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Rigopiano, analisi geologica
di una tragedia

DRAMMA - I docenti Unicam hanno esaminato i numerosi eventi che si sono verificati in questi giorni e la storia della zona dove c'è stata la valanga. Dallo studio hanno evidenziato che l'area è soggetta a simili fenomeni. "Se si fossero comprese appieno le indicazioni riportate e trasformate in adeguate indicazioni e azioni, sicuramente si sarebbe potuto provvedere ad opere di difesa adeguate se non addirittura alla delocalizzazione dell’hotel"
lunedì 23 Gennaio 2017 - Ore 19:57
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Fig. 1 : accumulo da valanga sulla SP 106 di Campitello Matese

di Piero Farabollini*

Dopo la drammatica evenienza dell’hotel Rigopiano, se ne sono sentite di cotte e di crude relativamente sia alla dinamica delle valanghe  che alla loro gestione mediante opere di difesa attive e passive, per non parlare della pianificazione del territorio relativamente al pericolo specifico nonché sull’utilizzo della definizione di “nevicate mai viste” per ciò che riguarda gli eventi meteorici delle ultime 72 – 96 ore.
Nelle ultime 48 ore l’intero dominio dei grandi massicci appenninici ed in generale dei monti abruzzesi e molisani a vergenza adriatica è stata interessata da eventi valanghivi di medie dimensioni, derivanti dalle abbondantissime nevicate ma in alcuni casi e localmente legate anche agli effetti del sisma.
Evidenze in tal senso si sono verificate nella frazione Ortolano di Campotosto sui Monti della Laga e sulla catena dei Sibillini, particolarmente vicina all’epicentro, ma anche a distanza assolutamente ragguardevoli, sui versanti settentrionali del massiccio del Matese, dove sulla Sp 106 di Campitello Matese (da testimonianze poi riferite dall’ingegner Stoppiello del Settore viabilità della Provincia di Campobasso) sono cadute contemporaneamente, intorno alle 10,30 di ieri, tre valanghe di media dimensione su canali definiti percorsi abituali valanghivi (figg.1 e 2), come peraltro confermato da approfondite analisi e rilevamenti di dettaglio eseguiti dal dottor Fazzini dell’Università degli studi di Camerino e dal dottor Antonio Cardillo della Protezione Civile regionale.

Fig. 2: accumulo da valanga sulla SP 106 di Campitello Matese

Spiega il dottor Fazzini, climatologo dell’Università di Camerino: “Evidentemente non si vuol affermare che le reiterate scosse di terremoto siano stati fattore innescante ma piuttosto concausa dei distacchi di masse nevose, anche se è da evidenziare che la slavina che ha interessato l’hotel Rigopiano è avvenuta a distanza di molte ore rispetto alle scosse sismiche che hanno interessato l’area di Montereale nella mattinata del 18 gennaio con magnitudo massima di 5.4 Richter.
Nella fattispecie, il percorso valanghivo alla base del quale giaceva l’hotel Rigopiano – posto poco oltre i 1100 metri di quota (fig.3) – è un classico esempio di percorso abituale; costituito da un’ampia morfologia glaciale relitta (un circo glaciale), posta tra i 1.800 ed i 1.950 metri circa (e non a quote prossime a 2.500 metri come più volte erroneamente evidenziato) caratterizzato da un fondo per lo più erboso o a tratti roccioso ma con rugosità molto limitata e dunque favorevole al distacco di grandi masse nevose qualora si oltrepassi un’altezza della neve caratteristica che viene calcolata mediante semplici modelli sulla base delle serie storiche nivometriche disponibili. A valle è evidente un percorso incanalato che con acclività via via decrescente si organizza poi in un cono di deiezione laddove l’acclività scende sotto i 16 – 18 gradi. La collina sul quale poggia l’hotel è proprio legato all’accumulo da parte di dinamiche simili che hanno interessato nel passato tale area”.
Ciò che colpisce alla prima evidenza, dall’analisi aerofotogrammetria recente è la “giovinezza” della vegetazione presente che contrasta fortemente, in termini di densità e altezza media dei fusti, con quella presente sui bordi del canale valanghivo, segno evidente di una reiterata attività in loco.

Fig. 3: immagine da Googleearth dell’area dell’hotel Rigopiano

La carta geomorfologica a corredo del Pai Regione Abruzzo (fig.4), redatto con l’intento di mappare le situazioni di pericolosità e rischio idrogeologico, evidenzia proprio come in quell’area sia presente un conoide alluvionale attivo che quindi necessita di particolare attenzione anche in funzione della presenza del canalone immediatamente a monte caratterizzato da pendenze elevate e da morfologia stretta ed allungata”.

Fig.4: carta geomorfologica del Pai Regione Abruzzo (foglio 350 O). Il cerchio indica l’hotel Rigopiano.
Tratta dal sito: http://autoritabacini.regione.abruzzo.it/index.php/carta-geomorfologica-pai

“Relativamente alla dinamica tipica dei numerosissimi eventi valanghivi verificatisi – spiega il dottor Fazzini – la condizione generale è quella di un manto di neve recente, con spessore variabile tra i 90 ed i 130 centimetri a seconda delle quote e delle esposizioni, a debole coesione che ha poggiato in maniera del tutto “slegata” con il sottostante manto nevoso costituito da un lastrone di neve “vecchia”, accumulatasi nel periodo dell’Epifania, vista la presenza di limitati ma pericolosi strati di ghiaccio derivanti dalle precipitazioni a carattere piovoso che si sono verificate sino a quote elevate a fine evento perturbato. Quanto all’eccezionalità, piuttosto che all’”unicità” delle nevicate ancora in atto seppur in fase di cessazione, occorrerà analizzare dettagliatamente i dati ufficiali derivanti dalle misurazioni manuali o automatiche fornite del servizio Meteomont in collaborazione con il Dipartimento nazionale della Protezione civile e dai Centri funzionali della Protezione civile regionale e porli a confronto con altri eventi nivometrici particolarmente intensi, in primis quello del febbraio 2012, per definire, in relazione alla distribuzione spazio-altitudinale dell’area interessata, quanto questa recente nevicata sia particolare Un’analisi penetrometrica stratigrafica del manto nevoso effettuata dal Meteomont (dottor Arzarello) nell’area di distacco ha confermato questa prima valutazione – peraltro basata sulle stesse metodologie applicate nell’area di accumulo. Il manto nevoso spesso oltre 200 centimetri era caratterizzato da uno strato basale di circa 70 centimetri di neve vecchia sulla quale poggiava un possente accumulo di neve fresca speso circa 130 centimetri. Tra i due “pacchi” di neve appena citati era presente un sottile ma determinante strato di neve pallottolare che di fatti impediva la coesione tra le strutture nivologiche appena citate e soprattutto rappresenta uno dei classici piani di scivolamento conosciuti”. Infine, cosa fare per quantificare realmente il pericolo di valanghe? Sempre Fazzini spiega che “Al fine di una corretta gestione dell’uso del territorio nelle zone montane esposte ai fenomeni valanghivi è necessario determinare il grado di rischio in queste aree. Sono state da un decennio avviate attività di ricerca volte ad una sua corretta valutazione; in particolare alle sue due componenti fondamentali: la pericolosità e la vulnerabilità, e proposti dei criteri per analisi “costi-benefici” applicata alla gestione del problema delle valanghe. Essi sono stati particolarmente utilizzati a scopo di pianificazione territoriale nelle regioni alpine, e permettono l’identificazione del grado di esposizione al pericolo delle aree soggette alla caduta di valanghe (redazione dei Piani delle zone esposte alle valanghe, nel seguito indicati con la sigla Pzev) e che comunque devono essere elaborati esclusivamente secondo criteri scientifici. In particolare, la stima delle distanze di arresto delle valanghe deve prevedere l’ausilio di modelli di calcolo. Negli studi tecnici finalizzati alla perimetrazione delle zone soggette a valanga andranno distinti tre differenti gradi di esposizione al pericolo (elevato, moderato, basso), rappresentati con diversi colori: rosso, blu e giallo, in ordine decrescente di pericolo. Quali grandezze atte a definire il grado di esposizione al pericolo di valanghe di una determinata porzione di territorio andranno utilizzate la frequenza e l’intensità degli eventi valanghivi attesi, espresse attraverso il tempo di ritorno della valanga, e la pressione della valanga, ovvero la forza per unità di superficie esercitata dalla valanga su di un ostacolo piatto, di grandi dimensioni disposto perpendicolarmente rispetto alla traiettoria di avanzamento della massa nevosa”. Sembra pertanto quanto mai assurdo che documentazioni cartografiche, studi geologici che producono normative a carattere pianificatorio, poi non vengano prese in considerazione o comunque rimangono relegate a semplici documenti illustrativi. Se oltre alla cartografia esistente avesse fatto seguito uno studio dettagliato della situazione morfo-climatica, dell’evoluzione spazio-temporale dei processi che interessavano quell’area, se si fosse fatto ricorso alle notizie storiche che documentavano come quell’area  fosse soggetta da tempo a fenomeni valanghivi simili, se gli amministratori avessero compreso appieno le indicazioni riportate e le avessero trasformate in adeguate indicazioni e azioni, sicuramente si sarebbe potuto provvedere ad opere di difesa adeguate se non addirittura alla delocalizzazione dell’hotel. Ma come da sempre sta succedendo, la geologia è solo una mera, a detta di molti amministratori, perdita di tempo e denaro. Troppi se e troppi vincoli, non sono popolari! E lo conferma anche il fatto che stimati colleghi geologi che ricoprono cariche istituzionali importanti – vedasi tra l’altro anche le recenti dichiarazioni dell’attuale presidente del Cng – non sono in grado di far comprendere il ruolo fondamentale della Geologia e delle Geoscienze e come tali conoscenze geologiche potrebbero invece contribuire a salvare la vita umana e a far si che accadimenti del tutto naturali non producano rischio e danni s.l. Dimostrazione ne è il fatto che il Comitato Tecnico Scientifico per la ricostruzione post-sisma, nominato con Ordinanza n. 11 del 9 gennaio 2017 (Istituzione e funzionamento del Comitato tecnico scientifico della struttura del commissario straordinario del governo per la ricostruzione nei territori dei comuni delle Regioni di Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria interessati dall’evento sismico del 24 agosto 2016),  non contiene mai la parola Geologia ed all’interno del Comitato sono stati inseriti solamente due geologi contro i 6 ingegneri e i 6 architetti (ed un avvocato!). Ma l’Italia va così, si specula sulle emergenze perché la prevenzione non fa guadagnare soldi!

*Piero Farabollini, responsabile corso di studi in Scienze Geologiche, Naturali ed Ambientali – Unicam

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