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«L’economia marchigiana in picchiata,
servono più governance e innovazione»

L'ANALISI e l'appello di Cgil, Cisl e Uil: «Il trend nell’ultimo decennio è preoccupante. Ciò è dovuto anche alla scarsa efficacia delle politiche di sviluppo messe in pratica dalla Regione, a partire dall'utilizzo dei fondi europei»
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Foto d’archivio

 

«Non è una novità che le Marche siano una regione a vocazione manifatturiera: il valore aggiunto del sistema manifatturiero sul totale dell’economia regionale nel 2016, ultimo anno disponibile, si attesta al 23,4%, il dato più elevato in assoluto in Italia, così come con il 24,9% si conferma il primato degli occupati in tale settore (contro la media nazionale, che è rispettivamente del 16,4 e del 15,6). Una caratteristica che ha determinato alti livelli di benessere, livelli seriamente erosi da questi ultimi dieci anni di crisi. La nostra industria manifatturiera ha bisogno di attenzione, risorse e visione strategica, per poter crescere e competere nel mutato contesto nazionale, europeo e globale». L’analisi e il conseguente appello arrivano dai sindacati Cgil, Cisl e Uil.  «Il trend economico delle Marche nell’ultimo decennio è infatti preoccupante – continuano i sindacati – fatto 100 il valore del Pil a prezzi correnti del 2007, la diminuzione è più netta rispetto sia alla media nazionale, che a quelle delle regioni del Centro e del Nord-Est fino al 2013; il recupero successivo appare invece più lento, tanto che nel 2017 le Marche sono appena riuscite a tornare ai livelli del 2007, mentre il Centro è al 104,6%, la media nazionale al 107,2 e quella del Nord-Est a 111. Un altro indicatore preoccupante è la spesa per ricerca e sviluppo in percentuale al PIL, che nel 2017 è dell’1,12% per le Marche contro l’1,38% della media nazionale, l’1,52 delle regioni del Centro e l’1,57% di quelle del Nord Est. Dati alla mano, l’impressione è che questa voce sia stata vista troppo a lungo nella nostra regione solo come un costo aggiuntivo per l’impresa. Nell’ultimo biennio, però, il settore privato ha manifestato una significativa accelerazione, non accompagnata, purtroppo, da un analogo sforzo da parte pubblica, la cui percentuale di spesa rimane stagnante». Dai dati impietosi, alle cause che li avrebbero determinati. «Ciò è dovuto – denunciano Cgil, Cisl e Uil – anche alla scarsa efficacia delle politiche di sviluppo messe in pratica dalla Regione, a partire dall’utilizzo dei fondi europei, sia a livello quantitativo che a livello qualitativo. Manca una visione strategica, per cui gli stessi impegni di spesa risultano poco efficaci:il monitoraggio della Ragioneria Generale dello Stato al 31 agosto 2019 dà per le Marche 253,81 milioni di euro di impegnato su 585,38 milioni di risorse programmate, ovvero poco più del 43%, che ci pone ben ultimi tra le regioni più sviluppate (peggio di noi soltanto l’Umbria). Se poi si valuta dal lato dei pagamenti, la situazione appare ancora più preoccupante, perché siamo al 15,7% rispetto al programmato e a poco più del 36% sugli impegni di spesa. Praticamente gli ultimi tra le regioni più sviluppate.
Per fare un raffronto con le altre regioni d’Italia,si potrebbero togliere dal totale programmato i 248 milioni di risorse aggiuntive per il sisma, che possono essere spese dalla fine del 2017. Ma anche in questo caso la situazione non cambierebbe in modo significativo: migliora ovviamente la quota degli impegni, ma rimane inesorabilmente basso il livello dei pagamenti. E’ evidente che il vero limite dell’azione della Regione Marche andrebbe ricercato attraverso un’analisi più compiuta sull’utilizzo dei fondi europei in una logica di integrazione (FESR, FSE e PSR) e finalizzando questi ad un progetto di complessivo e condiviso di orientamento pubblico dello sviluppo, così come noi abbiamo sempre chiesto dall’inizio della legislatura». Da qui l’appello. «Riteniamo opportuno che la Regione – concludono i sindacati – nella prossima tornata di programmazione europea 2021-2027 debba necessariamente aprire un confronto con tutti gli attori sociali per impostare un comune ragionamento che orienti in maniera più puntuale le aziende, spingendole ad associarsi per presentare progetti più incisivi per i quali chiederemo un innalzamento del contributo minimo, sempre nell’ottica di favorire la più alta aggregazione tra soggetti nel territorio».

 

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