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«La banca islamica,
esempio di resilienza»:
una tesi senza precedenti a Unimc

UNIVERSITÀ - L'anconetana Antonella Di Maso che ha conseguito la laurea magistrale discutendo sull’impatto sociale della finanza secondo i dettami del Corano in contrapposizione alle tesi liberali di Adam Smith e Milton Friedman
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Da sinistra: Stefano Perri, Antonella Di Maso ed Emanuela Giacomini

 

di Maurizio Verdenelli

Mohamed Tarakij, l’atteso imam di Macerata, alla fine non si è visto nell’aula blu del polo Pantaleoni di Unimc, ma un’autentica standing ovation ha accolto la tesi della laurea magistrale in Economia dell’anconetana Antonella Di Maso (relatrice la prof Emanuela Giacomini). “Islamic banking as a social impact finance”, una relazione dottorale, questa, senza precedenti sotto il cielo dell’antica università di Macerata, città divenuta il simbolo dell’integrazione, pur con tutti i suoi drammatici travagli. Senza precedenti anche per le Marche, sponda adriatica in vista del Medio oriente che a metà del ‘Duemila’ aveva tentato un ponte ‘bancario’ con i migranti islamici. Il conto coranico di Carifac (la cassa di risparmio di Fabriano e Cupramontana, una delle sedici casse a restare autonoma prima dell’incorporazione in Veneto Banca e a seguito del drammatico crac) messo a punto dal direttore generale della banca, professor Vincenzo Tagliaferro docente a contratto di Unimc per alcuni anni, pur con l’appoggio delle comunità islamiche in Italia, non ebbe vita lunga, trasformata successivamente, almeno nella denominazione, in ‘conto senza spese’.

Dottoressa Di Maso, Maometto, il Corano, la Sharia al posto di Adam Smith e Milton Friedman: se fosse stato così, ci sarebbe stato il crac di Banca Marche (il titanic del credito marchigiano) delle tre bad bank italiane, e via elencando quello di Mps e delle banche venete, con particolare riferimento a Veneto Banca che aveva assorbito Carifa? Un naufragio che in questa regione ha visto colare a picco non solo il risparmio di migliaia di famiglie, ma pure il concetto di laborioso risparmio, cardine principe del miracolo economico marchigiano post guerra di cui un grande marchigiano (Enrico Mattei) era stato per gli stessi americani (New Caesar) l’espressione di quello più generale italiano. Insomma la islamic banking avrebbe impedito secondo lei, tutto questo?

«Direi di no, in quanto le banche convenzionali basano i loro guadagni sui prestiti offerti che seppure garantiti generano  la moltiplicazione della base monetaria e di conseguenza una spirale non realistica di benessere finanziario. La banca islamica invece crea dei pool con i suoi depositanti come fondi di investimento partecipativi alla creazione di asset come infrastrutture, edifici e case. Il punto focale è che la banca islamica è naturalmente e fisiologicamente protetta dal rischio sistemico. Uno dei principali rischi di default bancari (ossia la corsa agli sportelli) quando si instaura un clima di sfiducia e panico».

Antonella Di Maso

La sua è una tesi senza precedenti a Macerata e quasi sicuramente una delle prime del genere in Italia. Cosa l’ha indotto a penetrare un terreno affascinante ma del tutto inesplorato?

«La tesi è maturata nel tempo, ho iniziato a leggere come operava la banca islamica ancora prima che mi iscrivessi all’università di Macerata, parliamo del 2008. Mi aveva incuriosito il modo di fare transazioni bancarie senza interesse attivo o passivo, ma soprattutto l’implementazione dei principi di ordine religioso alla finanza. Molti studi sono stati fatti da economisti italiani alla ricerca di caratteristiche di resilienza della banca islamica alla crisi, con risultati positivi. Ad esempio i bond islamici (Sukuk) possono essere utilizzati all’interno di un portfolio finanziario come calmierante del rischio totale (proprio come si fa oggi con le azioni aurifere)».

Prendendo a spunto il titolo stesso della sua tesi di laurea magistrale, qualcosa si muove in quella direzione nell’ordinamento italiano, a seguito del ‘disastro’ annunciato del sistema bancario nazionale considerato pure il drammatico impatto sociale che ha avuto la distorsione dell’idea liberale che animò Smith e Friedman?

«Credo andasse bene fino al post-guerra per l’impatto sull’economia reale. Direi che oggi il liberalismo economico esiste ancora laddove un mercato non sia ancora stato del tutto regolarizzato».

Ci potrà essere, tra tanti balzelli attuali di una pressione fiscali tra le più alte in Europa e nel mondo, la Zakat, la tassa per scopi sociali così come la pensò il Profeta? E la Gharar, il divieto d’incertezza e di speculazione, Maysir? E per i Sukuk, i bond islamici?

«La Zakat è la tassa su qualunque cosa per i musulmani, addirittura anche sui gioielli che si possiede o anche il raccolto di un latifondo e addirittura sulle greggi. E’ del 2.5% ed è l’unica tassa imposta in molti Stati Musulmani. Il Corano vieta il consumo di alcol e droghe da sempre, vieta il gioco d’azzardo, non le sembra siano i mali maggiori che dobbiamo affrontare noi occidentali e che impoveriscono la società? Proprio dall’inizio dell’anno è totale il divieto di pubblicità con qualsiasi mezzo, anche durante gli eventi, relativa a giochi e scommesse con premi in denaro, fatto salve la lotteria nazionale con premi differiti».

Il 2 maggio 2017 c’è stata una proposta di legge dal titolo: “Disposizioni concernenti il trattamento fiscali delle operazioni di finanza islamica” firmato dall’allora presidente della commissione Finanze della Camera Maurizio Bernardo e da altri dieci deputati. E’ stato il primo passo per cercare di ‘capire’ da parte dell’ordinamento italiano il mondo della finanza islamica veicolata dalle istituzioni tradizionali che solo nel 2015 veniva valutata (timidamente: probabilmente al 50% della dimensione effettiva) attorno ai duemila miliardi di euro, con crescita annua a doppia cifra. Capire, ma soprattutto attirare ingenti capitali esteri. La proposta di legge è rimasta purtroppo tale, e il sistema bancario italiano è fisso sulla sponda opposta del Mediterraneo, mi pare come il ‘conto coranico’ che Carifac nella prima metà del duemila, su iniziativa del dg Vincenzo Tagliaferro, tentò di varare a Fabriano all’ombra delle fabbriche Merloni che raccoglievano, nel loro complesso, maestranze di fede islamiche (circa il 7% della popolazione). E’ ottimista per l’immediato futuro?

«Sono ottimista di natura, ma da solo l’ottimismo non basta, bisogna creare il terreno favorevole per fare entrare denaro estero che investa in Italia, altrimenti l’alternativa per i fondi islamici resta solo quella di comprare le nostre aziende e in periodi di necessità, rivenderle, come sta facendo il Qatar che ultimamente ha bisogno di liquidità. Dobbiamo lavorare per rendere la finanza italiana il più partecipativa possibile con chi è interessato a creare ricchezza».

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