di Sabrina Marinelli
Professionista di alto profilo nel settore cinematografico, il senigalliese Giacomo Treviglio ricopre ruoli chiave come Costume coordinator e Assistant costume supervisor. Ha un’esperienza che spazia dai grandi set di Hollywood alle campagne pubblicitarie internazionali.
Molti pensano che lavorare nei costumi significhi vestire gli attori, ma cosa fa un Costume coordinator e Assistant costume supervisor?
Io non metto l’abito all’attore, ma faccio in modo che quell’abito esista, sia dove deve essere e rientri nel budget. Sono il ponte tra l’idea creativa del costume designer e la realtà operativa: gestisco i fornitori internazionali, coordino il team, organizzo i movimenti tra le varie location e risolvo problemi logistici improvvisi. È un ruolo che richiede grande organizzazione, capacità di problem solving e una visione d’insieme, perché ogni dettaglio deve essere al posto giusto nel momento giusto.
Fa in modo che tutto sia pronto per il ciak?
Esattamente ma non da solo. Il mio lavoro è quello di far funzionare tutta questa macchina insieme ai supervisor: coordinare il team, gestire logistica, budget e fornitori, organizzare la realizzazione e il movimento dei costumi tra le varie location. In pratica mi assicuro che tutto sia pronto nei tempi giusti per le prove costume degli attori e per le riprese.
Trasforma le idee in realtà?
Nel mio settore sì, è un lavoro di squadra, ma è così. Ogni set mi insegna qualcosa di nuovo, ma ciò che preferisco resta sempre la sfida di trasformare un’esigenza creativa in una realtà operativa perfetta, ovunque ci si trovi nel mondo.
Come è arrivato agli Studios di Hollywood?
Il cinema è sempre stato un mio sogno, anche se all’inizio non sapevo esattamente quale fosse il mio posto in questo mondo. Guardandolo da fuori, spesso si pensa che le uniche strade siano quelle dell’attore o del regista, ma in realtà dietro a un film o a una serie c’è una macchina enorme fatta di tantissimi ruoli diversi.
Soddisfatto di stare dietro le quinte?
Ho trovato il mio spazio tra produzione e reparto costumi, in una posizione molto organizzativa e strategica. Negli anni ho lavorato su produzioni italiane e internazionali, crescendo fino a ricoprire ruoli come Costume coordinator e Assistant costume supervisor su grandi progetti americani.
Il corrispettivo italiano qual è?
Sono figure che nelle produzioni italiane spesso non esistono, perché entrano in gioco soprattutto quando i progetti diventano molto complessi e le troupe molto numerose: solo il reparto costumi, per esempio, può superare anche le cento persone.

Matt Damon sul set nei panni di Ulisse
Di cosa si è occupato ultimamente?
Nell’ultimo anno ho avuto la fortuna di lavorare su progetti internazionali molto importanti. Tra questi, il nuovo film di Christopher Nolan, The Odyssey, girato tra diverse nazioni con un cast internazionale come Matt Damon, Anne Hathaway, Charlize Theron, Tom Holland, Zendaya e Robert Pattinson. È un progetto su cui non posso ancora entrare nei dettagli, ma che uscirà a luglio. Successivamente ho lavorato anche a The Thomas Crown Affair, diretto e interpretato da Michael B. Jordan, presentato di recente al Cinemacon di Las Vegas. E infine una serie Netflix molto conosciuta che ora non posso citare.
Com’è stato gestire la pressione di produzioni di questa portata?
È stata un’esperienza intensa e formativa. La precisione non è un optional, è la base di partenza. Quando si gira in Marocco le sfide logistiche sono enormi: gestire migliaia di pezzi in mezzo al deserto richiede tanta organizzazione e capacità decisionali. Ma la soddisfazione di vedere quella macchina muoversi all’unisono è impagabile.
Che legame ha con la sua terra?
Continuo a lavorare anche nelle Marche. Negli ultimi mesi ho portato sul territorio belle produzioni come la campagna globale di Onitsuka Tiger tra Senigallia e Corinaldo e uno shooting per Maserati alle Gole della Rossa.
Ha esaudito il suo sogno o c’è altro nel cassetto?
Per me è fondamentale mantenere il legame con le Marche, perché il mio sogno sarebbe anche quello di poter sviluppare qualcosa nel posto dove sono nato.
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