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Scoperto sito archeologico
nascosto al civico 127 di via Matteotti

ANCONA - Si tratta di una tomba appartenente con ogni probabilità alla necropoli ellenistico-romana, musealizzata e dimenticata, simile alla tomba posta al civico 62 della stessa via e visibile grazie a delle pareti in vetro
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La tomba del I sec. d.C. riscoperta ad Ancona, nascosta dentro al condominio di via Matteotti 127

 

L’ingresso nascosco al civico 127 di via Matteotti

 

di Giampaolo Milzi

Era una leggenda di quartiere, anzi di strada. E invece l’antichissima tomba “fantasma” inglobata nell’isolato compreso tra via Matteotti e le vie Indipendenza e Baldoni, le due traverse che portano a via Volturno, ad Ancona, è una realtà concreta, seppur quasi invisibile e inaccessibile. L’Urlo Indiana Jones Team (gruppo di ricerca storica del free press Urlo) se l’è sudata l’identificazione di questo spicchio di area sepolcrale: vari giri dell’isolato, domande agli esercenti e ai residenti. Obiettivo centrato: è al civico 127 di via Matteotti, dove a lato di una parete si apre una strettoia un po’ buia; pochi metri ed eccoci in faccia a una piccola porta in vetro sporca (sul lato sinistro il portone del condominio), chiusa a chiave, e guardando oltre ecco ciò che resta di una delle più grandi strutture di sepoltura romana venute alla luce ad Ancona, nel contesto della necropoli ancora un po’ più antica ellenistico-romana. Sopra ad una piattaforma di cemento si eleva un primo strato a livello basamentale, in blocchi d’arenaria, che delimita sui quattro lati il nucleo di fondazione, una sorta di mega-cubo realizzato da massicciate costituite da un mix di pietre d’arenaria e calcaree, frammenti di laterizi, calce e sabbia. La parte sommitale del nucleo è sparita, forse troncata durante i lavori di edificazione del palazzo nella prima metà degli anni ‘80; così come sono state fatte a pezzi e disperse le porzioni dei blocchi del basamento, in origine molto più alti, fino a recintare completamente il nucleo. Assente, purtroppo, la parte mancante proprio sopra il nucleo, ovvero quella che ospitava i resti di almeno un defunto. Sul tipo di sepoltura, l’ipotesi più fondata è quella di un contenitore con dentro un’urna cineraria. Un’ipotesi sposata da due archeologhe indipendenti anconetane di grande esperienza, Stefania Sebastiani e Gaia Pignocchi. La prima ha avuto la fortuna di accedere assieme ad alcuni studenti una decina di anni fa nell’area di quella che chiameremo la Tomba 127 di via Matteotti. «Mi sono intrattenuta in questo ambiente con un gruppo di ragazzi dell’indirizzo Chimica dell’Istituto superiore Volterra Elia di Ancona − racconta − durante una tappa del progetto Archeochimica, di cui ero stata incaricata fin dal 2004 in base a un protocollo firmato con la Soprintendenza. Abbiamo fatto analisi, girato intorno al sito funerario, imponente ed interessante, alto almeno 1 metro e 70 e piuttosto lungo. Penso che sia databile all’età imperiale Giulio-Claudia, fine I secolo dopo Cristo. Di più non posso dire, perché non c’erano altri reperti di sorta. E questa tomba va ancora studiata. Anche perché lo stanzone che la contiene è stato realizzato apposta per musealizzarla».

La sistemazione della tomba 62, ad angolo con via Indipendenza, già nota e molto simile a quella “dimenticata” del civico 127

La Tomba n° 62. Qualche certezza in più c’è. Basta proseguire in via Matteotti fino al termine dell’isolato, attraversare via Indipendenza, e soffermarsi sull’angolo dell’edificio opposto di fronte alle due grandi vetrate che delimitano la notissima Tomba n° 62. È anch’essa monumentale, a recinto. La struttura generale del sepolcro è molto simile a quella della Tomba 127, riferibile a qualche decennio prima di questa, età augustea. Monumentale, a recinto, di tipo ad incinerazione. Come sembrerebbe la neo-riscoperta 127. Ma nel caso della 62 siamo di fronte ad una vera, sebbene migliorabile, musealizzazione, con tanto di pannello con spiegazioni per i passanti. Ma se si guarda bene oltre le vetrate s’intravede anche l’ustrinum, «cioè il forno dove veniva bruciato il corpo del defunto prima della deposizione nell’urna», sottolinea l’archeologa Sebastiani. Leggiamo il pannello della 62: “La tomba, messa in luce durante gli scavi condotti nel 1982-1983, nel contesto della necropoli ellenistico-romana che si estende anche lungo il lato occidentale di via Cardeto (…) presentava una struttura del tipo a recinto, elevato su un basamento in opera cementizia e rivestito da un paramento in lastre di arenaria, che racchiudeva al centro il vero e proprio sepulcrum formato da un pozzetto, chiuso da un coperchio circolare in arenaria, contenente al suo interno l’urna cineraria, costituita da una situla marmorea, destinata a conservare le ossa bruciate del defunto e il suo corredo funerario, che al momento della scoperta comprendeva tre balsamari in vetro ed un sigillo in pietra preziosa per anello, con una testa di divinità barbara”. Si tratta di “una maschera di Dioniso (per i romani Bacco, ndr.) con folta barba e corona sul capo, formata da un tralcio d’edera”. Già, l’urna cineraria. Che fine ha fatto? Bellissima, si trova esposta al Museo Archeologico Nazionale delle Marche (Palazzo Ferretti). In occasione della musealizzazione una copia fu posta nel sito, poi si è, purtroppo, “volatilizzata”. Leggendo il pannello, le similitudini tra la Tomba 62 e la 127 sembrano piuttosto evidenti. Entrambe, come si evince da una cartina topografica nel pannello, sono indicate assieme ad altre (non musealizzate) lungo l’asse di via Matteotti. “Il nucleo prospettante su via Matteotti – continuiamo a leggere il pannello – ha restituito tombe di maggiore impegno architettonico, a carattere monumentale, per la maggior parte del I sec. d.C. Questo settore doveva rappresentare il quartiere signorile della necropoli, riservato a gruppi familiari che vi esibivano la propria ricchezza e il proprio prestigio”. «Gruppi familiari spesso di origine nobile o dell’alta borghesia degli anconetani romanizzati», aggiunge l’archeologa Pignocchi.
Tornando all’asse sepolcrale ellenistico-romano di via Matteotti (II sec. a.C – I sec. d.C) Gaia Pignocchi, spiega che la sua esistenza è molto nota, spingendosi in continuità lungo corso Amendola. La Pignocchi ci segnala un’altra tomba, semidistrutta, riportata e descritta nel saggio “La necropoli di Ancona – Una comunità italica fra ellenismo e romanizzazione” (Loffredo editore) scritto da Fabio Colivicchi nel 2002. Lo studioso indica “una cassa di blocchi ben squadrati di pietra” e riferisce che i blocchi sono in arenaria, che “si conservava solo la fiancata” e “gli oggetti raccolti nelle vicinanze” furono molti, quasi tutti databili tra il II sec. a.C e l’età imperiale flavia e antonina. La tomba a cassa citata dal Colivicchi venne alla luce nel 1907 durante gli scavi per la fondazione dell’edificio ad angolo tra via Matteotti (allora via Farina) e via Indipendenza (poi abbattuto dopo il sisma del 1972 e ricostruito nella prima metà degli anni ’80), proprio l’angolo di fronte a quello della Tomba 62.
Tornando alla Tomba 127, restano misteriose le ragioni per cui la Soprintendenza, una volta realizzato l’ambiente (di sua esclusiva proprietà) che la ospita, alto più di 2 metri, sovrastato da finestre poste a mo’ di lucernario, non abbia completato la musealizzazione né studiato il sito archeologico dopo decenni dalla sua scoperta. Come già scritto, il locale è chiuso al pubblico, la porta di vetro d’accesso non è dotata di alcuna targa o pannello descrittivo, lo stesso vale per l’interno. Interrogata sul caso, la dottoressa Maria Raffaella Ciuccarelli, archeologa di zona della Soprintendenza unica delle Marche annuncia che «la Tomba del civico 127 di via Matteotti rientra in un ampio progetto che la Soprintendenza sta definendo per valorizzare tutte le necropoli anconetane».
Già, ma per ora, chi è curioso, deve accontentarsi di infilarsi nella strettoia segnalata da quel numero civico e scrutare attraverso la porta di vetro. Sperando che questa sorta di “damnatio memoriae” cessi al più presto”.

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