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False griffe vendute online:
dietro il bluff
una coppia di Osimo

ANCONA - L'operazione 'Spider Web' ha permesso alla Guardia di Finanza di smascherare un maxi traffico di prodotti contraffatti, importati e venduti su tutto il territorio nazionale attraverso negozi e boutique. Sequestrati 15mila capi d'abbigliamento per un valore di 4,5 milioni di euro
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Un momento della conferenza stampa di questa mattina

 

di Alberto Bignami

Trentacinque indagati, 30 perquisizioni in tutta Italia, 15mila capi d’abbigliamento sequestrati per un valore di 4,5 milioni di euro. Sono questi i termini di ‘Spider web’, l’operazione che ha permesso alla Guardia di Finanza di Ancona di smascherare un maxi traffico di prodotti contraffatti, importati dalla Turchia e venduti su tutto il territorio nazionale, attraverso negozi e boutique.

Il codice dei capi d’abbigliamento

Le griffe falsificate appartengono a brand come Gucci, Moschino, Armani, Louis Vitton e Burberry. A gestire i flussi, stando alle indagini, sarebbe stata una coppia di coniugi residente a Osimo. Dopo aver importato i prodotti contraffatti attraverso i corrieri, li spediva ai titolari dei negozi italiani, consapevoli dell’acquisto illecito. I contatti avvenivano soprattutto attraverso i social e una piattaforma web riservata agli acquirenti. Coinvolto anche un negozio anconetano e altri punti vendita dislocati in varie città della regione, come Pesaro, Fano, Ascoli e Porto Sant’Elpidio. Le denunce sono scattate per ricettazione e commercio di prodotti falsi.

I militari delle fiamme gialle hanno lavorato alle indagini per oltre sei mesi, effettuando una prolungata attività di presidio di siti web, profili social e pagine presenti sui social network più noti come: Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e Youtube, individuando delle vere e proprie ‘vetrine virtuali’ di operatori specializzati nel mercato delle vendite di abbigliamento online. Tra quelle individuate, ve ne era una gestita dai due coniugi, A. S. di 43 anni e E. M. di 44, marito e moglie lui italiano e lei romena, che pubblicizzava la vendita di numerosi prodotti di lusso a prezzi concorrenziali, in particolare nella transazione tra il produttore ed il grossista. Il ‘negozio virtuale’ messo in piedi era riservato solo agli operatori del settore abbigliamento, ai quali veniva richiesta la registrazione presso il sito web tramite la richiesta di una password. Il canale di vendita illegale era decisamente molto riservato e spesso i contatti avvenivano esclusivamente tramite Whatsapp. I capi ed accessori di lusso provenivano dall’estero, principalmente dalla Turchia, dalla Bulgaria e dalla Repubblica Ceca, quindi giungevano in Italia attraverso i corrieri internazionali e venivano poi rivenduti e distribuiti ad esercenti su tutto il territorio nazionale. Gli uomini della Guardia di Finanza della Sezione diritti di proprietà intellettuale e industriale del nucleo Pef di Ancona, avviate le indagini a partire dalla scorsa primavera, si sono concentrati anche sull’analisi delle movimentazioni dei maggiori corrieri nazionali. L’approfondimento investigativo ha consentito d’individuare i numerosi punti vendita dislocati in ben dodici regioni del territorio nazionale che acquistavano i prodotti contraffatti presso la ditta marchigiana. Le regioni coinvolte oltre alle Marche sono: Lazio, Emilia Romagna, Sicilia, Toscana, Calabria, Sardegna, Campania, Piemonte, Lombardia, Veneto e Abruzzo. Tra le città ‘clienti’, oltre ad Ancona, vi erano: Arezzo, Palermo, Milano, Roma, Torino, Bologna, Reggio Calabria, Napoli, Nuoro, Pisa, Rimini, Pesaro, Urbino e Osimo. Gli elementi d’indagine acquisiti hanno permesso l’emissione da parte della procura dorica, di adottare appositi provvedimenti di perquisizione e sequestro nei confronti di una trentina di operatori commerciali. Le ricerche hanno portato al sequestro di circa 15mila capi di abbigliamento, che una volta immessi in commercio, avrebbero fruttato oltre 4,5 milioni di euro. In tutto sono stati denunciati a piede libero 35 persone dei quali 33 sono titolari degli esercizi commerciali interessati dall’attività illecita. Ciò, per aver introdotto e commercializzato in Italia, prodotti con segni falsi nonché per l’accusa di ricettazione. Reati che prevedono pene complessive fino a dodici anni di reclusione. Particolare invece l’esca utilizzata dai contraffattori per trarre efficacemente in inganno i consumatori, utilizzando il ‘Qr Code’, scansionabile con uno smartphone, che rimandava poi a un generico sito web di vendite online, mentre il vero ‘Qr Code’ code contiene un codice univoco identificativo del prodotto ed il link che porta l’utente al sito web del titolare del marchio. L’attività portata avanti dalle fiamme gialle di Ancona, «Dimostra come tale fenomeno, di portata internazionale – hanno spiegato il generale Claudio Bolognese e i colonnelli Guglielmo Sanicola e Giuseppe Romanelli -, comporti riflessi di tutta evidenza sul funzionamento del mercato anche con riguardo alla tutela dei consumatori la cui buona fede viene maggiormente carpita sia dagli alti livelli di fattura dei prodotti contraffatti sia dalla commercializzazione in punti vendita, che rappresentano canali apparentemente legali».

(servizio aggiornato alle 12.50)

 

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