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Botte e sigarette spente sul corpo:
«Ma lo giustificavo sempre»
Il racconto di una vittima di stalking

ANCONA - Le parole di una 24enne jesina sono state pronunciate nell'ambito del processo che vede imputato il suo ex per lesioni e atti persecutori, commessi nell'arco del 2014. "Nascondevo i lividi. Ci ho messo tanto per capire che doveva essere denunciato"
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Foto d’archivio

 

“Mi picchiava, ma nascondevo sempre i lividi oppure inventavo che me li ero procurati cadendo o sbattendo da qualche parte. Ci ho messo davvero tanto a capire che il mio ex fidanzato andava denunciato”. A parlare dal banco dei testimoni è stata questa mattina una jesina di 27 anni, vittima di stalking da parte del suo ex, un 24enne marocchino espulso la scorsa estate dall’Italia dopo aver collezionato una serie di precedenti penali. Lo straniero, difeso dall’avvocato Annavittoria Banzi, deve rispondere dell’accusa di atti persecutori e lesioni. Reati che, secondo la procura, sarebbero stati commessi durante il 2014, sia durante la relazione avuta con la giovane che dopo la rottura del loro legame, quando lui avrebbe continuato a importunarla sui social. In tribunale, proprio nel giorno della ricorrenza della Festa della Donna, è stata la jesina a ripercorrere i fatti. A testimoniare è stato anche il padre. Stando a quanto emerso, il marocchino – in passato finito anche in carcere per rapina – avrebbe alzato continuamente le mani sulla sua ex, senza un motivo particolare. L’avrebbe picchiata colpendola sulla testa, in volto e sulle gambe. In diverse occasioni, lui avrebbe spento i mozziconi di sigarette sul polso e sulla guancia della giovane. A Capodanno 2014, uno degli episodi scatenanti, quando i due ex si trovavano in piazza, a Jesi, per attendere l’inizio del nuovo anno. All’improvviso, il marocchino l’avrebbe trascinata per un braccio, portandola in un vicolo per poterla picchiare. Le botte sono poi continuate a casa del 24enne. A quel punto, era stata la madre dell’imputato a chiedere aiuto al padre della ragazza. “Mi aveva chiamato – ha raccontato il genitore della vittima – dicendomi che dovevo venire a riprendermi mia figlia, altrimenti l’avrebbe ammazzata”. “Eppure – ha detto la jesina – finivo sempre per perdonarlo. Nascondevo i lividi e quando non potevo farlo, dicevo ai miei cari che ero caduta. Mi picchiava incolpandomi per degli eventi passati che non avevano motivo di esistere, ma alla fine pensavo che ero davvero responsabile. Gli credevo e anche per questo è stato difficile arrivare a capire che dovevo denunciarlo”. Il processo proseguirà ad ottobre.

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