Aggressione in carcere a Cassino:
detenuto della strage di Corinaldo
aggredisce e ferisce due agenti

VIOLENZA - Andrea Cavallari ha colpito gli agenti con un'arma impropria dopo aver dato fuoco alla cella. Il Sappe chiede risposte severe per quanto accaduto

Andrea Cavallari durante un prelievo in Spagna dopo l’evasione

Torna al centro delle cronache Andrea Cavallari, il detenuto condannato in via definitiva a 11 anni e 10 mesi di reclusione per la strage di Corinaldo, tragedia che provocò sei morti e 59 feriti, già protagonista della clamorosa evasione durante un permesso concesso per la discussione della tesi di laurea e successivamente rintracciato e arrestato a Barcellona dagli uomini del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria.
Secondo quanto denuncia il Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria), nella tarda mattinata di ieri, presso il reparto isolamento della Casa Circondariale di Cassino, il detenuto si è reso protagonista di una violentissima aggressione ai danni di due appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.

«L’episodio – viene ricostruito dal Sappe – è iniziato quando il ristretto ha appiccato il fuoco a uno sgabello in dotazione alla cella, provocando una rapida propagazione del fumo all’intero primo piano del Reparto isolamento. Per garantire la sicurezza dei detenuti presenti e scongiurare conseguenze ancora più gravi, il personale di servizio ha immediatamente avviato le procedure di emergenza, trasferendo i detenuti nelle aree passeggio».
Proprio durante queste operazioni, il detenuto, «anziché dirigersi verso il passeggio come disposto dal personale, ha improvvisamente aggredito un giovane agente, in servizio da pochi giorni, colpendolo con pugni e schiaffi. Successivamente, all’arrivo di un collega più esperto intervenuto in suo soccorso, il detenuto ha afferrato una gamba di tavolo prelevata dalla cella e si è scagliato contro il poliziotto, colpendolo ripetutamente alla schiena e alle gambe con estrema violenza».
Solo il provvidenziale intervento di un altro detenuto ha consentito di interrompere la furia aggressiva del giovane ed evitare conseguenze ancora più gravi.

Fotosegnaletica di Andrea Cavallari

I due poliziotti «sono stati immediatamente soccorsi, visitati presso l’infermeria dell’istituto e successivamente trasferiti al pronto soccorso, dove sono stati giudicati guaribili rispettivamente in 5 e 7 giorni. Ma alle conseguenze fisiche si aggiunge – viene sottolineato – il forte trauma psicologico subito da entrambi: il più giovane ha dovuto affrontare una brutale aggressione a pochissimi giorni dall’inizio del servizio, mentre il collega più anziano, dopo una lunga carriera senza episodi analoghi, si è trovato a fronteggiare una violenza cieca perpetrata con un’arma impropria, senza alcuna possibilità di difesa».
«Esprimiamo la nostra totale vicinanza e solidarietà ai colleghi feriti», dichiarano Donato Capece, segretario generale del Sappe, e Maurizio Somma, segretario regionale per il Lazio. «Quanto accaduto a Cassino è di una gravità inaudita e rappresenta l’ennesima dimostrazione di come il personale di Polizia Penitenziaria operi quotidianamente in condizioni estremamente difficili, esponendosi a rischi altissimi per garantire la sicurezza degli istituti e della collettività».

«Non può e non deve esistere alcuna forma di tolleranza verso chi si rende protagonista di aggressioni tanto vili quanto infami contro gli appartenenti al Corpo. Siamo di fronte a una condotta premeditata, violenta e criminale che merita una risposta immediata e rigorosa da parte dell’Amministrazione e della Magistratura di Sorveglianza».
«Ribadiamo con forza – concludono Capece e Somma – la necessità che i detenuti responsabili di aggressioni ai danni del personale vengano sottoposti ai più rigorosi regimi detentivi consentiti dall’ordinamento, con l’applicazione delle necessarie sanzioni disciplinari e penali. Chi alza le mani contro un poliziotto penitenziario attacca lo Stato e deve essere perseguito con la massima intransigenza. La sicurezza del personale non è negoziabile e non può più essere sacrificata sull’altare di un garantismo che troppo spesso dimentica le vittime di queste violenze».

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