d’Ancona, non hanno voluto partecipare al processo come parte civile. Le riscossioni dei prestiti, secondo quanto appurato dalle indagini, avvenivano quasi ogni mese, spesso sotto costante minaccia. Il primo a cadere nella trappola dei coniugi era stato uno dei due meccanici. Da quanto riscontrato dai carabinieri di Brecce Bianche, in due anni sarebbe stato costretto a pagare oltre 20mila euro, con un prestito iniziale di 2.500 euro. Quando aveva trovato la forza di presentarsi in caserma, il luglio scorso, non aveva praticamente più nulla. Solo il coraggio di dire basta e chiedere aiuto. In poche settimane, i militari erano riusciti a cogliere il 30enne in flagranza, dopo aver installato all’interno dell’officina della vittima un circuito di spycam. Gli uomini dell’Arma gli erano saltati addosso al momento della riscossione, ammanettandolo quando ancora aveva in mano la busta contenente i soldi dello strozzinaggio. Un mese dopo, a varcare la soglia della caserma era stata la dipendente comunale. Nel leggere sui giornali la storia del carrozziere, aveva deciso di parlare. E così, i carabinieri hanno ascoltato la seconda storia di disperazione e angoscia, nata con un debito di soli 400 euro. Anche lei, tempo addietro, si era rivolta alla coppia in un momento di difficoltà, per tirare avanti e mantenere parte della sua famiglia. Erano state le intercettazioni telefoniche e le telecamere sparse negli uffici comunali di largo XXIV maggio ad incastrare la coppia. Alla riscossione avrebbe pensato la 28enne. Ma, probabilmente, solo per un motivo: Di Rocco, infatti, era relegato ai domiciliari a causa dell’arresto avvenuto poche settimane prima. I militari, dopo aver ascoltato le telefonate colme di intimidazioni e minacce, hanno effettuato il blitz a Palazzo del Popolo lo scorso 29 settembre, stringendo le manette attorno ai polsi della giovane. Aveva appena riscosso 500 euro dall’impiegata. Con l’avvio del procedimento è emerso anche un terzo caso: a cadere nelle trappola dell’usura sarebbe stato un collega della prima vittima, anche lui carrozziere nella sua stessa officina. La vicenda è venuta fuori solamente dopo il secondo arresto della coppia. La difesa, rappresentata dagli avvocati Silvia Pennucci e Francesco Linguiti, ricorrerà in appello per smontare le accuse, sempre rigettate dagli imputati.

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