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La parabola di Porta Pia,
servono 250 mila euro per il restyling

ANCONA - L’assessore Marasca: «Non è una priorità». Ceduta al Comune dalla Finanza, in cambio di locali in via Zappata da 20 anni è un pregiato, storico, monumentale scatolone vuoto
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Porta Pia

 

di Giampaolo Mlizi

La cronica sconfitta di Porta Pia, ma anche la beffa di Porta Pia. Eh sì, perché il grande monumento pontifico di fine ‘700 non solo è sprangato da 29 anni, salvo un paio di isolate eccezioni, da quando cioè la Guardia di Finanza, originaria detentrice, la chiuse smantellando i suoi uffici. Ma anche perché è miseramente fallita l’idea di riaprirla e riutilizzarla stabilmente venuta tra il 1999 e il 2000 all’allora sindaco Renato Galeazzi, il quale in quel biennio portò a termine una trattativa col comando delle Fiamme gialle: Porta Pia in convenzione d’uso al Comune di Ancona per 6 anni (rinnovabili e rinnovati in effetti, tacitamente a tempo indeterminato). In cambio, alla Finanza, il piano terra di un palazzo in via Zappata, quello che ospitava la sede della Polizia municipale. Purtroppo, allora, quello municipale è stato un possesso fine a se stesso, un possesso “fantasma”. Ed è di stamattina la notizia che lo storico immobile di gran pregio che si staglia alla fine di via XXIX Settembre, formalmente ancora del ministero degli Interni (demaniale quindi) «non è praticabile a fini culturali, in quanto deve essere adeguato alle normative. E nonostante il Comune abbia speso migliaia di euro per studi di fattibilità, ne servono circa 250mila per i lavori necessari». Le parole dell’assessore municipale Paolo Marasca in Consiglio comunale, in risposta ad una interrogazione della consigliera del M5 Stelle Lorella Schiavoni, sono state una doccia fredda, anzi, una bomba d’acqua sulle speranze dei tanti anconetani che sognavano una riconsegna alla pubblica fruibilità della struttura, eretta tra il 1787 e il 1789 per volere di Papa Pio VI, aperta a quel tempo sulla mura della città e unita al bastione difensivo a mare di Santa Lucia, a fianco della magica isola pentagonale della Mole Vanvitelliana.

L’assessore Marasca

Di più, e di peggio: «Il Comune, secondo una sua lista di priorità, è intervenuto finanziariamente per la sistemazione di altre, opere pubbliche, non è escluso tuttavia che in futuro saranno indetti bandi, anche grazie all’intervento di contributi esterni, per la ristrutturazione necessaria». In futuro, ma quando? Altro Marasca non ha detto. Troppo poco per riaccendere le speranze di una rinascita di questo nobile immobile decaduto, che peraltro necessità – come aveva dichiarato diversi mesi fa un altro assessore, Stefano Foresi – di ulteriori opere di manutenzione, oltre a quelle minime che sono state eseguite. E già, perché soprattutto gli interni di Porta Pia, scatolone vuoto, si stanno anno dopo anno deteriorando. Ma, manutenzione a parte, quali sono gli interventi così costosi da cantierare? Nuova impiantistica ed accessibilità, si è limitato ad aggiungere Marasca. Per essere più precisi: l’abbattimento delle barriere architettoniche, il che significherebbe installare un ascensore nell’ala destra dell’edificio, e mettere mano su quello dell’ala sinistra in modo che fermi in tutti i livelli, mentre ora collega solo il primo piano all’ultimo; predisporre ex novo gli allacci e i quadri elettrici (del tutto assenti), così come i servizi igienici; sostituire porte e infissi; e magari rifare i pavimenti.
E pensare che il sindaco Galeazzi l’aveva pensata alla grande: trasformare la porta papalina in un Museo del Risorgimento, grazie ad un progetto preliminare (targato 2001), approvato sì dalla Soprintendenza, ma da alimentare con la cifra, già esorbitante allora, di 1 milione e mezzo di euro.  Ma siamo sicuri che non esiste proprio una via intermedia, al risparmio, per dare un senso ai cinque piani-livelli calpestabili della splendida opera edilizia disegnata dell’architetto Filippo Marchionni? Forse sì. Dato che nel 2010, su impulso dell’allora assessore alla Cultura Andrea Nobili (Giunta Gramillano) bastò una poco costosa operazione di repulisti perché le pareti interne di alcune sale e scalinate di un’ala di Porta Pia, il 26 giugno di quell’anno, ospitassero per un po’ l’installazione “Rovina”, dell’artista Ericailcane, su iniziativa di Mac Manifestazioni artistiche contemporanee. Un successone. Replicato nell’estate 2012 da un’altra mostra, ricompresa in un’altra iniziativa artistica temporanea intitolata “Arrivi e partenze” organizzata da White Fish Tank. Successi che fecero brillare nella mente di Nobili l’idea di trasformare definitivamente la Porta in una sorta di centro direzionale stabile per le associazioni culturali, soprattutto con vocazione artistica. Due anni fa, l’ormai ex assessore Nobili, interpellato sul caso, e una volta consultati i tecnici del Comune, dichiarò che per attuare i lavori più importanti per un parziale utilizzo, di euro ne sarebbero bastati 150mila, anziché 250mila. Forse, in Comune, qualcuno potrebbe ripensarci, ad aprire una prima virtuosa breccia progettuale a Porta Pia, a stilare un piano volto a rendere i suoi ambienti fruibili al pubblico, “step by step”, anno dopo anno, secondo una filosofia urbanistica finalizzata a una sua riconquista graduale e possibile. Forse. Perché per adesso e per chissà ancora quanto, tutto ciò non è una priorità a Palazzo del Popolo.

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