Aurelio, il pittore democratico
«Era nato il 30 aprile ma festeggiava
il compleanno il Primo Maggio»

Aurelio C., “L’eredità”, 1974

di Sara Bonfili
Antifascista, nel corpo italiano di liberazione, coerente nelle sue scelte durante tutta la vita. Era Aurelio Ceccarelli, che firmava le proprie opere e divenne noto come Aurelio C. Si definiva pittore “democratico”. Il critico Mario De Micheli parlava della sua “pittura come Resistenza”; il figlio, Rosso Ceccarelli, cercando un definizione consona al motivo del suo impegno sociale, parla piuttosto di “pittore ecologo”.
Aurelio Ceccarelli era fabrianese, iniziò a dipingere da autodidatta a quindici anni. Negli anni della Repubblica di Salò aveva l’età per la leva militare, e si diede alla macchia. Nel 1944 si unì all’esercito di italiani che nel sud Italia combatteva con gli angloamericani per la Liberazione: fu mandato sulla linea gotica, dove rimase ferito nel 1945. Nel 1948 si trasferì a Roma, per fare il pittore, cosa che fece quasi ininterrottamente tutta la vita. Per Renato Guttuso posò anche come modello: era effettivamente di grande prestanza fisica, e compare in alcuni quadri dell’artista siciliano, come in “Boogie Woogie” del 1954. Aiutava, per arrotondare, Guttuso a foderare e intelaiare i supporti dei suoi quadri. Guttuso fu anche un esempio di militanza comunista. Partecipò a mostre, collettive, esposizioni e premi molto importanti, dalla fiera di via Margutta a Roma al Premio Salvi di Sassoferrato. Rosso Ceccarelli è il figlio, nato dal matrimonio di Aurelio con Vitaliana nel 1956, vive a Roma dove dal 2016 porta avanti la mission della catalogazione delle opere e della ricostruzione della memoria artistica e della produzione del padre attraverso l'”Archivio Aurelio C.”
Ci aiuti a ricostruire le tante vicende di questo personaggio storico fabrianese, legato ai valori della Sinistra, all’ideale del lavoro, alla centralità dell’uomo e al suo ruolo nella società?

Aurelio C. nel 1951. Il pittore fabrianese è scomparso nel 2014
«Mio padre fu nella Resistenza, era appena ventenne. Ricordo ancora le schegge che mio padre mi mostrava sulla schiena e sul collo. All’altezza di Cesena, sulle rive del fiume Savio, un commilitone pistò una mina e morì, mentre lui fu colpito dalle schegge sulla schiena portato all’ospedale».
Come iniziò la sua carriera di artista?
«Volle andare a Roma nel 1948, perché voleva fare il pittore. Frequentò lo studio di Corrado Cagli, che fu il suo maestro. Lì imparò e conobbe i più grandi artisti del momento, da Alberto Burri, Emilio Villa, da Sebastián Matta a Mannucci, da Prampolini a Renato Guttuso. Lì si sposò con mia madre. Per cinque anni smise di dipingere, per motivi personali, quando finì la sua relazione con mia madre. Ma non poteva farne a meno e nel ’64 ricominciò».
Arte e politica erano una sola cosa per lui?
«Diciamo che l’arte e l’impegno politico prima erano due passioni staccate, fu solo negli anni Sessanta che unì la politica e pittura lavorando per il partito comunista. Era impegnato negli anni dei boom in Italia, quando lo sviluppo portò con sé anche la devastazione delle città, le difficoltà della vita in fabbrica, l’inquinamento e le condizioni di lavoro usuranti. Se c’è un filo conduttore che unisce la sua opera è l’occhio critico sull’uomo e il suo ruolo nella società, nell’ambiente, nella storia. Lui era un pittore resistente ma per questo motivo lo definirei piuttosto un “pittore ecologo”. Era nato il 30 aprile, ma aveva il vezzo di festeggiare il suo compleanno il 1 maggio».
Raccontaci l’esperienza di Aurelio C. in America Latina.
«In America Latina andò nei primi anni Settanta. Nel 1972 dicembre andò a conoscere David Alvaro Siquieros, che ammirava soprattutto per la sua pittura murale. Lo ricordo perché ho in mente le cartoline che mi inviava dal Messico. Nel 1987 fu chiamato da un amico pittore nel pieno della rivoluzione sandinista in Nicaragua. Deposto il dittatore Anastasio Somoza, andò nel Centro de Espiritualidad Mons. Oscar Arnulfo Romero, un centro religioso di stampo rivoluzionario, che teorizzava la Teologia della Liberazione, qualcosa di impensabile da noi. Fu lì per tre o quattro mesi, per realizzare alcuni affreschi. Due anni dopo vi tornò per eseguire altri affreschi. In Italia fece tante mostre derivanti questi viaggi, dei reportage, anche per i giornali con cui collaborava come “il Progresso” di Zenobi a Fabriano».

Aurelio C. in Nicaragua, (Archivio Aurelio C.)
Domani, 2 maggio, saranno spiegate, narrate, le illustrazioni che Aurelio C. fece sulla Resistenza fabrianese.
«Sì, sono delle illustrazioni per la propaganda del Partito comunista in occasione del ventennale della Resistenza, conservate in biblioteca. Ma Aurelio Ceccarelli ha anche realizzato un dipinto di grandi dimensioni donato al Comune di Fabriano, conservato nella scuola Allegretto di Nuzio. “L’eredità” (1974) è un acrilico su tela, dedicato alla memoria del passato, contro la guerra, all’eredità che si lascia attraverso al nostra presenza nel mondo. Quello sì che è un dipinto da spiegare il giorno della Festa del Lavoro: perché illustra la guerra come interruzione del lavoro, di un lavoro ben fatto, che è la prima attività dell’uomo, in piena serenità. E’ il lavoro che mette l’uomo al centro della società, che lo nobilita e lo rende utile. Il lavoro a cui si riferiva lui è quello pienamente goduto, al meglio delle proprie capacità, non quello fatto da schiavi. Come diceva Primo Levi: “Trovare un lavoro che si ama corrisponde alla migliore approssimazione della felicità sulla terra”».
Qual è il legame che la città ha con il suo artista Aurelio C., prima e dopo la sua scomparsa ne 2014?

Aurelio C., “Autoritratto”

Aurelio C., “Liberi perché forti – forti perché liberi” (1975), acrilico su tela
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