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Senza casa, lavoro né un pasto,
al Centro Beato Ferretti
l’ultima frontiera della povertà

ANCONA – Una quarantina di ospiti ogni sera si presentano alla mensa di via Astagno 74. Uno su tre è italiano, in crescita. Arrivano spinti da crisi economica, dipendenze, patologie o un semplice imprevisto nella propria vita che costringe alla solitudine. «Per gli anconetani è più dura venire qui, significa non poter contare sulla propria rete di relazioni sociali spiega Simone Breccia»
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Il centro Beato Ferretti di viaAstagno

 

di Marco Benedettelli

Italiani, stranieri, persone con la pelle più chiara o più scura, giovani e meno giovani, anconetani, ragazzi dall’accento meridionale, magrebini, somali e rumeni. Sono circa quaranta ogni sera, sette giorni su sette, gli ospiti della mensa di via Astagno 74, al Centro Beato Ferretti. Arrivano da tutta la città, anche dai paesi limitrofi. Attendono a piazza San Gallo, sulla cima del quartiere Capodimonte. E poi alle sei e mezzo quando le porte si aprono ognuno prende posto per un piatto di pasta ed un secondo, che i volontari servono passando col carrello fra le sedie colorate, nell’ex convento dei frati minori di San Giovanni Battista.
C’è chi viene tutte le sere, altri passano di tanto in tanto. Ogni anno sono circa quattrocento ottanta le persone che siedono e mangiano e trovano compagnia nella mensa aperta e gestita dall’Associazione Santissima Annunziata, braccio operativo della Caritas di Ancona e Osimo. Ogni tavolo è un microcosmo, anconetani, italiani di altre regioni, africani, slavi. Nella sala si ascolta un brusio multilingua, tengono banco gli argomenti del giorno, come nelle cene fra amici: il caldo estivo, la politica, i mondiali trascorsi e Cristiano Ronaldo alla Juventus. C’è chi è più cortese ed espansivo e chi è più burbero, alcuni portano i segni di dipendenze ed ombre interiori ancora non risolte. Gli italiani sono molti, circa uno su tre: il 28,5 per cento dell’utenza, ed è un numero in continua crescita. Qualcuno è di aspetto ben curato e non sembrerebbe aver bisogno di un pasto caldo portato in dono. Eppure anche dietro a una camicia stirata e a un volto fresco di rasatura si nascondono problemi aggrovigliati e solitudini.
Definire il profilo di chi passa alla mensa del Centro Beato Ferretti non è semplice. Per moltissimi c’è la povertà di chi ha perso lavoro e non ha casa, c’è chi soffre o ha sofferto di patologie psichiatriche, ci sono problemi caratteriali e psicologici che portano all’isolamento e quindi all’emarginazione, ci sono le dipendenze. E più i problemi si sommano, più la caduta assume prospettive verticali. È un universo complesso, dalle mille sfaccettature.

Col suo lavoro l’associazione SS. Annunziata accoglie ogni anno in tutto circa milleseicento persone, molte delle quali si appoggiano a più servizi. Sempre nell’ex convento in via Astagno c’è un centro docce, un centro diurno e una casa di seconda accoglienza, “Casa Zaccheo”. Ulteriori opere di solidarietà vengono prestate nella sede del Centro Giovanni Paolo II in via Podesti 12, fra sportelli di ascolto, ambulatori medici, servizio di microcredito e corsi di lingua. Senza contare l’emporio della solidarietà in via Veneto 18, dove grazie una tessera a punti centinaia di famiglie possono prelevare un tot di prodotti dagli scaffali. E dopo la crisi del 2008 continua a crescere il numero degli italiani assistiti. Fra le persone incontrate dal Centro d’Ascolto, una su cinque è italiana: il 20 per cento. Ma in alcuni servizi come nel caso dell’Emporio della Solidarietà, la percentuale sale fino al 46 per cento. È una quota rilevante se si tengono presenti le dinamiche sociali della povertà, differenti fra immigrati ed italiani. «Chi è straniero di solito può contare meno sui “paracaduti sociali”, cioè amici e famiglia che possono prestare appoggio in caso di difficoltà. Per chi è di Ancona è diverso in quanto spesso ha una rete di relazioni attorno – commenta Simone Breccia, responsabile del centro – Ciò spiega in parte perché la nostra utenza è soprattutto fatta di migranti. Se un italiano bussa alla nostra porta, è probabile che le abbia già provate tutte e la mensa e i nostri servizi rappresentano l’ultima frontiera. Per i migranti è diverso, chi passa magari lo fa in un momento di difficoltà, non potendo contare su nessun altro. Rivolgersi ai nostri sportelli per un italiano è più dura psicologicamente, perché significa guardare in faccia la propria caduta. Lo straniero invece affronta questa soglia con più fatalismo, da una prospettiva inevitabilmente differente». Quasi tutti gli immigrati che vengono alla mensa del Centro Beato Ferretti risiedono ad Ancona da molti anni e hanno il permesso di soggiorno in regola. Sono rumeni, marocchini, tunisini, bengalesi e ucraini che in Italia lavoravano ma che con la crisi del 2008 sono caduti nella disoccupazione. Di solito non hanno una famiglia, o amici stretti attorno. Conclude Breccia: «Qui si accolgono tutti, senza distinzioni di nazionalità. Italiani e stranieri. Ma non siamo noi a cercare chi ha bisogno, sono le persone a venire e a chiedere sostegno». Un sostegno reale, vero, fatto di volti umani, ben lontano dalla battaglia di post e commenti che agita il dibattito virtuale ed autoreferenziale della nostra contemporaneità.

Casa Zaccheo. Nei locali adiacenti alla mensa di via Astagno c’è anche un centro diurno, ovvero un punto di ritrovo con varie attività ricreative e di inserimento. È un luogo per far incontrare le persone, dare loro la possibilità di attingere a nuove risorse ed è gestito anch’esso dal personale e dai volontari della ss. Annunziata. Salite le scale, al piano superiore si aprono invece le stanze della “Casa Zaccheo”, una casa di seconda accoglienza capace di ospitare undici persone. Spiega Diego Cardinali, operatore della struttura: «Diamo alloggio a persone che stanno intraprendendo un percorso verso l’autonomia, per quanto possibile al singolo utente. Non è un dormitorio di prima accoglienza, come la Tenda di Abramo a Falconara o un Tetto per tutti in via Flaminia, dove vengono accolti i senza tetto finché c’è posto, per un numero di notti precise. Alla Casa Zaccheo si può rimanere dopo un mese di prova, all’interno di un percorso di conoscenza reciproca e accordo su un progetto di cura ed integrazione. Attualmente – aggiunge Cardinali – ci sono solo richiedenti asilo usciti dai progetti di accoglienza. Ognuno con vari problemi, vari punti interrogativi da sciogliere sul proprio futuro. Non ci sono italiani perché quelli che si rivolgono a noi soffrono di problemi più gravi, vengono da situazioni molto complesse, e hanno difficoltà che non sono solo di natura economica. Quindi a volte non superano la fase di conoscenza e progettazione iniziale».

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