facebook rss

Serena, 16 anni, un’esistenza al limite
tra droga e anoressia:
“Pro Ana è più pericolosa di Balena Blu”

TESTIMONIANZA - Una storia esemplare raccontata all'avvocato Giuseppe Bommarito per capire come i disturbi alimentari si stiano sempre più diffondendo e legando alle dipendenze da sostanze. Ad aggravare la situazione siti e blog pericolosi. Occorre che agenzie educative e istituzioni lavorino in rete
mercoledì 26 Luglio 2017 - Ore 12:37
Print Friendly, PDF & Email

 

 

L’avvocato Giuseppe Bommarito, presidente dell’associazione “Con Nicola

 

di Giuseppe Bommarito *

“Nel giro di un paio di anni ho provato di tutto, faccio prima a dirti quello che non ho assaggiato”, racconta Serena, ancora bella nonostante sia magra da far paura, alta, occhi verdi spalancati e pieni di angoscia, capelli neri rasati da un lato e crestati dall’altro, tatuaggi e piercing d’ordinanza, sedici anni vissuti pericolosamente e già in qualche modo al capolinea. Fuma di continuo, una sigaretta dopo l’altra.
“Ero senza limiti, davvero”, dice. “Ho cominciato con qualche birra, ma presto, nelle uscite del sabato sera con le mie amiche abbiamo iniziato a fare come i maschi: superalcolici a tutto spiano, anche a stomaco vuoto, per sballarci e per far vedere che non avevamo paura di niente. E pure per trovare il coraggio di fare un po’ di sesso prima di tornare a casa, senza paura e anche senza capirci niente. Le canne ce le facevamo prima di entrare in classe e di pomeriggio, per strada o casa di qualche amico: dicevano tutti che non facevano niente, era come bere un bicchiere di vino, e poi se volevi far parte del gruppo dovevi fartele, altrimenti eri fuori, isolata e presa in giro come l’ultima delle sfigate. Ci facevano stare bene le canne, almeno all’inizio, ci rilassavano e ridevamo tanto, per qualsiasi stupidaggine, poi mi sono stufata perché è roba da ragazzine. In discoteca, quando ho cominciato ad andarci, ecstasy e amfetamine a volontà, perché lì devi reggere sino alle quattro, alle cinque di mattina, devi ballare, devi resistere al rumore delle casse che ti spaccano lo stomaco, alle luci che girano di continuo e ti entrano nella testa, non puoi fermarti, chi si ferma è perduto, se ti fermi sei una bambocciona che non regge qualche ora di disco, figuriamoci i rave del sabato sera, quando, per andarci, raccontavo ai miei di dormire da qualche amica. Tornavo a casa tutta rintronata, e mi durava per un paio di giorni, però reggevo”.
Serena sta entrando in una comunità per minorenni. Con una velocissima e inarrestabile progressione ha provato alcol, cannabis, ecstasy, Lsd, amfetamine, e poi cocaina ed eroina, addentrandosi anche nell’anoressia. Si è fermata ad un passo dall’abisso più nero, ed ora nei suoi occhi c’è molta paura, per i rischi che ha corso (dei quali, nonostante tutto, è consapevole solo in maniera molto superficiale, tanto che ancora minimizza alcuni suoi comportamenti) e per il percorso che dovrà fare in comunità terapeutica. E’ convinta di entrarci solo perchè sa che non può farne a meno se vuole provare a salvare la sua vita e darsi un’altra possibilità, ma al tempo stesso è spaventata per l’inevitabile e lunga separazione con la famiglia, con le sue amicizie, anche quelle meno raccomandabili, con i compagni e le compagne di classe.

Un esempio di conversazione di un gruppo whatsapp Pro-Ana

 

Descrive ancora l’inferno che ha attraversato: “Dopo circa un anno ho iniziato con la cocaina, perché tutte le cazzate che stavo facendo avevano iniziato a darmi depressione e malinconia, tanta tristezza. Capivo che stavo sbagliando, certo, mica sono una stupida, ma non riuscivo a fermarmi, e poi volevo essere io a dire basta, non dovevano essere gli altri a decidere per me. Per questo ho rifiutato ogni aiuto, anche quello dei miei genitori, che non ci hanno capito niente ma erano preoccupati per il mio caotico stile di vita e per i risultati scolastici sempre più negativi, il primo anno di questa vita mi hanno dato un sacco di debiti e l’anno dopo sono stata bocciata. Mi dispiaceva soprattutto per mia madre, a volte la vedevo che mi guardava piena di ansia e gli occhi le si riempivano di lacrime. Insomma, ero sempre più depressa. La cocaina mi dava sprint e la carica per reggere, per sentirmi importante e protagonista della mia vita, anche se in realtà, dico la verità, non decidevo niente, decideva tutto la droga, nel mio cervello comandava solo la droga e io eseguivo e basta. Poi però, tra cocaina e amfetamine ho cominciato a non dormire più, insonnia continua, le notti non passavano mai e nella mia testa bacata si popolavano di ansie, di angosce, anche di disperazione nei pochi momenti di lucidità durante i quali mi sentivo come un camion senza freni lanciato a tutta velocità in una strada in discesa. Allora un amico mi ha detto di provare con l’eroina. Secondo lui, fumata non mi avrebbe dato dipendenza e mi avrebbe fatto da sedativo per l’eccitazione nervosa che mi dava la cocaina e che non riuscivo più a controllare. Stronzate. Nel giro di un paio di mesi ero a ruota e ho cominciato a bucarmi più volte al giorno e a fare anche qualche servizietto a pagamento a livello di sesso per pagarmi le dosi, niente di che, usavo solo le mani e la bocca, quindi non mi prostituivo, no? L’overdose alla fine ha rischiato di spedirmi all’altro mondo; in quei momenti, quando ero in coma, l’ho pure sperato, mi piaceva quella luce bianca così accogliente, tutto quell’amore che sentivo intormo a me, al punto che non volevo ritornare di qua. Alla fine però mi sono svegliata e ho capito che non potevo più andare avanti, non ce la facevo più, ero stanca, sfinita. Ho accettato di andare in comunità perché non avevo altra scelta. Sì, in qualche modo l’overdose mi ha salvata, perché ho sentito che avevo veramente toccato il fondo”.
E’ un mucchietto di ossa, Serena. Peserà quaranta chili scarsi, tuttavia, adesso che si è aperta è un fiume in piena. Vuole parlare anche dell’anoressia: “La cocaina mi piaceva anche più dell’eroina perché mi faceva diminuire l’appetito, così ho cominciato a perdere peso. Mi sentivo grassa, troppo piena, poco attraente, non mi piacevo per niente ed ero convinta di non piacere a nessuno. Non ero mica la sola: in classe eravamo in parecchie a cercare di dimagrire in tutti i modi. Ci aiutava Pro-ana, la conosci? E’ una specie di blog, un gruppo WhatsApp, che ci mandava consigli per mangiare meno, per riuscire a fare finta di mangiare quando eravamo a casa per il pranzo o la cena, ci dava i comandamenti da rispettare nel rapporto con il cibo, il numero massimo di calorie da mandare giù, come bruciarle il più velocemente possibile, ci faceva bere tanta acqua per riempirci lo stomaco e non avvertire la sensazione di fame, ci spiegava anche come vomitare dopo essere state costrette a mangiare. Insomma, Pro-ana diceva che ci voleva portare verso un corpo perfetto, come le modelle, senza grassi inutili. Il grasso mi faceva schifo e ad ogni chilo perso festeggiavamo tra noi, come se avessimo fatto chissà cosa. In realtà, seguendo Pro-ana stavamo diventando tutte anoressiche, una mia amica, pensa, l’hanno presa per i capelli e l’hanno dovuta ricoverare in un centro specializzato in Abruzzo. Voi vi preoccupate per la Balena Blu, ma quanti danni in più fa questa Pro-ana che di fatto inneggia all’anoressia, quante ragazzine ci sono dentro fino al collo? Andate a leggere su internet come funziona. Sapessi quante ci cascano dentro, ultimamente anche qualche maschio”.

* * *

La storia è autentica, anche se il nome, com’è ovvio, è di fantasia. Serena, se farà un giusto percorso in comunità terapeutica, se la caverà e avrà la possibilità di ripartire, di rifarsi un’esistenza dignitosa, sia pure con l’incubo, sempre presente, di una qualche ricaduta. Sarà dura, molto dura, dovrà maturare molto e molto riflettere sulle terribili esperienze che ha vissuto, ma ce la può fare. La sua amara vicenda è tuttavia esemplare per far capire a noi tutti, alle istituzioni, ai nostri figli e alle nostre figlie (ormai ritenuti carne da macello vera e propria), come sia facile cadere nella droga e finire in tempi relativamente brevi nella poliassunzione di più sostanze. Ed anche come i disturbi alimentari, soprattutto l’anoressia ma anche la bulimia, dipendenze anch’esse, si stiano sempre più diffondendo e legando alle dipendenze da sostanze, e quanto siano pericolosi i siti tipo questa stramaledetta Pro-ana, che sempre più spingono i giovani verso l’autodistruzione. Occorre fare rete, occorre che le agenzie educative si parlino e lavorino insieme, occorre una strategia di medio e lungo periodo, occorre sconfiggere la cultura della droga e della morte.

 

* Giuseppe Bommarito, presidente associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

Print Friendly, PDF & Email
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page



X