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Scarponi, il gregario di lusso
che rifiutò la vittoria al Giro d’Italia

IL COMMENTO - Dall'onta della squalifica per doping alla risalita della china verso i successi, l'Aquila di Filottrano nel ricordo del giornalista Roberto Sopranzi
sabato 22 aprile 2017 - Ore 16:31
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Roberto Sopranzi, giornalista ex caporedattore e coordinatore Marche de Il Messaggero

 

di Roberto Sopranzi

Chissà perché di un grande campione dal palmarés ricco di imprese a volte non rimane impressa tanto l’immagine di un trionfo – quella di un traguardo prestigioso passato a mani alzate verso il cielo – quanto un particolare talora apparentemente insignificante, una frase per esempio, parole non roboanti ma pronunciate con semplicità, quasi con pudore. Mi è capitato anche con Michele Scarponi e persino subito dopo aver appreso la notizia della sua tragica fine. In quel momento, preso il cazzotto sulla bocca dello stomaco, mi sono seduto su una panchina di piazza Pertini in mezzo alle bancarelle di libri usati, in mano guarda caso un vecchio libro in bianco e nero su Felice Gimondi. E non ho visto scorrere il film della sua carriera, le corse vinte e quelle fatte vincere col suo appoggio di gregario di lusso ad altri grandi campioni rinunciando alle chanches che la sua innata classe gli avrebbe permesso di giocarsi. Mi è venuta in mente, piuttosto, una sua dichiarazione pacatissima del 2011, quando la squalifica per doping di Alberto Contador gli consegnò di fatto la vittoria del Giro d’Italia, vale a dire il suo massimo trionfo. Michele con l’ umiltà contadina di chi è avvezzo ai rovesci della sorte e guarda con sospetto ai successi inaspettati, rifiutò quella vittoria che la strada e le leggi a difesa della morale sportiva gli avevano giustamente assegnato. Questo risultato sportivo – disse deludendo i suoi stessi tifosi – non mi appartiene. E lo disse proprio lui che dall’onta del doping aveva saputo riscattarsi, risalire faticosamente la china sopportando sacrifici personali d’altri tempi. La dignità non la si compra al supermercato. Ne sa qualcosa il corinaldese Rodolfo Massi, maglia a pois nel memorabile Tour del 1998 vinto dall’immenso Marco Pantani: squalificato per doping Rodolfo fu privato della maglia e estromesso dalla corsa salvo poi essere totalmente riabilitato: ci scusi, monsieur Massi, ma ci siamo sbagliati. Beh, non c’è altra cosa di cui sia sicuro come di questa: se Michele Scarponi non fosse stato pulito non sarebbe mai tornato alle corse. Il vero eroe, disse qualcuno, non sopravvive a se stesso. Il vero eroe muore.
Si vede che per Michele questo destino era scritto da qualche parte. Che tutto dovesse finire così, di colpo, nel colmo della sua forza atletica, della sua esperienza di uomo votato ai sacri dei del pedale. Questi dei, ammesso che esistano, hanno fatto sì che egli morisse da capitano, l’incarico che, con grande disponibilità, aveva assunto dopo l’infortunio di Aru preparandosi da vero professionista al Giro d’Italia 2017. E’ morto da capitano perché la tragedia, quella vera nel senso greco del termine, chiede sempre il massimo tributo. Ed è doppiamente tragico che a troncare la sua vita e con essa la sua epica avventura di pedalatore sia stato un compaesano, di sicuro un suo fan, come accadde al genietto del calcio champagne, il funambolo del pallone Gigi Meroni, travolto – dopo una partita come un comune passante mentre attraversava la strada – da un torinista doc che doveva poi diventare addirittura il presidente della squadra granata.
Al Tour of Alps Scarponi si era presentato in grande condizione, aveva vinto anche una tappa con una volata imperiosa preparata da un gran lavoro di squadra, e l’aveva dedicata alla sua terra , le Marche, martoriata dal terremoto. Lui che sapeva sdrammatizzare le disfatte con il suo innato umorismo, ancora una volta aveva saputo moderare l’euforia del successo con le sue parole di terra impastate con la malta della sincera fraterna solidarietà, quella di chi sa che da soli non si va da nessuna parte. Al Giro, l’Aquila di Filottrano avrebbe dato del filo da torcere a tutti, sarebbe stata in grado di volare alto, pronta se il caso a scendere giù, a valle, precipitarsi dalle vette cui sapeva ascendere con lieve autentica classe, per tornare ad essere un comune mortale e ammettere, se Dio vuole, la sua umana debolezza. Per questo credo che Michele Scarponi mancherà al ciclismo e a tutto lo sport italiano più di altri campioni meglio titolati di lui. Mancherà naturalmente anche a Frankie, il pappagallo compagno di tante uscite d’allenamento. E forse solo a Frankie capiterà di ritrovarlo da qualche parte. Perché saprà volare abbastanza in alto, lassù dove volano le aquile.

È morto il ciclista Michele Scarponi, investito nella sua Filottrano

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