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Stalin lavorò come portiere
all’Hotel Roma e Pace
di Ancona: storia o leggenda?

IL VOLUME di Emanuele Termini, “L’acqua alta e i denti del lupo”, cerca di far luce sull'aneddoto. I documenti storici non confermano però che il rivoluzionario, allora 29enne e poi divenuto il sanguinario dittatore dell’Unione sovietica, fosse in incognita tra i congierge del noto albergo dorico, messo al sicuro da un gruppo di anarchici prima di raggiungere Berlino o Londra per incontrare Lenin
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La presentazione del volume da Fogola domenica

Massimo Papini a sinistra_Simona Rossi di Fogola_Emanuele Termini

 

di Marco Benedettelli

È una delle leggende della città. Josif Džugašvili detto Stalin avrebbe lavorato, nel lontano inverno del 1907, come portiere all’Hotel Roma e Pace, nel cuore di Ancona. Il giovane rivoluzionario, destinato a divenire lo spietato e sanguinario dittatore dell’Unione sovietica, secondo la stessa leggenda in città ci sarebbe arrivato su una nave carica di frumento, salpata da Odessa, in fuga dalla polizia che già gli dava la caccia per le sue attività da sovversivo nella nativa Georgia. E ad Ancona, ancora la leggenda vuole, l’allora ventinovenne Josif, dal viso già irto di baffi e tarchiato di statura, sarebbe stato accolto e messo al sicuro da un gruppo di anarchici. Fra questi, uno era il portiere dell’hotel Roma e Pace appunto, Romeo Pallotta, che cercò di inserire il futuro segretario generale del Pcus e trionfatore della Seconda guerra mondiale come portiere di notte nel suo stessa reception (anche se il georgiano non conosceva mezza parola di italiano, probabilmente). Poi dopo alcuni giorni Josif Džugašvil avrebbe mollato il suo nuovo posto di lavoro, continua la leggenda, per proseguire verso Venezia. Da qui il viaggio sarebbe continuato, verso Berlino, o verso Londra o forse in Svizzera, per incontrare Lenin.

Quella di Josif Džugašvili detto Stalin in città è una storia tanto avvincente quanto – vedremo poi meglio perché –strampalata, che si perde nel passato rivoluzionario ed anarchico di Ancona. E che questi giorni è tornata, ancora una volta, alla ribalta, grazie a un nuovo volume che domenica è stato presentato alla libreria Fogola di Ancona: “L’acqua alta e i denti del lupo”, di Emanuele Termini. In questo testo dalla scrittura vivace, pubblicato da Exòrma, casa editrice specializzata in storie di viaggio e reportage narrativi, Termini racconta la sua ricerca, durata cinque anni, degli indizi che avrebbero dovuto dimostrare il passaggio dell’allora giovane rivoluzionario, noto col soprannome di “Koba”, sulla litoranea adriatica italiana da Ancona a Venezia. Un’indagine nata grazie alla curiosità del bibliofilo che apprende l’aneddoto fra i bancali di vecchi volumi e che da lì passa ad informarsi, a telefonare a chi prima di lui si è occupato della leggenda, quindi a contattare gli anconetani discendenti dei presunti testimoni dell’epoca. E soprattutto ha spinto l’autore per numerose volte a Venezia, città lagunare a lui prossima e cara, fin sull’isola di Santa Lucia fra le mura del monastero armeno dell’Ordine dei Mechitaristi, dove il futuro ideatore delle Grandi purghe si sarebbe imboscato qualche giorno nella sua fuga. Il racconto di Emanuele Termini è avventuroso, fatto di incontri, attese pazienti, scorci di una Venezia misteriosa. Ma, nonostante gli sforzi e la tenacia, in “L’acqua alta e i denti del lupo”, la prova non arriva e il viaggio di Stalin in Italia resta avvolto nei fumi dell’approssimazione, della visione chimerica, della suggestione più mitica che storiografica. Termini ce la mette tutta, ma si scontra con l’oblio del tempo, e nulla può. Quelli che la storia indica come testimoni diretti dell’epoca sono ormai trapassati, i loro parenti non ricordano e non sanno nulla della vicenda, e in nessun tipo di documento o giornale del 1907 resta traccia di quel presunto, picaresco viaggio. Anche perché, in ogni caso, allora molto più di oggi era facile viaggiare sotto mentite spoglie, falsificando le proprie generalità. E Stalin probabilmente era già un esperto paranoico.

Emanuele Termini

Ma come nasce il mito dello sbarco di Koba in Ancona? La vicenda è stata negli ultimi decenni già raccontata in diversi opuscoli e pubblicazioni. Emanuele Termini riprende il filo e rispiega (quasi) tutto. La spinta più grande la dà l’articolo Stalin non trovò lavoro in Italia a firma del giornalista Gustavo Traglia, pubblicato il 22 dicembre del 1957 sul Candido, il periodico satirico e di cronaca diretto da Giovannino Guareschi. Traglia è un giornalista virtuoso, attento, amico tra l’altro di D’Annuzio, autore di reportage da l’ “L’impresa di Fiume”. Una penna, assicura Termini, ai tempi stimata e quotata. Il suo pezzo del 1957 ha una discreta eco, finisce anche appeso in cornice alle pareti del Roma e Pace di Ancona. La storia affascina persino Hugo Pratt che nel 1984 inserisce in “La casa dorata di Samarcanda” un paio di tavole misteriose, capaci di accendere la curiosità di schiere di lettori, dove il suo eroe Corto Maltese chiama al telefono Bepi del giasso, “Giuseppe del ghiaccio” – questo l’appellativo di Stalin a Venezia – e gli rinfaccia il suo fallimento ad Ancona come portiere d’albergo, perché toppo timido. Ultimamente, nel 2013 la vicenda è stata raccontata anche in un veloce libretto di Raffaele K. Salinari, “Stalin in Italia. Ovvero Bepi del giasso”, che Termini cita nel suo racconto d’indagine.

A ripercorre le origini del Mito c’era alla presentazione del volume ad Ancona forse il più profondo conoscitore della storia, Massimo Papili, ex proprietario del Roma e Pace che sul passato del glorioso hotel chiuso dal 2012 ha scritto anche un libro: “Una famiglia e un albergo. Tra storia e leggenda” (affinità elettive) e che nel corso dell’incontro ha avuto modo di approfondire vari punti fumosi della presunta vicenda, così da far scricchiolare seriamente la ricostruzione di Emanuele Termini pubblicata da Exòrma. E questo nonostante, ha ricordato Papini, il mitico articolo del Candido fosse rimasto, per anni e fino alla chiusura, appeso e incorniciato nelle stanze di ingresso del Roma e Pace, come un talismano messo lì ad impressionare gli ospiti.

Intanto, ha spiegato Papini, l’unico testimone diretto della storia è il portiere dell’hotel anconetano Romeo Pallotta, che al Roma e Pace ha realmente lavorato, che era davvero un anarchico noto in città ma che all’epoca dei fatti avrebbe avuto solo 17 anni. Il portiere Romeo Pallotta per tutta la vita ha continuato poi a ricordare l’aneddoto di gioventù, come testimonia Luciano Farinelli in una intervista del 1993 su Historia, definendo Romeo un militante molto serio, caduto però vittima, nel caso dell’incontro con Stalin, di «un abbaglio». E non c’è però traccia del passaggio di Josif in altre memorie politiche dell’epoca, non se ne fa accenno nemmeno fra le carte dell’avvocato Alessandro Bocconi, socialista che in quegli anni difese repubblicani e anarchici anconetani, anche per i fatti della Settimana Rossa. «Forse era uno di quegli aneddoti che in città fiorivano nei luoghi di ritrovo dei perdigiorno, al Bar Torino o nei pressi della profumeria Bertacca», ha scherzato Papini. Una diceria che nel 1949 era addirittura finita in un trafiletto di due colonne uscito nell’edizione locale dell’Unità, col titolo: Nel lontano agosto 1909 Koba sbarcò nella nostra città. Trafiletto che Papini riporta nel suo libro e dove Stalin questa volta è fatto arrivare ad Ancona addirittura da Fiume.

Ma l’autore di “L’acqua alta e i denti del lupo”, Emanuele Termini non molla e ipotizza: «Se non fosse stato per la intercessione di Pietro Ingrao, allora direttore dell’ Unità, la storia sarebbe divenuta famosa in tutta Italia già nel Secondo dopoguerra. Allora però non si voleva dare notizia dei movimenti di Stalin nel nostro Paese – e insite – Gli indizi sono troppi, c’è una memoria quasi collettiva ad Ancone e Venezia del passaggio di Josif. Stalin era abilissimo a camuffarsi e a non farsi riconoscere e nel suo viaggio avrebbe cambiato nome.» Vero è che in quegli anni Ancona era città popolata da schiere di anarchici discepoli di Malatesta, e di repubblicani, e che di lì a poco dal quartiere Capodimonte sarebbe divampata la Settimana rossa. Vero è che in quegli anni lo scalo dorico era transitato dai più improbabili viaggiatori clandestini. E che forse qualche baffuto rivoluzionario georgiano davvero si sia ritrovato nelle Marche a chiedere aiuto agli anarchici dell’altra sponda adriatica. Più difficile sostenere però che ad arrivare sia stato il giovane “Koba” Stalin in persona, per poi continuare il suo viaggio rivoluzionario fino Venezia e quindi a Berlino, dove avrebbe incontrato Lenin in totale segretezza al fine di organizzare con lui la rapina di Tbilisi. Nessuno storico del Comunismo, o biografo del sanguinario dittatore, è mai venuto a sapere di questa storia, se ne trova solo un pallido accenno che Termini riporta a chiusura del volume. È vero che Stalin si è visto con Lenin nel 1907, ma al congresso del Partito socialista a Londra, e ci è arrivato, spiegano gli storici, dai paesi Baltici. Forse allora quel pezzo di Gustavo Traglia, uscito nel 1957 e rimasto appeso anche allo stesso Roma e Pace per tanto tempo, deve essere considerato per una buona volta come una bufala, una fake news primo novecentesca? In ogni caso, la leggenda continua. D’altronde, com’è che dicevano i comunisti di una volta di Ancona? «Ha da torna’ Baffo’». “Tornare”, appunto… quindi Josif Džugašvili un tempo in città ci sarebbe già passato…

 

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