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Diviso tra il lavoro e l’impegno politico:
il ritratto di Shoel Ahmad,
consigliere comunale aggiunto

ANCONA - Trentadue anni, bengalese, fornaio di mestiere, Shoel è arrivato in Europa diciottenne per frequentare l'università. Poi il lavoro fino a diventare punto di riferimento per la sua comunità in città. Sugli scranni di Palazzo del Popolo rappresenta assieme al suo collega, Kumrul Mirdha, tutte le comunità straniere di Ancona, tra le quali quella bengalese è la seconda più numerosa. «Porto in Aula le nostre difficoltà e le nostre istanze»
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Il consigliere aggiunto del Comune di Ancona, Shoel Ahmad

 

di Marco Benedettelli

Quando quindici anni fa è arrivato ad Ancona dalla lontana Dhaka, chissà se Shoel Ahmad s’immaginava anche solo vagamente che un giorno sarebbe entrato nel cuore pulsante della vita politica cittadina, il Consiglio comunale, per rappresentare quei quattordicimila stranieri che – soprattutto dagli anni Novanta e poi sempre più – si sono trasferiti in città, a vivere e lavorare. Shoel è uno dei due consiglieri comunali aggiunti di Ancona, eletto il 10 giugno scorso con 447 voti, assieme al collega di scranno Kumrul Mirdha, il secondo consigliere straniero, anche lui bengalese. Oggi la vita di Shoel Ahmad si divide fra il suo mestiere da fornaio e l’impegno politico da consigliere. Ogni mattina alle due e mezzo inizia il lavoro al Panificio Lucci in via Giordano Bruno, dopo le sue otto ore torna a casa dalla moglie e i figli. Quando il consiglio comunale è convocato, Shoel vi prende parte. Come da statuto, lui e il suo collega hanno diritto di parola e non di voto: «In Comune rappresentiamo tutta la comunità straniera», spiega in una tavola calda di piazza Rosselli, gestita da bengalesi come lui, in uno degli angoli più multietnici della città, dove il Ristornate Gino col suo stoccafisso sta fianco a fianco dei venditori di kebab, nel trambusto della stazione e dei suoi viaggiatori. Secondo gli ultimi dati forniti dal Comune e aggiornati al 1 gennaio 2019, la comunità bengalese è la seconda più numerosa in città, con 1780 unità, dopo i rumeni, 2701 unità e seguiti dagli albanesi, con 1425 residenti.

Ancona, popolazione sopra i 101mila: in aumento gli stranieri – Gli stranieri residenti in città secondo i dati, al 31 dicembre 2017, erano 13.426. a fronte dei 14.026 del 2018. La comunità straniera più rappresentata in città continua ad essere quella rumena che incrementa ancora di più la propria presenza passando dai 2.573 del 2017 alle 2.701 unità del 2018. Stesso trend anche per gli originari del Bangladesh che passano dai 1.621 del 2017 ai 1.780 del 2018, e per gli albanesi dai 1.399 del 2017 ai 1.425 del 2018.

I consiglieri comunali stranieri aggiunti,
Mrida Kamrul, Ahmed Shohel

Shoel è arrivato in Europa diciottenne con un visto turistico, «volevo fare l’università qui», racconta. La sua prima tappa è stata la Germania, poi si è trasferito in Italia portato da un amico. «Sono regolare dal 2009, grazie a una sanatoria», spiega. Appena stabilizzato, Shoel è divenuto punto di riferimento per tanti stranieri ed extracomunitari come lui. Di consigli da dare ce ne sono un’infinità, su come compilare i moduli per le tasse, per esempio, o su qual è la strada per accedere alle pratiche sanitarie o per rinnovare i permessi di soggiorno. Sono stati gli altri stranieri e bengalesi a convincerlo a candidarsi come consigliere, e lui ha accettato, con slancio da trentaduenne. «Ho degli obiettivi − dichiara −. Voglio spiegare al Consiglio quanto il rinnovo del permesso di soggiorno sia sempre più complicato. I tempi si sono dilatati. Voglio poi che l’amministrazione capisca bene le difficoltà che noi stranieri incontriamo se perdiamo il lavoro. Sì, ci sono i sussidi di disoccupazione, ma chi è straniero non può contare sul sostegno della propria famiglia. Molti si trovano in ristrettezze serie». Shoel ha in mente anche un progetto per la sua comunità, quello di avviare una scuola bengalese «Dove i figli possano apprendere le nostre tradizioni e la nostra lingua. Certo, studiare l’Italiano è importante, ma non vogliamo nemmeno perdere le nostre tradizioni. Io mi sento anconetano, sto bene in città, mai avuto problemi, non mi sono mai sentito emarginato». Shoel spiega alcune delle dinamiche della comunità bengalese, che lui descrive come «riservata, silenziosa, laboriosa». E che ha iniziato a mettere radici fra i quartieri Archi e il Piano negli anni Novanta, quando sono arrivati i primi pionieri. «Da qualche anno però è molto più difficile emigrare in Italia perché visti turistici o ricongiungimenti familiari sono concessi col contagocce». Il consigliere comunale aggiunto spiega che i suoi connazionali lavorano soprattutto nei cantieri al porto, alcuni sono divenuti anche titolari di piccole imprese. Altri fanno gli operai in zona, per esempio come tubisti nella ditta Roccheggiani. C’è chi ha dei bar, chi piccoli negozi o bancarelle, in tantissimi lavorano nelle cucine dei ristoranti dorici. Le donne sono casalinghe. «Da via Marconi a piazza Rosselli, le attività gestite dai bengalesi non si contano, sono più della maggioranza, fra telefonia, tavole calde, alimentari. Viviamo concentrati fra via Marconi, via Giordano Bruno, corso Carlo Alberto, via Fiorini, via Pergolesi, piazza Ugo Bassi. E preghiamo in via Dalmazia, dove ci sono due moschee, una con un hoozur bengalese, (hoozur è il padre spirituale della comunità di fedeli, ndr)» Fra gli svaghi, ci sono le partite di cricket durante i fine settimana nell’ex campo da calcio del piano San Lazzaro, quando il clima lo consente. Ma andare fuori Ancona, o semplicemente spostarsi dal quartiere non è semplice. Quasi nessuna famiglia possiede un’automobile e tutti si riversano sulle strade davanti casa, a sedere sulle panchine mentre i bambini si radunano a giocare nel piazzale del supermercato Coop di corso Carlo Alberto. «Sono in tantissimi, − commenta Shoel − e forse con le loro corse disturbano chi fa la spesa. Me ne dispiace, io mia figlia là non la mando più, proprio perché la situazione a volte mi sembra irrispettosa. Purtroppo in questa zona non ci sono parchi vicini. Anche di questo vorrei parlare con la sindaca Mancinelli». Per mangiare alla bengalese bastano i cibi che si vendono nei supermercati italiani. Le spezie più particolari o qualche tipo di pesce tradizionale asiatico ci si rifornisce in negozi d’alimentari orientali. «Siamo una comunità tranquilla, lavoriamo, abbiamo famiglia e amici. Non diamo fastidio a nessuno e non ci sono tensioni neanche con altri gruppi d’immigrati. Se finiamo in difficoltà, non rubiamo, non è nella nostra cultura». È molto schivo Shoel Ahmad, anche prima di concedere quest’intervista ci ha pensato. «So che in Internet quando si parla di noi migranti, spesso i toni diventano agitati. Ci sono anche persone che non desiderano la nostra presenza. Ma io non voglio fare polemica con nessuno. L’Italia ci ha accolto, ci ha dato persino la possibilità di esprimerci in Consiglio comunale con dei consiglieri aggiunti, per esempio. Io non voglio mettermi contro nessun italiano, nemmeno contro chi non ci vuole. Noi siamo solo riconoscenti».

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