La deflagrazione del conflitto nel Golfo Persico sta portando conseguenze davvero preoccupanti per l’industria italiana e l’asset dell’Elettrodomestico, settore principale del manifatturiero nel fabrianese e già in crisi strutturale da anni, rischia conseguenze ancora più pesanti. «Il 2025 è stato un anno difficile dove, a fronte di una mancata ripresa dei volumi produttivi ed ulteriore contrazione ed impoverimento dei mercati, si è registrato un forte aumento dei costi che sono andati ad erodere la marginalità dei bilanci dei grandi player e delle aziende locali, anche nell’indotto e nella filiera. – ricorda in una nota Piepaolo Pullini (Fiom Ancona) – Il 2026 veniva proiettato in linea con l’anno precedente ma l’esplodere della destabilizzazione geopolitica, rischia di aggravare la situazione: anzi, alcune cose sono già successe. Aumenti esponenziali dei costi dell’energia, che ancora devono realizzarsi completamente se non cambia la situazione, ripartenza dei processi inflattivi e del costo del denaro potrebbero causare conseguenze pesantissime in una situazione inedita».
La Fiom di Ancona esprime grande preoccupazione per gli effetti e le conseguenze che potrebbero verificarsi sul territorio, in maniera ancora più accentuata rispetto a quelle nazionali: le riorganizzazioni delle multinazionali potrebbero non bastare più. «Lo stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi nel 2025 ha prodotto complessivamente 77.000 cappe, al di sotto del budget e molto vicino al Break Even Point (livello sotto il quale non si coprono i costi fissi) e la previsione per l’anno in corso è in linea con quello precedente, al netto degli scenari geo politici. – prosegue Pullini – La Fiom di Ancona sta chiedendo dallo scorso anno alla Multinazione di riportare prodotti dalla Polonia, dove vengono realizzate centinaia di migliaia di cappe ogni anno, per mettere in sicurezza la fabbrica, e alle Istituzioni di individuare strumenti per agevolare ed incentivare questo tipo di operazioni, senza aver mai avuto risposte. Lo stabilimento di Melano della Beko nonostante le uscite siano state nettamente superiori all’eccedenze dichiarate nell’accordo del 14 aprile 2025 (64 esuberi annunciati ma sono uscite circa 90 persone) sta lavorando con scarsa saturazione della capacità produttiva ed ogni giorno ci sono decine di persone in cassaintegrazione! L’8 aprile è convocato il tavolo territoriale proprio per fare il punto sugli investimenti, su cui si registra un fortissimo ritardo come abbiamo più volte denunciato, che a questo punto diventano fondamentali per la sopravvivenza del sito stesso».
Pierpaolo Pullini rammenta che per il momento si sa solo «che il 7 aprile partirà il cantiere per l’installazione dell’impianto fotovoltaico ma manca ancora tutta la parte determinante sui prodotti e sui processi! L’incontro al Mimit del 28 aprile, con tutto il coordinamento nazionale, l’azienda ed il Governo diventa, a questo punto, un passaggio cruciale e determinante. Pesantissima la riorganizzazione nelle sedi impegatizie dove si sono evaporati oltre 90 posti lavoro, con uscite incentivate, ma restano da gestire ancora oltre cento esuberi: questo porta una perdita importante di funzioni e alte professionalità, tra cui interi centri importanti come quello di ricerca e sviluppo del lavaggio. Continuiamo a chiedere con forza l’intervento delle Istituzioni per salvare l’industria, ormai colpita in quasi tutti i suoi settori, e di conseguenza salvare il futuro del Paese».
La grande difficoltà di approvvigionamento delle componentistiche e delle materie prime potrebbero portare ad un fermo delle fabbriche che non riuscirebbero ad evadere gli ordini già acquisiti, come che la fase pandemica non avesse insegnato nulla. «Gli aumenti impressionati e fuori controllo del prezzo del greggio, rischiano di far esplodere ulteriormente i costi, portando così ad un tracollo dei bilanci delle imprese e relative ulteriori restrutturazioni. – conclude la segretaria Fiom Ancona – In fondo, se si consente un aumento strutturale del prezzo del diesel, considerato che la stragrande maggioranza delle merci si muove su gomma in Italia, si rischia seriamente di accompagnare e contribuire a processi di deindustrializzazione ed impoverimento dei salari, l’esatto opposto di quello che servirebbe e che stiamo chiedendo con forza da anni. Serve una progettualità di sistema perché senza politiche industriali, energetiche, senza ricomposizione della filiera e sburocratizzazione, senza una difesa reale dei salari, rischiano di diventare inutili tutti i sacrifici che quotidianamente da anni stanno facendo le lavoratrici ed i lavoratori, gli sforzi delle imprese e i processi di coesione sociale che si sta cercando realizzare sui territori».
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