facebook rss

Elezioni regionali - risultati in tempo reale

L’incubo del consigliere Shohel:
«Mi perseguitano da mesi
solo perché sono stato eletto»

ANCONA - E' entrato in Consiglio nel 2018, da allora denuncia di vivere un dramma. Sei connazionali bengalesi indagati per violenza, minacce e percosse
Print Friendly, PDF & Email

Shohel Ahmed

 

di Giampaolo Milzi

La sua “colpa”? Si è candidato, “senza se e senza ma”, per portare a Palazzo del Popolo la voce dei tantissimi immigrati che si sono ricostruiti una nuova vita di lavoro e integrazione sociale ad Ancona, e di essere stato premiato con la nomina a consigliere comunale straniero aggiunto alle elezioni amministrative municipali del 10 giugno 2018. Quel “senza se e senza ma”, per il bengalese Shohel Ahmed, 32 anni, fin dal momento in cui ha reso pubblica la sua scelta di presentarsi come numero uno della sua lista “Pace nel mondo”, sintetizza una storiaccia infinita scandita da intimidazioni, insulti, offese, botte, e da una escalation di durissimi avvertimenti, fino a promesse di morte per lui e la sua famiglia, composta dalla moglie casalinga e da due figli, una bimba che ora ha 5 anni, e un neonato di appena 4 mesi. Una storiaccia che ha coinvolto, più o meno direttamente, gran parte della comunità del Bangladesh stanziatasi soprattutto nella zona del quartiere Piano e della stazione. Con Shohel, aiuto fornaio in città, isolato, a combattere con straripante coraggio la sua battaglia per la democrazia e il diritto umano fondamentale di riconquistare serenità sia dal punto di vista esistenziale e familiare, sia nello svolgere il suo ruolo istituzionale. Quasi isolato. Perché alcuni amici, racconta, «mi sono ancora vicini». E gli sono vicini la polizia e la giustizia, il capo della Squadra mobile Carlo Pinto, che lo ha ricevuto personalmente un mese fa in questura rassicurandolo e promettendo «che seguirà personalmente col suo staff il suo caso».

LE INDAGINI – Un caso da incubo, già dalla tarda primavera dell’anno scorso all’attenzione della magistratura, con la procura che ha indagato sei connazionali di Shohel per concorso in violenza privata, minacce e percosse. Ad attivare un primo procedimento penale la denuncia presentata da Shohel in due fasi, il 18 maggio e il 12 giugno 2018, prima e dopo le elezioni che hanno innescato il suo dramma. Un dramma cronicizzatosi, stando ai resoconti della parte lesa, fino ad oggi, tanto che Shohel ha presentato un altro esposto riepilogativo di tutte le angherie che giura di aver subito, il 1 luglio scorso. In prima battuta, il pm Valentina Bavai aveva chiesto l’archiviazione. Ma i legali del consigliere comunale aggiunto, Stefano Crispiani e Francesco Rubini, si sono opposti  e il giudice per le indagini preliminari, dopo l’udienza del 3 luglio scorso, ha ordinato alla procura di svolgere nuove minuziose indagini, alimentate da altri fatti, circostanze e dalle parole di altri testimoni, che già nei giorni scorsi sono stati sentiti dalla polizia giudiziaria. Una storiaccia, quella dei tanti no, dei “senza se e senza ma” di Shohel, infinita, che pare la sceneggiatura di un film nero “on the road”, con appostamenti, pedinamenti, baruffe, terrore. Una storiaccia in cui spicca una sorta di “uomo nero”, una specie di burattinaio carismatico, capace di influenzare pesantemente e con metodi spericolati, moltissimi bengalesi della zona “che controlla”. Indagato, come gli altri 5, fino ad ora da considerare tutti innocenti. Ma stando alle ricostruzioni di Shohel è stato quel “boss” ad accendere una miccia ancora forse non del tutto spenta. La stessa che ha fatto esplodere la vita di una famiglia, quella di Shohel, costantemente sull’orlo di una crisi di nervi e disperazione.

IL RACCONTO – Ed ecco i fatti, così come denunciati dalla presunta vittima. All’inizio del maggio 2018 Shohel riceve dalla sorta di “vip” dei bengalesi una telefonata, gli annuncia che sarà lui a decidere chi si candiderà per consigliere aggiunto. «Shohel fatti da parte. Vieni ad una riunione in un bar vicino alla stazione, capirai». Shohel risponde picche. Poco dopo la tensione sale. Chi l’ha chiamato al telefono tira dritto, e con altri quattro bengalesi (poi coindagati) aspetta Shohel dove sanno che passerà, in corso Carlo Alberto, davanti alla Chiesa dei Salesiani. Ancora picche. Allora la banda dei cinque passa alle maniere dure, urlano, uno afferra Shohel per la mano, lo trascinano di forza al bar, gonfio di 50 bengalesi nervosi e gesticolanti. Il tizio che l’aveva convocato e costretto a presentarsi, durante una specie di comizio, va al sodo: «Shohel, non devi candidarti, io decido liste ed eleggibili. Dammi retta, se no da Ancona sparirai, o verrai ucciso o ti rispediamo in Bangladesh». Il capetto e i suoi accoliti appoggiano un’altra lista, “Pace per tutti”, messa su dal bengalese Mrida Kamrul (che sarò poi eletto insieme a Shoel). Non vogliono quell’outsider così pacato ma testardo e benvoluto in zona. Quanto alla terza lista in lizza, di Abdul Manna, la cricca anti-Shohel non la teme, perché non ha seguito.

Carlo Pinto, capo della Mobile

LE MINACCE – Shohel fa stampare i volantini per la sua campagna elettorale. Ma nessuno lo aiuta ad affiggerli e distribuirli. E spesso, quando lo fa, qualche connazionale lo ostacola, lo insulta. Arriva il 16 maggio del 2018. Shohel passeggia con la figlioletta in corso Carlo Alberto, davanti alla solita chiesa, ed ecco il branco che gli si para davanti, dito puntato in faccia e alcuni “sparano”: «Se non molli la candidatura, picchiamo te e i tuoi familiari, poi non ti facciamo più uscire di casa». E nei giorni successivi a casa Ahmed capitano cose strane. Qualcuno, dopo la mezzanotte, si attacca al citofono, sveglia tutti e poi si dilegua. In più occasioni trilla il telefono, nessuno all’altro capo. «Un trauma fortissimo per la mia piccola, fino al 10 giugno si sveglierà spesso, di notte, in lacrime», si sfoga Shohel. E il 10 giugno 2018, giorno delle elezioni, al seggio riservato agli stranieri, presso le scuole Marinelli a Posatora, l’atmosfera è così pesante da ricordare certe elezioni farsa in un paese dove la democrazia è davvero sotto attacco. Uno degli indagati, con cittadinanza italiana, è lì su incarico del Comune per aiutare i votanti in eventuale difficoltà. Shohel: «E invece invita la gente a votare la lista “Pace per tutti”, la mia principale concorrente. E poi, sempre spalleggiato dai suoi attaccabrighe, mi intima a brutto di andarmene, mi di dice che non permetterà né a me né ai miei amici di infilare la scheda nell’urna. E mi dà appuntamento fuori per picchiarmi. Io chiamo la vigilessa di turno che riporta un po’ di calma. Ma verso le 11 di sera, poco prima dello spoglio, spuntano altri due che poi denuncerò, circondano me e tre miei amici, ci spintonano, ci offendono. Chiamiamo la polizia, arrivano due volanti, ma loro intanto si erano dileguati». Seggio chiuso, è l’una di notte, Shohel risulta eletto, i tre amici si congratulano con lui. Incubo finito? Macché. «Tre già indagati in quanto miei persecutori, con altri compari, in tutto una decina, ci accerchiano in corso Carlo Alberto e ci prendono a pugni. Noi scappiamo, io sono così fuori di testa che non penso nemmeno di andare in ospedale». «Ecco, dopo quel 10 giugno 2018, la situazione della mia vita è ulteriormente peggiorata. – continua il neo consigliere comunale – Ogni volta che sono uscito di casa e ho incontrato qualcuno che conoscevo anche solo di vista sono stato bersagliato con insulti e parolacce». Un peggioramento con una recrudescenza qualche settimana fa, quando gli indagati hanno appreso da Palazzo di Giustizia di essere tali.

Il 14 giugno è sempre corso Carlo Albero lo scenario della caccia all’uomo. «Si rivolgono a un mio amico, mio testimone, gli intimano di non andarci a testimoniare se no rischia di perdere il lavoro e la vita». Sono in tre e sempre rivolgendosi all’amico-teste, ancora minacce e richieste assurde: «Dillo a Shohel, che entro 24 ore deve ritirare la denuncia e chiederci scusa, altrimenti uccidiamo lui e i suoi familiari». Shohel: «Il mio amico, per lo shock subito, si è ammalato ed è stato ricoverato in ospedale». Tre giorni dopo, c’è un indagato seduto sulla scalinate della chiesa dei Salesiani. «Passo di lì e attira la mia attenzione gesticolando, striscia una mano sulla sua faccia e mi fa capire che mi taglierà la gola e caverà gli occhi. La notte è un inferno, mi suonano due volte il citofono di casa, fantasmi». Pomeriggio del 27 giugno, Shohel è appena uscito dalla sua abitazione con in braccio il nimbo di 4 mesi: «Mi si avvicinano due indagati, pretendono che io li risarcisca con 700 euro per le spese legali dell’udienza del 3 luglio e per quelle ulteriori se il procedimento contro di loro andrà avanti. Quando l’ho raccontato a mia moglie non ha ragionato più, era così spaventata da dirmi che vuole che torniamo tutti in Bangladesh». E anche Shohel, che ha coraggio da vendere, è spaventato. Lo stress l‘ha consumato nell’animo. Tanto che alla seconda denuncia allegherà un attestato medico, firmato da uno psicologo che certifica il suo stato di grave ansia e l’insonnia che lo tormentano. Ma non è solo Shohel. Del suo caso, oltre al capo della mobile, si stanno interessando la presidente del Consiglio comunale, Susanna Dini, e l’assessore Stefano Foresi.

 

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page



X