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La mamma di Pamela:
«Vorrei parlare con Oseghale»
Il Pg chiede la conferma dell’ergastolo

OMICIDIO MASTROPIETRO - Alessandra Verni oggi è al tribunale di Ancona per la seconda udienza del processo di appello per il delitto della figlia, uccisa nel gennaio del 2018 a Macerata. Il procuratore generale Sottani al termine della requisitoria: «Nessuna attenuante si può concedere»
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Innocent Oseghale in aula questa mattina. A destra i suoi legali

 

«Nessuna attenuante si può concedere a Innocent Oseghale, chiedo la conferma dell’ergastolo e dell’isolamento diurno per 18 mesi». Così il procuratore generale di Ancona Sergio Sottani che ha chiesto al termine della requisitoria la conferma della sentenza di primo grado per il 31enne nigeriano imputato per l’omicidio della 18enne Pamela Mastropietro, uccisa il 30 gennaio del 2018 a Macerata, fatta a pezzi e messa in due valigie, ritrovate il giorno successivo a Casette Verdini (Pollenza).

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La requisitoria del procuratore generale Sergio Sottani

La mamma di Pamela, prima dell’udienza, riferendosi a Oseghale: «Un giorno vorrei parlarci, deve dirmi, guardandomi negli occhi, cos’è successo e dire chi sono i suoi complici». La mamma di Pamela si è sempre detta convinta che Oseghale non possa aver agito da solo. Il nigeriano ha sempre negato di aver ucciso la ragazza, sostenendo che sia morta in seguito ad un malore provocato da una overdose. Quello che ha invece ammesso è di averne fatto a pezzi il corpo. Oseghale dice di essere pentito per quello: «Piange? Piango anch’io ma non sono come lui – ha detto Alessandra Verni -. Non riuscirei mai a fare del male a una persona. Deve parlarmi guardandomi negli occhi, dire quello che è successo, indicare i complici, altrimenti non ci credo».

Poi è partita l’udienza del processo con la procura generale, rappresentata sia da Sottani che dal pm Ernesto Napolillo, che hanno portato avanti la requisitoria per circa 4 ore, servendosi anche di alcune slide proiettate in aula. Prima di concludere con la richiesta della conferma della sentenza di primo grado, il procuratore Napolillo ha detto: «Non è stato solo uno scempio che ha inorridito tutti, ma un furto di felicità sottratta alla famiglia di Pamela e a chi le voleva bene. Sarà difficile spegnere il sorriso di Pamela, perchè vive nel ricordo di chi l’ha conosciuta». La procura generale ha ripercorso i fatti che hanno portato all’omicidio, alla violenza sessuale e al depezzamento del cadavere, attuato per «eliminare le tracce del reato»: dunque gli abusi e le lesioni inferte con il coltello all’altezza del fegato, lavato poi con la candeggina. «Lo scuoiamento, la decapitazione, il deprezzamento e la disarticolazione» non sono state operazioni dettate «dalla fretta», ma finalizzate al «depistaggio». Oseghale, stando a quanto ribadito in aula, sarebbe arrivato a concepire l’omicidio dopo l’abuso sessuale: «Oseghale l’ha portata a casa solo per un motivo: per fare sesso. Avete mai visto un pusher invitare a casa una cliente per consumare droga?» ha chiesto retoricamente Napolillo che ha anche definito l’imputato «un acrobata della menzogna. Ha sempre parlato troppo, ma non ha mai detto niente. Ci sono tante contraddizioni: in questa vicenda tutto ciò che era riconducibile alla violenza scompare (alcune parti del corpo della 18enne non sono mai state trovate, ndr), tutto ciò riconducibile a lui rimane». Come, per esempio, il coltello utilizzato per le lesioni e la mannaia usata per fare a pezzi il cadavere, armi ritrovate nell’appartamento di via Spalato. Dopo i procuratori, hanno preso la parola i rappresentanti delle parti civili: il comune di Macerata, il proprietario dell’appartamento di via Spalato, la famiglia di Pamela. L’appello è stato chiesto dalla difesa di Oseghale, rappresentata dagli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi. Il processo proseguuirà il 16 ottobre.

(Foto di Giusy Marinelli)

 

Alessandra Verni

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