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Manifesti contro l’aborto:
«Chiediamo l’immediata rimozione
perché lesivi della libertà e dei diritti civili»

ATTACCO - Il coordinamento regionale Marche "194 senza obiezione" si scaglia contro la "pubblicità" del movimento ProVita. «Ennesimo attacco alla legge del '78 che in Italia è nei fatti ostacolata nell'applicazione a causa dell'obiezione di coscienza di medici ed operatori sanitari»
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Loredana Galano, una delle componenti del coordinamento regionale “194 senza obiezione”

 

Manifesti provocatori contro l’aborto del movimento ProVita, il coordinamento regionale delle Marche 194 senza obiezione ne chiede l’immediata rimozione. «Tralasciando le evidenti storture sull’embriogenesi, come coordinamento regionale Marche 194 senza obiezione, richiediamo l’immediata rimozione del maxi cartellone che ritrae un feto di 11 settimane con la scritta “Sei qui perché tua madre non ti ha abortito”, perché lesivo del rispetto della libertà degli individui e dei diritti civili, così come previsto da numerosi regolamenti comunali in materia di pubblicità − scrivono i referenti del coordinamento −. Oggi come ieri è particolarmente significativo, affermare e battersi per il rispetto di una legge simbolicamente e fattivamente importante per l’autodeterminazione e la salute di tutte le donne. Quando nei primi anni ’70 le donne iniziarono la lotta per la legalizzazione dell’aborto, erano in centinaia di migliaia quelle costrette a sottoporsi all’aborto clandestino, con rischi incalcolabili per la propria vita e la propria salute. I nuovi attacchi alla legge 194 − proseguono le attiviste del coordinamento − e gli innumerevoli tentativi di impedirne la normale applicazione, di renderla inoperante a causa dell’obiezione di coscienza risultano indegne di un paese democratico. Sostenere la piena applicazione della legge 194 significa sostenere la difesa dei diritti delle donne, ma anche affermare un principio di democrazia, di libertà e di responsabilità della persona.
Il comitato europeo dei Diritti sociali del Consiglio d’Europa con la sentenza del 15 ottobre, accogliendo il reclamo della Cgil, ha condannato l’Italia, riconoscendo che “viene violato il diritto delle donne alla salute per le notevoli difficoltà che incontrano nell’accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, a causa del numero particolarmente elevato di medici obiettori, situazione che può comportare notevoli rischi per la salute e il benessere delle donne, in contrasto con l’articolo 11 della Carta sociale Europea”. Siamo certamente − aggiunge ancora il coordinamento − di fronte a un arretramento culturale e politico e questa campagna è uno dei innumerevoli esempi. Ancora la visione della donna come mero contenitore e incubatrice rimane stereotipo inossidabile nella coscienza di questi fondamentalisti cattolici. Il coordinamento regionale “194 senza obiezione” − conclude la nota − ritiene imprescindibile la tutela della salute della donna, la piena applicazione di una legge dello stato e riafferma con forza che l’autodeterminazione delle donne non può essere ancora oggetto di strumentalizzazioni politiche».

 

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